Cos’è la Cancel Culture?

La “Cancel Culture” (o “cultura della cancellazione”) è una forma di ostracismo moderno con cui si estromette qualcuno da cerchie sociali o professionali

Cos'è la Cancel Culture?
Cos’è la Cancel Culture. La prima cosa che abbiamo capito, leggendo gli articoli che ne parlano, è che ognuno ne da una propria interpretazione. C’è chi l’associa al “politicamente corretto“, chi alla “censura“, e chi addirittura dice che non esiste ma è solo un’invenzione di una parte politica (la destra).

Cos’è la Cancel Culture?

La “Cancel Culture” (o “cultura della cancellazione” o “cultura dell’annullamento”) è una forma di ostracismo moderno con cui si estromette qualcuno da cerchie sociali e/o professionali. Così dice Wikipedia.

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L'”ostracismo” era un’istituzione giuridica della democrazia ateniese volta a punire con un esilio temporaneo di 10 anni coloro che rappresentavano un pericolo per la città. Nella forma moderna, invece, colpisce figure pubbliche, star, brand, prodotti di consumo e dell’entertainment a seguito di dichiarazioni o fatti considerati offensivi.

In pratica, si smette immediatamente di supportare il nome in questione, reo di aver detto oppure fatto qualcosa di molto offensivo, altamente discutibile e per molti inammissibile. Questo “strumento” si è radicato col #MeToo e #BlackLivesMatter, ma viene criticato da destra e da sinistra.

Differenza tra Cancel Culture e Call-out culture

Con “Cancel culture” si intende l’insieme di comportamenti collettivi tesi a eliminare dal loro ambiente lavorativo quei personaggi accusati di comportamenti immorali.

La “Cancel Culture” si differenzia dalla “Call-out culture” perché l’obiettivo non è limitato all’accusare pubblicamente di immoralità o di reati veri e propri una persona, ma c’è la volontà di fargli perdere la posizione professionale.

Differenza tra Cancel Culture e Politicamente corretto

L’espressione “Politicamente corretto” è nata negli anni ’80 per descrivere un modo di esprimersi che sostituisse vecchi termini offensivi con altri più rispettosi. Il “politicamente corretto” non consiste, quindi, nella “cancellazione” di determinati personaggi, ma su cosa è opportuno dire o fare. Se, poi, una frase o un comportamento sono ritenuti offensivi, può subentrare l’ostracismo.

Perché si parla di Cancel Culture?

Dopo la morte di George Floyd (avvenuta il 25 maggio 2020), e le conseguenti proteste del movimento attivista internazionale Black Lives Matter, si sono registrati molti episodi che si possono ascrivere alla “Cancel Culture“.

Dalla rimozione di monumenti e statue legate alla storia del razzismo e dello schiavismo fino all’eliminazione dal catalogo HBO Max del film “Via col vento” (riammesso pochi giorni dopo con un’introduzione che spiega che quella rappresentazione del Sud degli States di allora è inammissibile in quanto nega gli orrori della schiavitù, quindi in questo caso la cancel culture è stata poi corretta, riproponendo il contenuto con una spiegazione introduttiva).

Oltre a cancellare opere d’ingegno, statue e qualsiasi cosa possa simboleggiare un passato razzista e schiavista, la “Cancel Culture” va a colpire anche persone, brand, aziende e celebrità in generale che si rivelano portatori di idee e considerazioni di tipo maschilista, misogino e/o omofobo.

Gli ultimi casi sono quelli che hanno coinvolto Eminem e Pepé Le Pew (la puzzola dei Looney Tunes). Il rapper è al centro di un dibattito social per cui la “Gen Z” sta chiedendo che le canzoni del musicista vengano rimosse da TikTok in quanto portatrici di idee misogine. La puzzola cartoon, invece, si è vista negare la scena che la vedeva protagonista in “Space Jam: a New Legacy“, non si sa ufficialmente per quale motivo ma sappiamo che il personaggio è stato recentemente accusato di maschilismo e di molestie sessuali da Charles M. Blow, editorialista del New York Times (che ha affermato che Pepé promuoverebbe la “cultura dello stupro”).

Si potrebbe parlare, poi, del regista Woody Allen, che negli anni ’90 fu accusato dall’ex moglie Mia Farrow di aver violentato la figlia adottiva Dylan. Nonostante diverse indagini abbiano indicato l’assenza di prove, negli ultimi anni le rinnovate campagne contro Allen hanno spinto Amazon ad annullare un importante accordo di distribuzione per i suoi nuovi film, e la casa editrice Hachette a non fare uscire la sua autobiografia.

Cancel Culture e molestie sessuali

Esiste la “Cancel Culture” intesa come ostracismo verso coloro che hanno commesso molestie sessuali. Il nome numero uno a cui il nostro pensiero va è quello dell’ex produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein, colui contro il quale è nato il movimento #MeToo grazie anche al lavoro di Ronan Farrow, giornalista figlio di Mia Farrow e Woody Allen a cui va il merito di aver scoperchiato il vaso di Pandora. Tra i nomi più noti ad aver subito la Cancel Culture ci sono anche Bill CosbyLouis C.K. e Kevin Spacey.

La “Cancel Culture” verrebbe, quindi, dalla necessità di evitare che nelle posizioni di potere sieda chi, quel potere stesso, lo usi a fini personali, estorcendo favori sessuali.

Alle volte la legge dei tribunali può poco. La moralità, purtroppo, non corrisponde perfettamente con la legalità e così capitano casi in cui un comportamento è legittimamente considerato immorale, ma non è sanzionabile legalmente. Il risultato è che sono le singole decisioni dei privati a “regolare” questi casi di accuse, di scandali e di bullismi.

Però, la cosiddetta “cultura della cancellazione” come soluzione agli abusi di potere ha dei problemi:
  • In assenza di prove o indizi sufficientemente concreti, chi ci dice che l’accusato è davvero colpevole? Davanti al dubbio, come si fa a prendere la decisione di escluderlo dalla posizione che ricopre?
  • La regola del credere sempre e comunque a chi accusa potrebbe diventare un’arma ricattatoria a sua volta.
  • Alcune aziende potrebbero usare il “pugno duro” nei casi più eclatanti per fare “brand washing“.
Perché è sbagliata la Cancel Culture?

L’espressione “Cancel Culture” ha una connotazione negativa perché “cancellare” (o nascondere) non è mai la soluzione vincente. Prima o poi tutto riemerge e gli effetti sono ancora più devastanti.

La cultura della cancellazione, oltre a ledere i diritti della libertà d’espressione e a estremizzare il “politically correct“, è da molti osteggiata (senza alcuna distinzione di orientamento politico, culturale, di genere, ecc.). Una delle critiche rivolte alla Cancel Culture è quella di usare un metodo censorio nei confronti di chi non condivide le sue posizioni. Di conseguenza, i diversi movimenti (dal #MeToo a #BlackLivesMatter), sarebbero colpevoli di limitare la libertà di espressione.

Il 7 luglio del 2020, circa 150 intellettuali (tra cui Noam Chomsky, J.K. Rowling, Salman Rushdie, Margaret Atwood e Francis Fukuyama) hanno pubblicato su “Harper’s Magazine” una lettera aperta intitolata “A Letter On Justice And Open Debate” in cui si sono espressi a sfavore della “Cancel Culture“. Secondo questi intellettuali, a essere legati alla “cultura dell’annullamento” ci sarebbero pericoli relativi a “una nuova serie di standard morali e schieramenti politici che tendono a indebolire il dibattito aperto in favore del conformismo ideologico“.

La lettera ha lo scopo di difendere la libertà di parola, spiegando che non è una dottrina di destra (in quanto spesso chiamata in causa da Donald Trump per giustificare a priori i loro toni e contenuti) ma, al contrario, un principio bipartisan radicato in valori condivisi. E ottenuto al prezzo di guerre e rivolte sanguinose, che rimane negato in molte parti del mondo e richiede una difesa costante, secondo i firmatari.

Il 31 dicembre del 2020, il musicista australiano Nick Cave ha identificato la “Cancel Culture” come “opposto della pietà” e come degenerazione ed estremizzazione del “politicamente corretto“, divenuto a suo avviso “la più infelice religione del mondo”.

La Cancel Culture non esiste?

C’è anche chi sostiene che la “cancel culture” non esiste perché la cancellazione è temporanea. Ma a prescindere dai mesi o anni di oblio rimane il dilemma: che si fa se non si ha certezza della colpevolezza?

Oppure, c’è chi sostiene che la Cancel Culture, intesa come “dittatura del politicamente corretto“, non esiste perché lo dice Zerocalcare. Come se il vignettista fosse l’oracolo. Battute a parte, Zerocalcare cerca di spiegare perché non è vera questa cosa che non si può più dire nulla perché i politici ci marciano sopra e continuano, invece, a dire quello che vogliono.

Zerocalcare, però, forse, dimentica che il “politicamente corretto” pesa su tutti noi e non solo su politici e celebrità. Noi abbiamo evitato di pubblicare un articolo contro il Ddl Zan per paura di essere linciati.

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