C’è la mafia in Veneto?

Il Veneto ha una lunga storia di presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso

C'è la mafia in Veneto?
C’è la mafia in Veneto? Il Veneto ha una lunga storia di presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso, risalente ai tempi dell’invio nella regione di soggetti sottoposti alla misura del soggiorno obbligato. Questa presenza è stata testimoniata da alcuni eventi significativi, come quando il boss mafioso Vito Galatolo, negli anni ’90, ammise di continuare a dirigere la famiglia dell’Acquasanta pur risiedendo stabilmente a Venezia. Allo stesso modo, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, durante la loro latitanza, trascorsero parte del loro tempo nella regione, investendo in attività ricettive ad Abano Terme, in provincia di Padova.

Negli ultimi tempi, si è registrato un aumento dell’allarme dovuto alla presenza di interessi delle organizzazioni criminali, in particolare della ‘ndrangheta. Questa presenza è principalmente legata a motivi economici, come il reinvestimento dei profitti illeciti e l’acquisizione di affari attraverso l’infiltrazione nel sistema dell’aggiudicazione degli appalti pubblici. Inoltre, destano preoccupazione anche il traffico illecito di rifiuti e di droga, con la ‘ndrangheta che cerca di decongestionare il Porto di Gioia Tauro, il quale è sempre più efficacemente sorvegliato dalle forze di polizia e dalla magistratura.

Attualmente, le principali organizzazioni criminali che cercano l’egemonia nella regione sono la ‘ndrangheta e la camorra. Nel contesto veneto, i membri di queste organizzazioni spesso parlano il dialetto locale e si presentano come professionisti, come avvocati, commercialisti, imprenditori o funzionari comunali. Tuttavia, dietro questa facciata, agiscono come burattini al servizio delle cosche. Questa strategia è efficace per non destare sospetti, e secondo una ricerca condotta dall’Università di Padova, circa il 5-7% delle aziende venete è a rischio infiltrazione mafiosa, il che equivale a circa trentamila imprese.

Dati e testimonianze

Secondo il sociologo Carlo Beraldo e il magistrato Vittorio Borraccetti, le sentenze, sebbene non ancora tutte definitive, dimostrano che “il 6-7% delle società di capitali, corrispondente a circa 8mila aziende, metà delle quali con sede nel nord Italia, è legato in qualche modo a una persona coinvolta in un’inchiesta.” Questo dato è stato presentato nel numero monografico della rivista Esodo intitolato “Mafia a Nordest, il caso Veneto“, che ha esaminato le infiltrazioni della criminalità organizzata.

Questo fenomeno è stato ulteriormente confermato dai dati della Banca d’Italia, dalle indagini della Direzione Investigativa Antimafia e dalle analisi dell’Università di Padova. Nonostante il Veneto non sia considerato tradizionalmente come territorio mafioso, i numeri e le prove raccolte hanno dimostrato il contrario. Durante la presentazione di questa pubblicazione, Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ha affermato: “Il Veneto non è terra di mafia, ma la mafia è presente nel Veneto.”

Il settore economico più colpito da queste infiltrazioni sembra essere l’edilizia, con il 29,6% delle aziende coinvolte, seguito dalle attività immobiliari (14,8%), il commercio (14,3%), le attività manifatturiere (11,6%), e le attività professionali (7,4%). Le società di servizi di acqua e rifiuti, che rappresentano il 3,7% delle aziende coinvolte, si distinguono per concentrare una percentuale significativa di liquidità totale, ma anche di debiti.

L’impatto dell’infiltrazione mafiosa sull’economia è significativo, compreso l’indebolimento della regolare dinamica dei rapporti economico/produttivi e l’incoraggiamento dell’evasione fiscale.

Le testimonianze dei cittadini sono importanti per comprendere la portata del problema. Esperti, come Marco Lombardo di Libera e Roberto Terzo, un sostituto procuratore, hanno contribuito a questa monografia. Anche il parroco di Portici, padre Giorgio Pisano, ha testimoniato sul sotterramento illegale di scorie tossiche, alcune delle quali provenienti da Marghera.

La vicepresidente dell’assemblea legislativa, Francesca Zottis, ha sottolineato che solo attraverso una collaborazione tra istituzioni e cittadini, basata su informazione e sensibilizzazione, è possibile sconfiggere queste reti criminali.

Inoltre, le testimonianze dei pentiti hanno rivelato come la mafia preferisca intrattenere rapporti d’affari con operatori locali piuttosto che ricorrere alla tradizionale intimidazione. Queste infiltrazioni non si limitano a un’unica organizzazione criminale, ma coinvolgono gruppi diversi che talvolta collaborano tra loro.

Tuttavia, non sempre è facile dimostrare l’accusa di mafia nei tribunali. Recentemente, alcune sentenze non hanno confermato questa accusa, anche se erano presenti gruppi criminali ben organizzati. Altre volte, il legame diretto tra gruppi criminali e emissari nel nord è stato dimostrato con successo.

Le dinamiche di potere e le tattiche di infiltrazione delle organizzazioni criminali nel Veneto sono simili a quelle nel Sud dell’Italia. Ci sono sempre boss, territori controllati e attività criminali da proteggere, con la complicità di molte persone che facilitano questo dominio con il loro silenzio e la loro complicità.

Inoltre, la politica, che in passato aveva negato l’esistenza della mafia al Nord, ha dovuto riconoscere la presenza delle infiltrazioni mafiose nel Veneto.

Presenze storiche e attuali della mafia in Veneto
Cosa Nostra

Per quanto riguarda Cosa Nostra, nel Veneto si erano verificate presenze di individui legati a questa organizzazione criminale che tendevano a stabilirsi economicamente nella regione. Tuttavia, queste presenze non avevano assunto le caratteristiche tipiche delle regioni di origine della mafia siciliana. Questi individui avevano principalmente mirato al riciclaggio e al reinvestimento di capitali illeciti, spesso attraverso l’acquisizione di attività commerciali e imprenditoriali locali. Inoltre, avevano sfruttato gruppi criminali locali per raggiungere i loro obiettivi. La disponibilità di liquidità aveva spinto questi individui a sostituire il sistema di credito legale con pratiche di usura.

‘ndrangheta

Per quanto riguarda la ‘ndrangheta, in particolare i rami catanzaresi e reggini, erano stati segnalati individui appartenenti a questa organizzazione criminale in diverse aree del Veneto, tra cui Padova, l’ovest veronese e il basso vicentino. Questi individui erano associati a gruppi criminali di Cutro, Delianova, Filadelfia ed Africo Nuovo. La loro presenza era diventata evidente attraverso attività legate al traffico di droga, ma anche attraverso investimenti nel settore della ristorazione, del turismo e dell’edilizia.

Con riferimento a quest’ultimo settore, l’emergenza era stata evidenziata in un’operazione condotta dalla Guardia di Finanza nel mese di aprile 2016. In questa operazione, tre imprenditori attivi nella produzione di infissi metallici in provincia di Treviso erano stati arrestati per bancarotta fraudolenta. Uno dei principali imprenditori coinvolti, originario della provincia di Parma, era risultato avere contatti con membri della ‘ndrina dei Grande Aracri. Nello stesso periodo, il Centro Operativo della DIA di Padova aveva arrestato alcuni presunti affiliati alla ‘ndrangheta, in particolare alla ‘ndrina dei Giglio, coinvolti principalmente nel traffico di droga.

Camorra

Per quanto riguarda la camorra, era stata segnalata la presenza dei clan dei Casalesi e dell’Alleanza di Secondigliano, che comprendeva i clan Licciardi, Contini e Mallardo. La loro presenza era stata confermata nel 2015 dalla Corte di Cassazione, con le condanne dell’operazione Serpe. Questa operazione aveva scoperto un’associazione camorristica impegnata in estorsione, usura e sequestro di persona. Nel gennaio 2018, la DIA aveva individuato e arrestato Salvatore Longo, un latitante dal 2007, in Messico, dove gestiva un ristorante con la sua famiglia. Durante la sua latitanza, Longo aveva applicato tassi di usura estremamente elevati a diversi commercianti nel settore dell’abbigliamento per conto del Clan Licciardi. Questi reati erano stati commessi nelle province di Verona e Brescia tra il 2005 e il 2009.

Inoltre, queste presenze camorristiche sembravano concentrarsi soprattutto nella zona costiera del Veneto, tra San Donà di Piave e Jesolo. Un arresto di particolare rilevanza era stato quello di Luigi Cimmino, capo dell’omonimo clan, avvenuto il 5 marzo 2016 a Chioggia, in provincia di Verona.

Operazione At Least

L’Operazione “At Least“, condotta il 19 febbraio 2019 dalle autorità italiane, ha portato a 50 arresti, 11 obblighi di dimora e al sequestro preventivo di 10 milioni di euro contro un’organizzazione camorristica associata al Clan dei Casalesi. Questa organizzazione aveva radici profonde nel Veneto Orientale sin dalla fine degli anni ’90 e aveva consolidato il suo controllo su un vasto territorio attraverso l’uso della violenza armata.

Le attività criminali dell’organizzazione erano estremamente variegate e comprendevano estorsioni, usura, danneggiamenti, riciclaggio, traffico di droga, rapine e altro ancora. Questa operazione era scaturita dalle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia e aveva successivamente sfruttato intercettazioni ambientali e indagini bancarie per ricostruire la complessa rete criminale.

In particolare, i membri del clan erano coinvolti in attività di riciclaggio di denaro sporco attraverso il finanziamento di imprese locali, in particolare nel settore edilizio. Successivamente, applicavano tassi usurai e estorcevano denaro sia agli imprenditori che agli individui indebitati. Il denaro accumulato, incluso quello proveniente da rapine, veniva reinvestito nelle attività di droga e prostituzione. Inoltre, con l’assistenza di commercialisti, assumevano personale in nero o attraverso il caporalato per sfuggire alla fiscalità.

Le vittime dell’usura erano costrette a partecipare alle attività del clan, contribuendo così ad arricchire ulteriormente il tessuto criminale. Questo gruppo mafioso aveva conquistato il controllo del territorio lungo la costa veneta, da San Donà di Piave a Eraclea, Caorle e Jesolo, soppiantando le ultime vestigia della mala del Brenta.

Il clan era affiliato ai clan Bianco e Bidognetti, con a capo Francesco, noto come ‘Cicciotto ‘e mezzanotte’. I capi indiscussi nella zona veneziana erano Luciano Donadio e Raffaele Buonanno, insieme a un gruppo originario di Casal di Principe che aveva arruolato persone sia campane che venete. Tra gli arrestati figuravano anche figure pubbliche come Mirco Mestre, sindaco di Eraclea, accusato di collusioni con il clan per vincere le elezioni del 2016, e un agente di polizia, Moreno Pasqual, accusato di fornire informazioni riservate ai criminali e di proteggerli in seguito a controlli delle forze dell’ordine.

La Mafia del Brenta

La Mafia del Brenta, comunemente nota come “la Mala“, è stata una significativa forma di potere criminale che ha operato nel Veneto, in particolare nelle province di Venezia e Padova, dall’ultimo decennio degli anni ’70 fino alla metà degli anni ’90. Questa organizzazione criminale, guidata da Felice Maniero, è un caso unico poiché non aveva affiliati diretti con le tradizionali famiglie mafiose italiane, ma era composta principalmente da individui veneti che si sono uniti per delinquere.

L’epicentro delle attività criminali della Mala era situato a Campolongo Maggiore, un piccolo paese a sud della Riviera del Brenta. Questa località fu il centro delle negoziazioni con lo Stato italiano, il rifugio per latitanti, e il luogo in cui l’oro proveniente dalle rapine veniva fuso. Inoltre, le auto utilizzate nei reati venivano nascoste e abbandonate nel fiume Brenta. Questa zona fu il cuore dell’attività criminale della Mafia del Brenta per due decenni.

L’evoluzione dell’organizzazione può essere suddivisa in tre fasi:
  • Criminalità minore (anni 1975-1980): In questa fase iniziale, il gruppo contava un numero limitato di membri ed era coinvolto principalmente in rapine, estorsioni e gestione di attività di gioco d’azzardo illegali.
  • Criminalità emergente (anni 1980-1984): Durante questo periodo, l’organizzazione si strutturò ulteriormente e iniziò a stabilire contatti con altre organizzazioni criminali. Le attività criminali si ampliarono e includevano rapine (in laboratori orafi, hotel, casinò), ricettazione, estorsioni, gioco d’azzardo, sequestri di persona e traffico di stupefacenti. In questa fase, l’organizzazione divenne nota come “Mala del Brenta” e consolidò la sua identità.
  • Criminalità consolidata (anni 1984-1994): Quest’ultima fase vide l’organizzazione sviluppare un profilo internazionale ed essere identificata come la “Mafia del Brenta“. Adottò completamente il metodo mafioso, modificando la sua struttura, le sue attività e i suoi contatti. In questo periodo, rientrò pienamente nella definizione di un’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il processo legale contro i membri della Mafia del Brenta iniziò nel 1986 e si concluse il 1° luglio 1994 con una sentenza della Corte d’Assise di Venezia. Un totale di 110 imputati, di cui 91 veneti e 19 “foresti“, furono processati, con condanne che totalizzarono 503 anni di carcere e multe per un totale di 1787 milioni di euro. In totale, 79 imputati furono condannati, di cui 21 per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Felice Maniero, il capo dell’organizzazione, fu arrestato a Torino il 12 novembre 1994 e pochi giorni dopo decise di collaborare con la giustizia. Nonostante una condanna iniziale a 25 anni di carcere, la sua pena fu ridotta a 17 anni grazie alla sua collaborazione. Nel 2010, Maniero fu rilasciato dalla prigione.

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