ANSA – APPROVATO IN VIA DEFINITIVA IL REGOLAMENTO EUROPEO PER LA TUTELA DELL’AMBIENTE

La Nature Restoration Law, un regolamento europeo per la tutela dell’ambiente, è stata approvata in via definitiva dal Consiglio dell’Unione Europea

La Nature Restoration Law, un regolamento europeo per la tutela dell’ambiente, è stata approvata in via definitiva dal Consiglio dell’Unione Europea. Questo importante regolamento rientra nel Green Deal, un ambizioso piano europeo per il clima.

Le nuove regole prevedono l’obbligo di ripristinare le condizioni naturali in almeno il 20 per cento della superficie terrestre e marina dell’Unione entro il 2030. Inoltre, si prevede di estendere gradualmente la tutela a tutti gli ecosistemi scelti entro il 2050. Queste norme saranno direttamente applicabili ai paesi membri dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione.

La votazione ha visto l’Italia votare contro, insieme a Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Finlandia e Svezia. Il Belgio si è astenuto. La legge è stata approvata nonostante le resistenze di molti partiti e paesi, che avevano espresso preoccupazioni sulla sua implementazione e sui possibili effetti sulla produzione agricola e sui prezzi dei generi alimentari.

La Nature Restoration Law è un regolamento importante e tra i primi del suo genere, ma i suoi obiettivi sono ritenuti molto meno ambiziosi rispetto alla versione iniziale proposta dalla Commissione europea nel 2022. La proposta aveva trovato forti resistenze soprattutto nei partiti europei di destra, che avevano affermato che avrebbe comportato troppi vincoli per il settore agricolo e infine l’aumento dei prezzi dei generi alimentari.

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ADICONSUM – AD APRILE LE ENERGIE RINNOVABILI HANNO SODDISFATTO PIU’ DELLA META’ (51,2%) DELLA DOMANDA ELETTRICA IN ITALIA

In Italia, nello scorso mese di aprile, le energie rinnovabili hanno soddisfatto più della metà della domanda elettrica nazionale. Superando il contributo complessivo delle fonti fossili, le fonti pulite hanno soddisfatto il 51,2% del fabbisogno energetico, contro il 34,2% proveniente da fonti non rinnovabili, mentre a soddisfare il restante fabbisogno è subentrato il saldo con l’estero. A renderlo noto il rapporto mensile di Terna. In particolare, la fonte fotovoltaica ha soddisfatto da sola il 30,8% della generazione elettrica rinnovabile totale, seguita dall’idroelettrico (37,7%) e dall’eolico (17,4%). Stabili, invece, la geotermia e il calore da biomasse. Rispetto allo stesso mese del 2023, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili registra così un +43,8%, mentre la capacità rinnovabile in esercizio è aumentata del 45%, registrando una crescita di 2.356 MW. In particolare, un notevole incremento lo ha subito la produzione idroelettrica rinnovabile (+197,5%), mentre quella fotovoltaica è in aumento di quasi il 20%. Ampliando lo sguardo, secondo quanto riportato dal rapporto, nei primi quattro mesi del 2024 la richiesta di energia elettrica da fonti rinnovabili si attesta al 39,6%, in netto aumento rispetto al 30,8% dello stesso periodo del 2023 e del 30,1% del 2022. In generale, a livello globale si attesta un netto aumento del ricorso a fonti energetiche rinnovabili, che sono passate dal 19% del 2000 ad oltre il 30% del 2023, in particolare grazie all’aumento dell’energia solare ed eolica. Grazie a ciò, lo scorso anno l’intensità di anidride carbonica della produzione globale di energia elettrica ha raggiunto un nuovo minimo storico, il 12% in meno rispetto al picco del 2007.

ILSOLE24ORE – I PANNELLI FOTOVOLTAICI SUI TERRENI AGRICOLI SI POTRANNO INSTALLARE SOLO SE SOLLEVATI DA TERRA

Il governo italiano ha recentemente approvato una legge che vieta l’installazione di pannelli fotovoltaici nei terreni agricoli, ad eccezione di quelli posti a più di due metri da terra, noti come agrivoltaico. Tale divieto è stato approvato durante il Consiglio dei ministri del 6 maggio e rappresenta un compromesso tra il ministero dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente. Il divieto, originariamente annunciato come totale, prevede ora alcune deroghe significative, in particolare per l’agrivoltaico. Questa modalità di installazione, che consente di utilizzare i campi per le coltivazioni mantenendo i pannelli a una distanza di almeno due metri da terra, continuerà a essere consentita. Sebbene più costosa rispetto all’installazione tradizionale a terra, l’agrivoltaico rappresenta l’unico modo per gli agricoltori di produrre energia e ottenere un ritorno economico dagli impianti. Il compromesso è stato raggiunto per favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, in linea con gli obiettivi dell’Italia di triplicare la capacità di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030. Tuttavia, il divieto riguarda solo gli impianti a terra, mentre ci saranno meno limitazioni per quelli posti a più di due metri di altezza. Le critiche al provvedimento non sono mancate, soprattutto da parte delle associazioni degli operatori del fotovoltaico. Alcuni ritengono che il divieto possa comportare un aumento dei costi e un impatto visivo maggiore degli impianti, mentre altri sottolineano che l’area occupata dagli impianti fotovoltaici nei terreni agricoli è attualmente molto limitata, rappresentando solo lo 0,1% del totale.

ADNKRONOS – OLTRE 20MILA LUPI NELL’UE (ITALIA PRIMA)

Il lupo è tornato a popolare i boschi dell’Europa, con una presenza che ha raggiunto oltre 20.300 esemplari nel 2023, distribuiti in tutti e 24 gli Stati membri dell’Unione Europea. Questo dato segna un netto aumento rispetto al 2012, quando la popolazione di lupi dell’UE era stimata a 11.193 esemplari. Il ritorno del lupo, tuttavia, non è uniforme in tutta l’Europa, con alcune regioni che mostrano un maggior numero di individui rispetto ad altre. Secondo un rapporto dettagliato redatto dai servizi della Commissione Europea, intitolato “La situazione del lupo nell’Unione Europea”, la presenza del lupo è particolarmente significativa in 23 Paesi dell’UE, dove sono stati identificati branchi che si riproducono. Questi lupi mancano solo in Irlanda, Cipro e Malta, ma la tendenza è verso un aumento della loro presenza. In particolare, l’Italia si distingue per il maggior numero di lupi, con una popolazione stimata di circa 3.307 esemplari. La crescente popolazione di lupi in Europa ha portato la Commissione Europea a considerare la proposta di abbassare lo status di protezione del lupo da “rigorosamente protetto” a “protetto”. Questa decisione politica è stata influenzata dalla pressione degli agricoltori, che lamentano danni al bestiame causati dall’aumento della presenza di lupi nelle aree rurali. Tuttavia, la proposta ha generato dibattiti e opposizione da parte di alcuni settori della società civile e degli ambientalisti, che temono possibili conseguenze negative sull’ecosistema e sulla conservazione della specie. Il rapporto della Commissione sottolinea che, nonostante l’aumento del numero di lupi, lo stato di conservazione della specie varia nelle diverse regioni biogeografiche dell’UE. Mentre in alcune aree, come la regione Alpina, il suo stato di conservazione è considerato favorevole, in altre regioni è considerato sfavorevole. Ciò suggerisce che esistono sfide significative nella gestione e nella conservazione del lupo in Europa, che richiedono un’attenzione particolare da parte delle autorità competenti. Tra le principali questioni legate alla presenza del lupo in Europa vi sono i conflitti con l’allevamento di bestiame e la sicurezza umana. Sebbene i lupi contribuiscano al controllo delle popolazioni di ungulati selvatici e alla prevenzione di malattie tra il bestiame, causano danni al bestiame domestico, specialmente nelle zone dove le prede naturali sono scarse. Gli attacchi al bestiame, sebbene relativamente rari su larga scala, possono avere un impatto significativo sulle comunità rurali e sull’economia locale. Un’altra preoccupazione è la possibilità di attacchi del lupo all’uomo. Sebbene il rischio di attacchi mortali sia molto basso, esistono casi documentati di aggressioni da parte dei lupi, soprattutto in presenza di individui confidenti o condizionati dall’alimentazione umana. Questi episodi possono generare paura e preoccupazione tra la popolazione, alimentando sentimenti contraddittori riguardo alla presenza del lupo in determinate aree. Nonostante le sfide, la presenza del lupo può anche rappresentare un’opportunità per lo sviluppo del turismo ecologico e la sensibilizzazione sull’importanza della conservazione della fauna selvatica. Il turismo legato al lupo può generare reddito nelle comunità rurali e promuovere la coesistenza pacifica tra l’uomo e il lupo, contribuendo così alla conservazione della specie e alla salvaguardia degli ecosistemi naturali.

ANSA – UNESCO: 2,2 MILIARDI DI PERSONE SENZA ACQUA POTABILE

Secondo un nuovo rapporto pubblicato dall’UNESCO in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, intitolato ‘L’acqua per la pace’, attualmente 2,2 miliardi di persone nel mondo vivono senza accesso all’acqua potabile sicura, mentre 3,5 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari adeguati. L’UNESCO avverte che l’obiettivo delle Nazioni Unite di garantire l’accesso all’acqua per tutti entro il 2030 è ancora lontano dall’essere raggiunto e esprime preoccupazione per il rischio che tali disuguaglianze possano aumentare ulteriormente nel tempo. Per preservare la pace, gli Stati devono intensificare la cooperazione internazionale e gli accordi transfrontalieri, secondo quanto dichiarato dalla direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay. Il rapporto evidenzia che tra il 2002 e il 2021 la siccità ha colpito più di 1,4 miliardi di persone, con una crescente prevalenza di gravi carenze idriche. Dal 2022, circa la metà della popolazione mondiale ha sperimentato una grave scarsità d’acqua per almeno parte dell’anno, mentre un quarto ha dovuto affrontare livelli estremamente elevati di stress idrico.

ITALIAOGGI – VIA LIBERA DELL’UE A 1,1 MILIARDI DI AIUTI ALL’ITALIA PER LA “TRANSIZIONE VERDE”

La Commissione europea ha dato il via libera a un regime di aiuti di Stato dell’Italia del valore di 1,1 miliardi di euro per sostenere gli investimenti destinati alla produzione di attrezzature necessarie per facilitare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, in sintonia con gli obiettivi del Green Deal. Tale misura, parzialmente finanziata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), favorirà aziende che operano nel settore delle batterie, dei pannelli solari, delle turbine eoliche, delle pompe di calore, degli elettrolizzatori, nonché dei dispositivi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio e delle componenti e delle materie prime essenziali per la fabbricazione di tali attrezzature. Gli aiuti saranno concessi sotto forma di sovvenzioni dirette. Il regime approvato dalla Commissione fa parte del quadro temporaneo di crisi e transizione per gli aiuti di Stato, adottato il 9 marzo 2023 e modificato il 20 novembre 2023, al fine di sostenere misure nei settori chiave per accelerare la transizione verde e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’Italia ha notificato alla Commissione un regime da 1,1 miliardi di euro per sostenere investimenti finalizzati alla produzione di attrezzature, componenti e materie prime essenziali per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette. Questa misura, che sarà parzialmente finanziata attraverso il PNRR, prevede l’erogazione di aiuti sotto forma di sovvenzioni dirette. Il massimo importo dell’aiuto per beneficiario sarà di 150 milioni di euro, cifra che potrà essere aumentata fino a 200 milioni di euro per i beneficiari situati in regioni ammissibili agli aiuti a norma dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e a 350 milioni di euro per i beneficiari situati in regioni ammissibili agli aiuti a norma dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera a). Gli aiuti saranno destinati alle imprese che producono attrezzature quali batterie, pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore, elettrolizzatori, nonché strumenti per la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio, insieme alle componenti essenziali progettate e principalmente utilizzate come fattori di produzione per la fabbricazione di tali attrezzature o le relative materie prime necessarie. La Commissione ha valutato che il regime italiano rispetta le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi e transizione. Gli aiuti incentiveranno la produzione di attrezzature per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e saranno concessi entro il 31 dicembre 2025.

SCENARIECONOMICI – LA SCOPERTA DI NUOVI ISOTOPI APRE LA STRADA ALLA CONFERMA DEI “NUMERI MAGICI” DELLA FISICA NUCLEARE

Un team di scienziati cinesi dell’Istituto di Fisica Moderna (IMP) dell’Accademia Cinese delle Scienze (CAS), insieme a collaboratori, ha annunciato la scoperta di due nuovi isotopi, l’osmio-160 e il tungsteno-156. Questa scoperta apre le porte a una maggiore comprensione dell’architettura dei nuclei atomici e potrebbe contribuire alla conferma dei “numeri magici” della fisica nucleare, portando così alla definizione di nuovi isotopi stabili della materia. L’esperimento è stato condotto presso il separatore a rinculo riempito di gas-Spectrometer for Heavy Atoms and Nuclear Structure (SHANS), situato presso la Heavy Ion Research Facility di Lanzhou, in Cina. Utilizzando la reazione di evaporazione per fusione, i ricercatori hanno sintetizzato per la prima volta l’osmio-160 e il tungsteno-156. Secondo quanto riportato nello studio pubblicato su Physical Review Letters e segnalato come Editors’ Suggestion, l’osmio-160 emette particelle α, mentre il tungsteno-156 è un emettitore di β+ con un tempo di dimezzamento di 291 ms. Il Dr. Yang Huabin dell’IMP, primo autore dell’articolo, ha dichiarato che la tendenza osservata nel tasso di decadimento degli isotopi indica un rafforzamento della chiusura del guscio di 82 neutroni verso la linea di decadimento del protone. Questo sostiene l’idea di un potenziale nucleo doppiamente “magico”, come il piombo-164, che potrebbe essere stabile con 82 protoni e 82 neutroni. I “numeri magici” nella fisica nucleare indicano i numeri di protoni o neutroni che rendono un nucleo atomico particolarmente stabile. Questi numeri includono tradizionalmente 8, 20, 28, 50, 82 e 126. La scoperta di nuovi isotopi mira a confermare l’esistenza di numeri magici più elevati. Lo studio, condotto in collaborazione con diverse istituzioni accademiche cinesi, ha importanti implicazioni teoriche e pratiche. La maggiore stabilità dei nuovi isotopi potrebbe portare a nuove scoperte nel campo della fisica nucleare e potrebbe avere applicazioni pratiche in settori come la medicina nucleare e la produzione di energia. La ricerca è stata pubblicata su Physical Review Letters sotto il titolo “Scoperta di nuovi isotopi 160Os e 156W: rivelazione di una maggiore stabilità della chiusura della conchiglia N=82 sul lato privo di neutroni” e ha visto la collaborazione di diverse istituzioni accademiche cinesi.

BYOBLU – LO STUDIO CHE METTE IN DISCUSSIONE L’UTILITA’ DEGLI ABBATTIMENTI DI ALBERI PER CONTRASTARE LA XILELLA

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Phytopatology” mette in discussione l’utilità degli abbattimenti di alberi disposti dall’UE per contrastare la Xylella. Dall’inizio dell’emergenza nel 2015, migliaia di alberi sani, alcuni secolari, sono stati tagliati nel raggio di 50 metri da ogni pianta risultata positiva al batterio. La ricerca, condotta dalla geografa Margherita Ciervo e dal batteriologo Marco Scortichini, si basa su dati del monitoraggio eseguito dalla regione Puglia tra il 2013 e il 2023. I dati dimostrano che l’incidenza del batterio nelle zone di contenimento e cuscinetto a nord dell’area infetta è molto bassa, tra lo 0,06% e lo 0,70% del totale delle piante campionate. In altre parole, la maggior parte degli alberi abbattuti non era infetta o lo era in maniera trascurabile. Inoltre, su 4470 ulivi con sintomi di disseccamento esaminati nel 2021-2022, solo il 3,21% è risultato positivo alla Xylella. Alla luce di questi dati, gli autori dello studio chiedono di eliminare la norma che impone l’abbattimento di tutte le piante ospiti nel raggio di 50 metri da un albero positivo. “Una tale implementazione potrebbe salvare molti olivi centenari e monumentali e il paesaggio straordinario a cui contribuiscono”, affermano Ciervo e Scortichini.

MONDO

SCENARIECONOMICI – L’EUROPA HA SOSTITUITO LA DIPENDENZA DAL GAS RUSSO CON QUELLA DA FERTILIZZANTE RUSSO

L’Europa si trova ad affrontare una nuova dipendenza, questa volta dai fertilizzanti russi, in sostituzione della precedente dipendenza dal gas russo. Questi fertilizzanti sono prodotti utilizzando un’energia a basso costo. Questa situazione solleva preoccupazioni poiché l’Europa si ritrova ora a dipendere da una fonte russa anche per l’approvvigionamento di sostanze vitali per l’agricoltura. Il CEO di Yara International, il principale produttore di fertilizzanti in Europa, ha sottolineato che l’Europa sta gradualmente diventando eccessivamente dipendente dai fertilizzanti russi. Questa preoccupazione è emersa dopo che Yara ha drasticamente ridotto la sua produzione lo scorso anno. Inoltre, le politiche volte alla sostenibilità ambientale promosse a Bruxelles potrebbero minare ulteriormente la stabilità della produzione di fertilizzanti in Europa prima ancora di raggiungere gli obiettivi climatici prefissati. Holsether ha confrontato questa situazione con la dipendenza precedente dal gas russo, sottolineando l’ironia di passare ora dalla dipendenza energetica alla dipendenza nell’approvvigionamento di cibo e fertilizzanti. La riduzione della produzione occidentale di fertilizzanti, a causa dell’interruzione dei flussi di gas naturale dalla Russia, ha portato a una maggiore importazione di fertilizzanti russi a basso costo. Yara ha ridotto la sua capacità di produzione di ammoniaca e fertilizzanti nel 2023, principalmente a causa dell’importazione di prodotti russi. Questo ha reso l’Europa sempre più dipendente dall’approvvigionamento esterno per soddisfare le proprie esigenze agricole. Se l’Europa dovesse tentare di eliminare la dipendenza dai fertilizzanti russi, potrebbe affrontare un’altra crisi economica simile a quella del gas. Tuttavia, l’assenza di considerazione delle autorità europee potrebbe portare proprio a questa scelta. Al contrario, sarebbe importante cercare fonti energetiche alternative a basso costo per mantenere la produzione di ammoniaca e fertilizzanti in Europa.

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REPUBBLICA – CI SONO 57 AZIENDE CHE EMETTONO L’80% DEI GAS SERRA A LIVELLO MONDIALE

Una recente ricerca condotta dal think tank no-profit londinese InfluenceMap ha rivelato che solo 57 aziende nel mondo sono responsabili dell’80% delle emissioni di gas climalteranti. Queste società operano principalmente nei settori dell’energia e del cemento, e tra di esse figura anche l’italiana Eni. Lo studio si basa sui dati raccolti dalla piattaforma “Carbon Majors”, creata nel 2013 da Richard Heede del Climate Accountability Institute negli Stati Uniti. I dati esaminati coprono un arco temporale significativo, che va dal 1854 al 2022, ma la ricerca si concentra soprattutto sul periodo successivo al 2016, anno in cui sono stati firmati gli accordi di Parigi sul clima. Durante questo periodo, sono state rilasciate nell’atmosfera circa 251 miliardi di tonnellate di CO2. Le aziende di proprietà degli investitori rappresentano il 31% di tutte le emissioni monitorate, con società come Chevron, ExxonMobil e BP tra le principali responsabili. Le società statali, tra cui Saudi Aramco, Gazprom e la National Iran Oil Company, contribuiscono al 33% delle emissioni totali. Il restante 36% è attribuibile agli Stati nazionali, con Cina ed ex Unione Sovietica in cima alla lista dei maggiori responsabili delle emissioni. L’analisi dei dati mostra che dopo gli accordi di Parigi c’è stato un aumento delle emissioni di carbonio legate alla produzione di carbone da parte delle aziende statali e degli Stati nazionali. In particolare, in Asia e nel Medio Oriente, la maggior parte delle aziende ha registrato un aumento delle emissioni durante il periodo 2016-2022. Per quanto riguarda l’Italia, Eni risulta essere la decima società privata per emissioni nel settore del gas e del petrolio a livello globale. Tuttavia, dopo la firma degli accordi di Parigi, l’azienda ha leggermente ridotto la produzione di petrolio, aumentando invece quella di gas. I risultati della ricerca sono stati commentati da Tzeporah Berman, direttrice del programma internazionale di Stand.earth e presidente del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. Berman ha sottolineato che queste aziende hanno realizzato profitti considerevoli negando il problema dei cambiamenti climatici e ritardando la politica climatica. Ha esortato i governi a resistere a queste aziende e ha sottolineato l’importanza di una nuova cooperazione internazionale per porre fine all’espansione dei combustibili fossili e garantire una transizione verso un’economia più sostenibile.

L’INDIPENDENTE – GLI STATI UNITI SONO STATI I PRINCIPALI ESPORTATORI DI GAS NEL 2023 (GRAZIE ALLE SAZIONI ALLA RUSSIA)

Gli Stati Uniti hanno raggiunto un traguardo storico nel mercato globale del gas, diventando i principali esportatori di gas naturale liquefatto (GNL) nel 2023. Secondo i dati dell’agenzia Reuters, le esportazioni americane di GNL sono aumentate del 14,7% rispetto al 2022, raggiungendo un totale di 88,9 milioni di tonnellate. Questo risultato è stato favorito principalmente dalle sanzioni imposte dall’Unione Europea alla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina, che hanno ridotto drasticamente le importazioni di gas russo nel Vecchio Continente. L’Europa è stata la principale destinazione del GNL americano nel 2023, con il 61% delle esportazioni totali a dicembre. Questo dato evidenzia come l’UE sia diventata dipendente dalle forniture energetiche americane, con un impatto significativo sui costi e sulla sicurezza energetica. Il boom del GNL americano ha portato notevoli vantaggi agli Stati Uniti, che hanno potuto aumentare i guadagni energetici e rafforzare la propria posizione geopolitica nel Vecchio Continente. Tuttavia, l’Europa ha dovuto pagare un prezzo alto per questa dipendenza, con costi energetici più elevati e una maggiore vulnerabilità geopolitica. L’ascesa degli Stati Uniti come leader globale del GNL non è un evento casuale, ma il risultato di una strategia a lungo termine elaborata fin dal 2019. L’amministrazione Trump aveva già puntato ad aumentare le esportazioni di gas naturale in Europa per contrastare l’influenza della Russia e la guerra in Ucraina ha solo accelerato questo processo.

CORRIERE – USA: SCOPERTO IN CALIFORNIA IL PIU’ GRANDE GIACIMENTO DI LITIO AL MONDO

Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti annuncia la scoperta del più grande giacimento di litio al mondo sotto il Salton Sea in California, promettendo di rendere gli USA autosufficienti per il metallo chiave delle batterie. Con stime di 18 milioni di tonnellate di litio, tre volte più grande del famoso Salar de Uyuni in Bolivia, il giacimento è facilmente accessibile. Questa scoperta potrebbe garantire una produzione di oltre 3.400 chilotoni di litio, valutati a 540 miliardi di dollari, supportando più di 375 milioni di batterie per veicoli elettrici (EV), superando il totale di veicoli attualmente in circolazione negli Stati Uniti. Il litio è cruciale per la decarbonizzazione e gli obiettivi del Presidente Biden di avere il 50% di veicoli elettrici entro il 2030. Il Dipartimento dell’Energia riconosce la necessità di sviluppare un’industria estrattiva e di raffinazione nazionale, riducendo l’attuale dipendenza dalle importazioni, prevalentemente da Cile e Argentina. La Known Geothermal Resource Area (KGRA) sotto il Salton Sea possiede potenziali concentrazioni di litio tra le più elevate al mondo. Il giacimento potrebbe anche favorire la produzione di elettricità pulita grazie ai suoi 400 megawatt (MW) di capacità di generazione elettrica geotermica. Tuttavia, l’autosufficienza potrebbe portare a un eccesso di offerta e un possibile crollo dei prezzi del litio, secondo analisti. L’adozione della tecnologia di estrazione diretta del litio (DLE), prevista per il 2025, potrebbe accelerare l’indipendenza e consentire un’offerta più rapida. Ciò rappresenta un passo significativo verso la sostenibilità, in quanto le miniere DLE sono portatili e limitano l’uso di risorse. Goldman Sachs prevede un aumento dell’offerta di carbonato di litio a un ritmo del 33% annuo, superando la crescita della domanda, potenzialmente portando a un cambiamento significativo nel mercato del litio entro il prossimo decennio.

ILPOST – NORVEGIA: APPROVATA L’ESTRAZIONE MINERARIA DEI FONDALI MARINI

Il parlamento norvegese ha votato martedì a favore di una legge che autorizza l’estrazione mineraria dai fondali marini, una pratica contestata ma cruciale per ottenere minerali fondamentali per la transizione energetica globale, come litio, scandio e cobalto. Questa mossa rende la Norvegia il primo paese a intraprendere su larga scala questa pratica. L’approvazione iniziale copre solo i fondali marini norvegesi, ma ci sono segnali che il paese cercherà anche l’autorizzazione per estrarre in acque internazionali. Tuttavia, il governo norvegese ha specificato che l’estrazione non inizierà immediatamente: le aziende interessate dovranno presentare proposte che includono valutazioni ambientali, e il parlamento valuterà caso per caso prima di concedere le licenze. La decisione solleva preoccupazioni sull’impatto ambientale, ma potrebbe segnare un precedente nella corsa ai minerali cruciali.

SCENARIECONOMICI – I 5 PRINCIPALI PRODUTTORI DI PETROLIO NEL 2023

La produzione di petrolio negli Stati Uniti ha visto un inatteso aumento, portando il Paese a mantenere la posizione di primo produttore mondiale. A settembre, la produzione statunitense ha toccato un record mensile storico, con previsioni di ulteriori incrementi. Nonostante una prospettata riduzione della spesa per il 2024, gli Stati Uniti prevedono una costante crescita grazie a maggiori efficienze e all’ampliamento delle reti di estrazione. Tale aumento ha spinto gli USA al vertice dei cinque maggiori produttori mondiali di petrolio. Lista dei 5 principali produttori di petrolio, OPEC e non-OPEC: Stati Uniti: Con una produzione superiore a 13 milioni di barili al giorno, gli USA prevedono un ulteriore incremento a breve e medio termine. La loro produzione di greggio ha toccato un picco di 13,236 milioni di barili al giorno a settembre. Arabia Saudita: Pur essendo leader dell’OPEC, il Regno ha implementato volontariamente un taglio di produzione da 10,2 a 9 milioni di barili al giorno nella seconda metà dell’anno. Russia: Stima si aggiri intorno ai 9 milioni di barili al giorno, ma il paese ha recentemente deciso di classificare i dati relativi alla produzione e all’esportazione di petrolio. Canada: La produzione canadese è salita a un record di 4,86 milioni di barili al giorno nel 2022, e si prevede un ulteriore aumento entro il 2025 grazie alla crescita del settore. Iraq: Ha prodotto in media circa 4,3 milioni di barili al giorno, secondo fonti secondarie dell’OPEC. Gli Stati Uniti continuano a guidare la produzione globale, registrando non solo record di produzione, ma anche una crescita esponenziale nelle esportazioni. La crescente produzione al di fuori dell’OPEC sta complicando il ruolo del cartello nel gestire i prezzi globali del petrolio, presentando sfide maggiori di quanto previsto per il prossimo anno.

SCENARIECONOMICI – RAGGIUNTA LA FUSIONE NUCLEARE CON IL METODO DEL “CONFINAMENTO IBRIDO MAGNETICO INERZIALE”

MIFTI, Magneto Inertial Fusion Technology Inc, sotto la guida di Dr. Hafiz Rahman, ha raggiunto un traguardo epocale dimostrando la fusione ibrida magnetico-inerziale presso l’L3 Harris Lab in California. Il successo ha prodotto un incredibile rendimento di 150 miliardi di neutroni, superando di 10.000 volte i risultati di qualsiasi altra azienda nel settore. Questa tecnologia fonde il confinamento magnetico e l’inerzia per comprimere e riscaldare il plasma per raggiungere la fusione nucleare. Il sistema, diverso dai Tokamak che si basano solo sulla fusione magnetica, promette una produzione di energia netta a 10 Mega Ampere. L’obiettivo è produrre isotopi per la scansione dei tumori, aiutando la medicina. US Nuclear è un investitore e potenziale appaltatore principale. L’uso dei neutroni per la produzione di isotopi rappresenta un passo verso l’utilizzo economico della fusione, in attesa di una potenziale costruzione di centrali. L’industria della fusione ha ricevuto un massiccio investimento di 6,21 miliardi di dollari, evidenziando la corsa verso questa fonte energetica. MIFTI si distingue per il suo metodo Z-pinch, offrendo vantaggi unici nel settore e prospettive per risolvere la crisi energetica mondiale.

INQUINAMENTO

SCENARIECONOMICI – GLI USA INDAGHERANNO SULLE EMISSIONI GLOBALI DI CO2 DERIVANTI DA COMMERCIO E PRODUZIONE

Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione un’indagine sulle emissioni globali di CO2 connesse al commercio internazionale e alla produzione. Lo scopo è quello di individuare e sanzionare coloro che trasferiscono la produzione in paesi con normative meno rigide sulle emissioni. John Podesta, il nuovo inviato statunitense per il clima, ha annunciato la creazione di una task force speciale per affrontare questo problema durante un discorso presso la Columbia University. Ha definito il commercio globale come una fonte significativa di emissioni e ha sottolineato l’importanza di utilizzare i sistemi economici internazionali per combattere il cambiamento climatico. La Task Force Clima e Commercio si concentrerà su questioni come la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”, ovvero quando la produzione con elevate emissioni si sposta da paesi con regolamentazioni più stringenti a paesi con normative più deboli. Sarà anche attenta al “dumping delle emissioni di carbonio”, quando beni prodotti in paesi con regolamentazioni meno rigide sul clima vengono esportati in paesi con normative più severe. Podesta ha citato l’esempio dell’alluminio, sottolineando che oltre la metà della produzione mondiale avviene in Cina, dove le emissioni per tonnellata sono significativamente più alte rispetto agli Stati Uniti. Questa situazione, ha affermato, danneggia i lavoratori e le comunità americane. La task force collaborerà con i partner commerciali per sviluppare metodi standardizzati per misurare le emissioni, consentendo a ciascun paese di sfruttare i vantaggi della produzione pulita. I dati raccolti saranno utilizzati per informare nuove politiche climatiche e commerciali. Tuttavia, l’uso delle emissioni di carbonio come criterio nel commercio mondiale potrebbe avere effetti collaterali. Potrebbe, ad esempio, favorire l’economia cinese basata su energie pulite, mettendo ulteriormente in difficoltà i concorrenti internazionali. Inoltre, potrebbe portare a tensioni con paesi come l’India e causare problemi di approvvigionamento per gli Stati Uniti, influenzando i prezzi e l’inflazione.

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ANSA – L’80% DELLE DISCARICHE BONIFICATE ED ESCLUSE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE DELL’UE

Il Commissario per la bonifica dei siti inquinati, il generale Giuseppe Vadalà, ha annunciato che su 81 discariche consegnate nelle sue mani il 24 marzo 2017, oltre l’80% (65 discariche) sono state escluse dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea. Questo risultato ha permesso all’Italia di ridurre notevolmente le sanzioni, passando da una multa iniziale di 42 milioni di euro, comminata nel 2014, a un importo attuale di 3,6 milioni di euro. La 13ª Relazione semestrale del Commissario ha evidenziato i progressi compiuti nel processo di bonifica dei siti inquinati. Tra i risultati più significativi, si contano la risanamento di 74 siti, l’uscita dall’infrazione dell’80% dei siti commissariati, e un notevole risparmio economico derivante da sconti medi del 28,2% nei contratti per la bonifica. Il generale Vadalà ha sottolineato l’importanza dei numeri riportati nella relazione, evidenziando il successo dei risultati raggiunti fino a questo momento. Il percorso del Commissario si avvia verso una conclusione entro la fine del 2025, con l’obiettivo di chiudere gli ultimi dossier e completare gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Le azioni intraprese includono 6 visite sul campo con incontri nelle aree interessate dalle bonifiche, oltre a oltre 1900 missioni svolte. Sono stati firmati 53 protocolli attuativi e redatti 47 rapporti per le Procure.

ANSA – L’UE APPROVA LE NUOVE REGOLE SULLE EMISSIONI DEI CAMION

Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il via libera finale alle nuove regole sulle emissioni di CO2 per i veicoli pesanti. Queste regole prevedono un significativo taglio delle emissioni al 2030, al 2035 e al 2040. In particolare, si mira a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030, del 65% entro il 2035 e addirittura del 90% entro il 2040. Questi obiettivi sono stati stabiliti per contrastare il cambiamento climatico e ridurre l’impatto ambientale dei trasporti su strada. L’accordo politico raggiunto a gennaio con il Parlamento europeo è stato approvato durante il Consiglio dell’Unione Europea, nel corso del Consiglio Istruzione. Tuttavia, alcuni paesi, tra cui l’Italia, la Polonia e la Slovacchia, hanno votato contro l’accordo, mentre la Repubblica Ceca si è astenuta. Le nuove regole si applicheranno ai veicoli pesanti superiori alle 7,5 tonnellate e agli autobus privati. Per i nuovi autobus urbani, in particolare, è previsto un taglio delle emissioni del 90% entro il 2030 e l’obiettivo di emissioni zero entro il 2035. Inoltre, nel 2027 l’Unione Europea condurrà una valutazione intermedia degli obiettivi stabiliti. Una richiesta tedesca ha portato all’aggiunta di un considerando al testo concordato con il Parlamento. Questo considerando vincola la Commissione europea a valutare l’opportunità di introdurre una metodologia per la registrazione di veicoli commerciali pesanti che funzionano esclusivamente con carburanti neutri in termini di CO2, entro un anno dall’entrata in vigore del provvedimento.

REPUBBLICA – L’IMPATTO DELL’AGRICOLTURA SULL’INQUINAMENTO IN LOMBARDIA E’ PARAGONABILE A URBANIZZAZIONE, INDUSTRIA E TRASPORTI

Uno studio del Politecnico di Milano pubblicato sulla rivista Chemosphere ha rivelato che l’impatto dell’agricoltura sull’inquinamento da polveri sottili (PM2.5) in Lombardia è paragonabile a quello di altre fonti note come l’urbanizzazione, l’industria e i trasporti. Lo studio ha quantificato l’effetto dei terreni agricoli sulla distribuzione spaziale del PM2.5, dimostrando che esso è responsabile di picchi di inquinamento più intensi rispetto alle zone industriali e urbane, seppur con una durata limitata nel tempo. Le colture più inquinanti risultano essere i cereali e il mais, mentre l’impatto delle risaie è stato giudicato trascurabile. Lo studio è stato condotto utilizzando un framework innovativo e un modello data-driven che ha permesso di valutare l’impatto delle diverse destinazioni d’uso del territorio con una sensibilità molto maggiore rispetto ai modelli pre-esistenti. I dati satellitari e di modelli atmosferici del programma Copernicus sono stati utilizzati insieme al database open access di uso del suolo e del sistema informativo agricolo di Regione Lombardia. L’analisi è stata condotta con un innovativo sistema di GEOAI (Geomatics and Earth Observation Artificial Intelligence) che ha permesso di catturare e interpretare le dinamiche spaziali a livello locale. Questo nuovo approccio permetterà in futuro di generare evidenza rispetto alle concentrazioni di inquinante correlabili a specifiche attività agricole, come spandimenti e concimazioni. Lo studio è stato finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del progetto di ricerca D-DUST (Data-driven moDelling of particUlate with Satellite Technology aid). Responsabili del progetto sono la prof.ssa Maria Brovelli e l’ing. Daniele Oxoli del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con altri ricercatori dell’Università degli Studi dell’Insubria. Le implicazioni di questo studio sono significative. Da un lato, dimostrano che l’agricoltura è una fonte di inquinamento da PM2.5 che non può essere ignorata. Dall’altro, l’utilizzo di nuovi modelli e tecnologie come la GEOAI può aiutare a identificare le cause specifiche dell’inquinamento e a sviluppare soluzioni mirate per ridurlo.

L’INDIPENDENTE – LE AZIENDE CHE INQUINANO L’AMBIENTE AVRANNO UN RUOLO CHIAVE PER “RIPULIRLO” GUADAGNANDOCI SOPRA

L’Unione Europea ha approvato il Net-Zero Industry Act, un piano per accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette di gas serra. Il piano include misure per promuovere la produzione di energia rinnovabile e lo sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Le compagnie petrolifere e del gas saranno chiamate a giocare un ruolo chiave nello sviluppo della CCS. L’UE si aspetta che queste aziende investano in questa tecnologia, che è ancora in fase di sviluppo, e che la utilizzino per catturare le emissioni di carbonio dai loro impianti. La decisione di affidare alle compagnie fossili lo sviluppo della CCS ha sollevato diverse critiche. Alcune organizzazioni ambientaliste hanno accusato l’UE di “greenwashing”, sostenendo che questa scelta non farà altro che prolungare la dipendenza dai combustibili fossili. Altri critici hanno sottolineato il rischio che le compagnie fossili utilizzino la CCS per continuare a estrarre e produrre combustibili fossili. In effetti, la CCS potrebbe essere utilizzata per compensare le emissioni di carbonio generate da queste attività, consentendo alle compagnie fossili di continuare a operare come se nulla fosse. L’UE ha respinto queste critiche, affermando che la CCS è uno strumento necessario per raggiungere la neutralità climatica. L’UE ha inoltre sottolineato che le compagnie fossili saranno soggette a normative rigorose per garantire che la CCS sia utilizzata in modo responsabile. I punti chiave del piano dell’UE: Obiettivo: creare 50 milioni di tonnellate di capacità annuale di stoccaggio del carbonio entro il 2030. Finanziamenti: l’UE investirà 8 miliardi di euro nella CCS nei prossimi anni. Ruolo delle compagnie fossili: le compagnie fossili saranno tenute a contribuire a finanziare lo sviluppo della CCS e a utilizzarla per catturare le emissioni di carbonio dai loro impianti. Norme: le compagnie fossili saranno soggette a normative rigorose per garantire che la CCS sia utilizzata in modo responsabile.

AGI – RECORD DI EMISSIONI GLOBALI DI C02 NEL 2023 (MA LA CRESCITA RALLENTA)

Le emissioni di anidride carbonica legate all’energia hanno raggiunto un livello record nel 2023, ma la crescita è rallentata rispetto agli anni precedenti grazie all’espansione delle tecnologie pulite. Lo ha annunciato l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie). Le emissioni di CO2 sono cresciute dell’1,1% nel 2023, con un incremento di 410 milioni di tonnellate, per un totale di 37,4 miliardi di tonnellate. Nel 2022 l’aumento era stato di 490 milioni di tonnellate. Secondo l’Aie, senza tecnologie come i pannelli solari, le turbine eoliche, l’energia nucleare e le auto elettriche, l’aumento globale delle emissioni di CO2 legate all’energia negli ultimi cinque anni sarebbe stato tre volte superiore. Oltre il 40% dell’aumento delle emissioni di carbonio è stato causato da gravi siccità in Cina, Stati Uniti, India e altrove, che hanno ridotto la produzione idroelettrica e costretto le aziende a ricorrere ai combustibili fossili. Nel 2023 le emissioni di anidride carbonica sono aumentate in Cina e in India, mentre le economie avanzate hanno registrato un calo record, nonostante la crescita economica. Le loro emissioni sono scese a un minimo di 50 anni, con la domanda di carbone ai livelli più bassi dai primi anni del 1900. Per la prima volta l’anno scorso, almeno la metà dell’energia generata nelle economie avanzate proveniva da fonti a basse emissioni come le energie rinnovabili e il nucleare. “Il rallentamento della crescita delle emissioni nel 2023 è un’indicazione incoraggiante, ma non è ancora abbastanza”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie. “Dobbiamo continuare a accelerare la transizione verso un sistema energetico più pulito e sostenibile per evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico”.

ANSA – PUBBLICATO L’ELENCO DEI SITI IDONEI AL DEPOSITO DELLE SCORIE NUCLEARI

Il Ministero dell’Ambiente ha reso noti i siti idonei per il deposito nazionale delle scorie nucleari, inclusi nella Carta Nazionale delle Aree Idonee. Elaborata da Sogin e Isin, la mappa indica 51 possibili località. Entro 30 giorni, enti territoriali e strutture militari potranno candidare ulteriori aree idonee. Anche enti locali non citati possono richiedere la rivalutazione del proprio territorio. La Cnai è il risultato di criteri di sicurezza, come distanza da zone vulcaniche, sismiche e insediamenti civili. Più siti in Lazio (21) e Puglia/Basilicata (15), con 5 zone definite su 6 regioni: Piemonte (5), Lazio (21), Sardegna (8), Puglia/Basilicata (15), Sicilia (2). La lista definitiva, frutto di consultazioni pubbliche, rispetta criteri di sicurezza e varie esclusioni, come aree protette o ad alto valore storico. Sogin ha perfezionato l’elenco, escludendo 16 siti rispetto alla lista iniziale di 67.

ILFATTOQUOTIDIANO – IARC CLASSIFICA I PFAS COME “SOSTANZE CERTAMENTE CANCEROGENE”

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato i Pfas, sostanze perfluoroalchiliche, come cancerogeni per l’uomo. In particolare, l’acido perfluoroottanoico (PFOA) è stato inserito nel gruppo 1 delle sostanze che possono causare tumori, mentre l’acido perfluoroottansulfonico (PFOS) è stato classificato come “possibilmente” cancerogeno, nel gruppo 2B. Questa decisione, che sarà pubblicata sulla rivista Lancet Oncology, ha importanti conseguenze per i procedimenti penali e civili in corso in Italia e in altri Paesi per l’inquinamento da Pfas. In Italia, in particolare, è in corso un processo a carico di 15 manager della società Miteni di Trissino (Vicenza), accusati di aver inquinato la falda acquifera del Veneto con Pfas. La nuova classificazione dei Pfas da parte dell’IARC rende più probabile la condanna dei manager, in quanto dimostra che l’esposizione a queste sostanze può causare il cancro. I Pfas sono sostanze chimiche sintetiche utilizzate in una vasta gamma di prodotti, tra cui rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio e prodotti per la cura personale. Sono stati collegati a una serie di problemi di salute, tra cui il cancro, i problemi riproduttivi e lo sviluppo neurologico. La nuova classificazione dei Pfas da parte dell’IARC è un importante passo avanti nella comprensione dei rischi per la salute associati a queste sostanze.

L’INDIPENDENTE – IN EUROPA 253MILA MORTI L’ANNO PER L’INQUINAMENTO: 1 SU 5 IN ITALIA

L’inquinamento atmosferico è ancora un grave problema per la salute pubblica in Europa, e in particolare in Italia. Secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), nel 2021 l’esposizione al particolato fine (PM 2,5) ha provocato in Europa 253.000 morti, di cui quasi 47.000 in Italia. Il PM 2,5 è una miscela di particelle solide e liquide che si trovano nell’aria. Può penetrare nelle profondità dei polmoni e causare una serie di problemi di salute, tra cui malattie cardiovascolari, respiratorie e respiratorie croniche. L’Italia è al penultimo posto per decessi causati dallo smog, preceduta solamente dalla Polonia. Le regioni più colpite sono il Nord Italia, in particolare la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Il rapporto dell’EEA sottolinea che la concentrazione di PM 2,5 nell’aria è ancora il principale rischio ambientale per la salute per tutti quei cittadini europei che vivono nelle aree urbane.

CLIMA

GREENREPORT – SCIENCE: UN TERZO DELLA POPOLAZIONE URBANA CINESE RISCHIA DI SPROFONDARE

Uno studio pubblicato su Science, condotto da un team di oltre 50 ricercatori cinesi guidati da Zurui Ao della South China Normal University, ha rivelato che circa il 40% del territorio delle principali città cinesi sta sperimentando un cedimento del terreno da moderato a grave, aumentando così il rischio di inondazioni per una vasta popolazione. Utilizzando osservazioni satellitari, il team ha analizzato 82 grandi città cinesi, scoprendo che il 45% del terreno urbano si sta abbassando più velocemente di 3 millimetri all’anno e il 16% si sta abbassando più velocemente di 10 millimetri all’anno, interessando rispettivamente il 29% e il 7% della popolazione urbana. La subsidenza del terreno sembra essere associata a diversi fattori, tra cui il prelievo delle acque sotterranee e il peso degli edifici. A causa di questo fenomeno combinato con l’innalzamento del livello del mare, entro il 2120 si prevede che dal 22% al 26% dei territori costieri cinesi – abitati dal 9% all’11% della popolazione costiera – sarà sotto il livello del mare. Questo studio è stato commentato da esperti come Robert Nicholls del Tyndall Center for Climate Change Research dell’University of East Anglia e Manoochehr Shirzaei del Virginia Tech National Security Institute e dell’Institute for Water, Environment and Health dell’United Nations University. Nicholls e Shirzaei sottolineano l’importanza di misurare costantemente la subsidenza e sviluppare modelli per prevedere i futuri cambiamenti, considerando tutte le variabili, comprese le attività umane e i cambiamenti climatici. Si stima che l’impatto della subsidenza urbana coinvolga circa 270 milioni di persone in Cina, con oltre 70 milioni che subiscono un cedimento rapido del terreno. Le città costiere, come Tianjin e Shanghai, sono particolarmente vulnerabili, poiché la subsidenza del terreno amplifica gli effetti dell’innalzamento del livello del mare, aumentando il rischio di inondazioni e danni strutturali. Nicholls sottolinea l’importanza di una risposta nazionale e di strategie di mitigazione efficaci, citando esempi come l’interruzione del prelievo delle acque sotterranee a Osaka e Tokyo, che ha contribuito a ridurre significativamente la subsidenza. Tuttavia, è necessario sviluppare ulteriori strategie per affrontare questo problema su vasta scala e collaborare con gli urbanisti per proteggere le città costiere colpite.

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ANSA – NATURE: L’ESTATE 2023 E’ STATA LA PIU’ CALDA DEGLI ULTIMI 2 MILA ANNI

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha rivelato che l’estate del 2023 è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni nell’emisfero settentrionale, segnando quasi 4 gradi in più rispetto all’estate più fredda registrata nello stesso periodo. Questi risultati, ottenuti grazie all’analisi degli anelli di accrescimento degli alberi, indicano un chiaro superamento degli obiettivi stabiliti nell’accordo di Parigi del 2015 per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Secondo Ulf Büntgen, co-autore dello studio, le misurazioni meteorologiche degli ultimi 150 anni potrebbero non essere sufficienti per comprendere appieno l’entità dei cambiamenti climatici. Solo esaminando le ricostruzioni climatiche è possibile contestualizzare adeguatamente i recenti mutamenti climatici di origine antropica. Gli anelli degli alberi hanno rivelato che la maggior parte dei periodi più freddi degli ultimi 2.000 anni è stata causata da grandi eruzioni vulcaniche. Ad esempio, l’estate più fredda mai registrata è stata quella del 536 d.C., che ha seguito proprio una di queste eruzioni, con una temperatura registrata inferiore di 3,93 gradi rispetto all’estate del 2023. D’altro canto, i periodi più caldi sono spesso associati all’influenza di El Niño, un fenomeno climatico che porta a un riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico. Tuttavia, negli ultimi 60 anni, il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra ha intensificato questi eventi. Con El Niño previsto fino all’inizio dell’estate 2024, è probabile che si verifichino nuovi record di temperatura.

WIRED – NATURE: USARE LA FIBRA OTTICA PER RILEVARE I TERREMOTI FUNZIONA

La rivista scientifica Nature ha confermato l’efficacia del progetto sperimentale Meglio (Measuring earthquakes signals gathered with laser interferometry on optic fibers) di Open Fiber, società incaricata di cablare l’Italia, nell’utilizzare la fibra ottica per rilevare i terremoti. Questo approccio innovativo ha suscitato l’interesse della comunità scientifica per il suo potenziale nel migliorare il monitoraggio sismico e aumentare l’efficacia dell’allerta precoce in caso di eventi sismici o tsunami. L’idea di utilizzare la fibra ottica per rilevare i terremoti nasce dall’esigenza di ampliare il monitoraggio sismico e ottenere informazioni da aree non coperte dalla rete tradizionale di sismografi. Attraverso il progetto Meglio, si è cercato di sfruttare la fibra ottica già presente nel territorio italiano come un sensore in grado di rilevare e misurare le onde sismiche in tempo reale. Il principio di funzionamento si basa sull’elasticità della fibra ottica, che subisce variazioni di lunghezza in risposta ai movimenti del terreno causati dai terremoti. Utilizzando interrogatori laser interferometrici posizionati lungo la rete di fibra ottica, è possibile rilevare queste variazioni e identificare gli eventi sismici. La sperimentazione ha dimostrato la capacità del sistema di rilevare terremoti di diverse magnitudini, anche a distanze considerevoli. L’efficacia del progetto è stata confermata da una peer review condotta da specialisti di Nature e da istituzioni come l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e l’Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim). La pubblicazione dei risultati su Nature sottolinea il potenziale di questa tecnica come strumento di monitoraggio sismico permanente e capillare. Il prossimo passo per Open Fiber è quello di trasformare la propria rete nazionale in un grande sensore sismico, sfruttando l’infrastruttura già esistente per ampliare il monitoraggio sismico su tutto il territorio italiano. Questo approccio potrebbe offrire un’alternativa economica e sostenibile rispetto alle tecnologie di monitoraggio tradizionali, grazie al riutilizzo delle infrastrutture esistenti. Attualmente, Open Fiber sta valutando possibili collaborazioni con istituzioni e partner per sviluppare ulteriormente il progetto e implementare una rete nazionale di monitoraggio sismico basata sulla fibra ottica. La complementarità di questa tecnologia con le attrezzature esistenti e la sua sostenibilità la rendono una soluzione promettente per migliorare la sicurezza e la resilienza del territorio italiano di fronte ai rischi sismici.

WIRED – NATURE: LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI STAREBBE RALLENTANDO LA ROTAZIONE TERRESTRE

Uno studio recente pubblicato su Nature ha rivelato un interessante collegamento tra lo scioglimento dei ghiacci polari e il rallentamento della rotazione terrestre. Questo fenomeno, legato al cambiamento climatico, ha implicazioni anche sulla misurazione del tempo. Secondo gli esperti, quando il ghiaccio si scioglie ai poli, la massa terrestre si ridistribuisce, influenzando la velocità angolare del pianeta. Questo rallentamento della rotazione è stato paragonato al movimento di una pattinatrice che rallenta quando estende le braccia o le gambe durante una rotazione. In termini pratici, significa che meno ghiaccio è presente ai poli, più massa si accumula attorno all’equatore. Questo cambiamento nella distribuzione della massa terrestre ha implicazioni anche sulla misurazione del tempo. Attualmente, utilizziamo il Tempo coordinato universale (Utc) per impostare i fusi orari, ma questo tiene conto della rotazione terrestre, che non è costante. Di conseguenza, le due scale temporali divergono lentamente nel tempo, richiedendo l’aggiunta periodica di un “secondo intercalare” per riallinearle. Tuttavia, negli ultimi decenni, la rotazione terrestre è diventata più veloce a causa di vari fattori, compreso lo scioglimento dei ghiacci polari. Secondo lo studio, lo scioglimento dei ghiacci polari ha ritardato la necessità di aggiungere un “secondo intercalare negativo” di circa tre anni, slittando quindi al 2029. Questo significa che il fenomeno ha impedito il previsto aggiornamento del tempo coordinato universale, con conseguenti ripercussioni su sistemi informatici, satellitari e finanziari. Gli esperti sottolineano che lo scioglimento dei ghiacci polari è diventato un fattore significativo nel rallentamento della rotazione terrestre, a causa dell’uso di combustibili fossili e del riscaldamento globale causato dall’attività umana. Il movimento dell’acqua di fusione dai poli verso l’equatore contribuisce ulteriormente a questo rallentamento.

AGI – ONU: IL DECENNIO APPENA TRASCORSO E’ STATO IL PIU’ CALDO MAI REGISTRATO

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite ha rilasciato un rapporto annuale sullo stato del clima, evidenziando un quadro catastrofico. Secondo il rapporto, il decennio appena trascorso è stato il più caldo della storia registrata, con l’anno scorso che ha superato tutti i record precedenti. Le temperature globali hanno raggiunto livelli senza precedenti, le ondate di caldo hanno colpito gli oceani e i ghiacciai hanno subito drammatiche riduzioni. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha dichiarato che il pianeta è “sull’orlo del baratro” e ha sottolineato che la Terra sta lanciando una richiesta di soccorso. Ha inoltre avvertito che l’inquinamento da combustibili fossili sta causando un caos climatico su vasta scala e che i cambiamenti climatici si stanno accelerando. Il rapporto ha confermato che il 2023 è stato l’anno con le temperature più alte mai registrate, concludendo un periodo di dieci anni di record di calore. La temperatura media in prossimità della superficie era di 1,45 gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali, avvicinandosi pericolosamente alla soglia critica di 1,5 gradi concordata negli accordi sul clima di Parigi del 2015. Il capo dell’OMM, Andrea Celeste Saulo, ha definito il rapporto un “allarme rosso per il mondo”, evidenziando che i record di calore sono stati battuti e distrutti in modo significativo. In particolare, le ondate di caldo marino hanno colpito quasi un terzo degli oceani globali in una giornata media, con conseguenze negative sugli ecosistemi marini e sulle barriere coralline. I ghiacciai hanno subito la più grande perdita di ghiaccio registrata dalla metà del secolo scorso, con scioglimento estremo sia in Nord America che in Europa. L’estensione del ghiaccio marino antartico è stata la più bassa mai registrata, con un livello del mare che ha raggiunto il punto più alto mai registrato dal 1993. Questi cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova le popolazioni di tutto il mondo, alimentando eventi meteorologici estremi, inondazioni e siccità, che provocano spostamenti di massa e aumentano la perdita di biodiversità e l’insicurezza alimentare. Il rapporto sottolinea che la crisi climatica è la sfida decisiva che l’umanità deve affrontare e che è strettamente intrecciata con la crisi della disuguaglianza.

WIRED – NATURE: NEI PROSSIMI 10 ANNI IL GHIACCIO DELL’ARTICO POTREBBE SPARIRE (PER QUALCHE GIORNO)

Secondo uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Nature Reviews Earth & Environment, entro i prossimi 10 anni il ghiaccio marino dell’Artico potrebbe scomparire quasi completamente per alcuni giorni durante l’estate. Questo fenomeno, senza precedenti negli ultimi 80.000 anni, è attribuito alla crisi climatica provocata dalle attività umane e potrebbe avere conseguenze gravi sul clima globale e sui sistemi ecologici della regione. L’Artico sta già vivendo una drastica riduzione del suo ghiaccio marino. Negli ultimi 40 anni, la superficie media del ghiaccio estivo è diminuita da 5,5 milioni di chilometri quadrati negli anni Ottanta del Novecento a 3,3 milioni di chilometri quadrati tra il 2015 e il 2023. Senza un deciso abbassamento delle emissioni inquinanti, potremmo assistere a una riduzione ulteriore, con una superficie inferiore a 1 milione di chilometri quadrati entro il 2030. Gli scienziati avvertono che, con il livello attuale di emissioni di metano e combustibili fossili, l’assenza di ghiaccio estivo potrebbe estendersi a tutto il mese di settembre tra il 2035 e il 2067 e potrebbe verificarsi anche tra maggio e gennaio entro il 2100, in uno scenario ad alte emissioni. La trasformazione dell’Artico da un ambiente “bianco” a uno “blu” avrebbe conseguenze significative. Gli animali dell’Artico rischierebbero di perdere il loro habitat, le coste sarebbero più soggette all’erosione a causa dell’intensificarsi delle onde e il riscaldamento globale aumenterebbe ulteriormente senza il ghiaccio artico che riflette le radiazioni solari. Tuttavia, gli studiosi sottolineano che se si riuscisse a ridurre drasticamente le emissioni di CO2, il ghiaccio marino potrebbe tornare ai livelli precedenti entro un decennio, anche se si fosse già sciolto del tutto. Questa prospettiva sottolinea l’importanza di agire con urgenza per mitigare i cambiamenti climatici e proteggere l’ecosistema dell’Artico.

AGI – L’ETNA STA “SCIVOLANDO” NEL MEDITERRANEO

Si è conclusa dopo 13 giorni la spedizione scientifica Meteor M198, guidata dal Centro di ricerca oceanografica Geomar di Kiel (Germania) e con la partecipazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). La missione ha esplorato i fondali marini al largo di Catania per acquisire nuove conoscenze sul movimento del fianco sud-orientale dell’Etna, che si sposta verso il Mar Ionio. “L’Ingv monitora da tempo i lenti spostamenti dell’Etna”, spiega Alessandro Bonforte, ricercatore Ingv a bordo della Meteor M198. “Non sono generalmente pericolosi, ma in alcuni casi possono diventare più consistenti e causare frane sottomarine o terremoti.” Obiettivo: comprendere se il fianco scivola come blocco unico o in più porzioni. L’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa, non si limita a eruttare lava e cenere. Da anni, gli scienziati monitorano i suoi lenti ma progressivi movimenti, che interessano anche la parte sommersa del vulcano. Un team di ricercatori internazionali, guidato dal Centro di ricerca oceanografica Geomar di Kiel (Germania) e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha utilizzato un approccio multidisciplinare per studiare questo fenomeno. Oltre a raccogliere campioni di roccia e sedimenti, i ricercatori hanno impiegato sonar multibeam, droni subacquei e una rete di sensori acustici per mappare il fondale marino e calcolare i movimenti del vulcano. Le prime analisi hanno già rivelato la deformazione attiva della faglia di Acitrezza fino a 1200 metri di profondità. Inoltre, l’installazione di due piezometri ha permesso di monitorare le variazioni di pressione e temperatura dei fluidi all’interno del vulcano.

LEGGO – ITALIA: NEL 2100 MARI SU DI 75 CM E PIL A -4.5%

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, ha stimato gli effetti economici dell’innalzamento del livello del mare sulle regioni europee. In uno scenario peggiore, in cui le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare e non verranno prese misure per proteggere le coste, l’Italia sarebbe una delle nazioni più colpite. Il livello del mare aumenterebbe di 75 centimetri entro il 2100, causando perdite economiche per 37,8 miliardi di euro, pari al 4,43% del PIL nazionale. Le regioni più colpite sarebbero Veneto ed Emilia-Romagna, che perderanno rispettivamente il 20,84% e il 10,16% del PIL. I due territori, che nel 2015 hanno contribuito al 18,32% del PIL italiano totale, ospitano importanti attività economiche, come l’industria, il turismo e l’agricoltura. Il meridione italiano, invece, sarebbe meno colpito dalle inondazioni e potrebbe beneficiare dello spostamento degli impianti e della popolazione. Oltre all’Italia, le aree europee più a rischio sarebbero nel mar Baltico, sulla costa belga, nella Francia occidentale e in Grecia. Per l’intera Unione Europea, l’innalzamento del livello del mare potrebbe comportare danni economici per 872 miliardi di euro. Gli autori dello studio sottolineano che è necessario attuare politiche economiche specifiche per ogni regione, in modo da affrontare i possibili impatti dell’innalzamento delle acque e limitare i danni. In particolare, sarebbero necessari investimenti mirati nella logistica, nei servizi pubblici e nell’edilizia per mitigare le perdite economiche.

IDEALISTA – LO STUDIO UNESCO SUL RITIRO DEI GHIACCIAI NEL 21ESIMO SECOLO

Uno studio dell’UNESCO sui ghiacciai protetti in tutto il mondo ha rilevato che questi si stanno ritirando a un ritmo accelerato, con perdite stimate di diverse centinaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio dal 2000. I siti più colpiti dalla fusione sono stati i parchi di Kluane, Wrangell-Saint Elias, Glacier Bay e Tatshenshini-Alsek in Alaska, Stati Uniti, e Canada, il fiordo glaciale di Ilulissat in Groenlandia e la calotta glaciale di Vatnajökull in Islanda. Il ghiacciaio più grande delle Alpi, situato nella regione di Jungfrau-Aletsch in Svizzera, è il nono sito più colpito nella lista, con una perdita netta di 7 miliardi di tonnellate di ghiaccio in vent’anni. I ghiacciai sono risorse cruciali per la Terra, poiché soddisfano i bisogni vitali di acqua per la metà dell’umanità. Inoltre, spesso hanno importanza culturale e turistica per le comunità locali. Le analisi satellitari mostrano che i ghiacciai designati come siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO stanno attualmente perdendo in media circa 58 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, contribuendo a circa il 5 percento dell’innalzamento del livello del mare. Secondo l’UNESCO, proiezioni indicano che i ghiacciai in un terzo dei siti designati scompariranno entro il 2050, indipendentemente dallo scenario climatico applicato.

ILMETEO – TERREMOTI DA GELO DIVENTANO SEMPRE PIU’ FREQUENTI

Un nuovo studio condotto dall’Università di Oulu in Finlandia e dal Geological Survey of Finland ha rilevato un significativo incremento dei terremoti da gelo nelle zone polari, associato al cambiamento climatico. Conosciuti come “criosismi”, questi eventi sismici sono scatenati dal rapido congelamento dell’acqua nel suolo durante le condizioni invernali estreme. Contrariamente alla precedente supposizione, le principali fonti di questi terremoti non sono le strade, ma le zone umide e i canali di drenaggio. Elena Kozlovskaya, docente di geofisica applicata presso l’Università di Oulu, ha rivelato che paludi e aree con falde acquifere alte sono state le principali fonti dei terremoti da gelo durante l’inverno 2022-2023 a Oulu, Finlandia. Questi fenomeni, che possono raggiungere magnitudo fino a 4,5 Richter, si verificano quando l’acqua nel terreno, accumulata durante piogge intense o lo scioglimento della neve nei periodi invernali sempre più caldi, congela rapidamente, causando crepe e scosse. Il cambiamento climatico, con inverni più caldi e precipitazioni intense, sta alimentando questo rischio. “I terremoti da gelo potrebbero diventare più comuni in futuro”, ha affermato Kozlovskaya, sottolineando l’importanza che le autorità locali adottino misure per mitigarne gli effetti. Attraverso reti di monitoraggio sismico installate nella Finlandia settentrionale, i ricercatori hanno identificato i terremoti da gelo durante il 2022-2023. Il freddo improvviso a -20°C, a una velocità di circa un grado all’ora, ha innescato questi eventi. A Oulu, le aree umide vicine alle stazioni sismiche sono risultate i principali punti di origine, mentre a Sodankylä, le fratture del ghiaccio nel fiume Kitinen hanno contribuito ai terremoti.

L’INDIPENDENTE – SULLE ALPI I GHIACCIAI CONTINUANO A RIDURSI

Secondo il quarto report di Legambiente e del Comitato Geologico italiano, la crisi climatica sta colpendo duramente i ghiacciai alpini. Il 2023 è stato un anno record climatico negativo, con picchi di caldo in alta quota, zero termico sulle vette sopra ai 5000 metri e 144 eventi meteorologici estremi registrati nelle regioni alpine da gennaio. Il Ghiacciaio del Belvedere, il più grande del Piemonte, ha perso il 20% della sua superficie dagli anni ‘50 ad oggi e negli ultimi dieci anni ha perso 70 metri di spessore. Anche i ghiacciai dell’Adamello, Lares e Lobbia stanno subendo un ritiro significativo. Il ghiacciaio di Lares ha perso oltre il 50% della superficie in 60 anni. Anche i ghiacciai svizzeri e austriaci, visitati per la prima volta dalla Carovana, si stanno ritirando. Secondo gli ultimi dati di Glamos, la piattaforma di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri, nel 2022 questi hanno perso complessivamente 3,3 km cubi di ghiaccio. Il progressivo ritiro dei ghiacciai sta portando a una significativa trasformazione geomorfologica, con la formazione di numerosi nuovi laghi. In Valle d’Aosta tra il 2006 e il 2015 sono comparsi 170 nuovi laghi glaciali, raddoppiando il numero di quelli esistenti. Sono raddoppiati anche gli eventi di instabilità ad alta quota, con aumento di colate detritiche e frane. Il meteorologo e climatologo Luca Mercalli ha dichiarato che «i dati scientifici lo stanno dimostrando, il 2023 sarà l’anno più caldo in assoluto. Nelle ultime due estati i nostri ghiacciai hanno perso sette metri di spessore». Legambiente e CGI chiedono al governo di accelerare il passo e iniziare ad attuare politiche reali di contrasto alla crisi ecologica e climatica in corso.

EURONEWS – COPERNICUS: IL 2023 E’ STATO L’ANNO PIU’ CALDO MAI REGISTRATO

Secondo il Copernicus climate change service, C3s, le temperature di novembre hanno fatto registrare al pianeta l’autunno boreale più caldo dei tempi moderni. Per l’anno solare in corso, da gennaio a novembre, la temperatura media globale dell’aria superficiale è stata di 1,46 gradi superiore alla media preindustriale del 1850-1900. E di 0,13 gradi in più rispetto alla media degli undici mesi del 2016, l’anno che per ora detiene il record di più caldo. In Europa la temperatura media per il periodo settembre-novembre 2023 è stata di 10,96°C, ovvero 1,43°C sopra la media. Gli scienziati del C3s sostengono che “finché le concentrazioni di gas serra continueranno ad aumentare, non possiamo aspettarci risultati diversi da quelli visti quest’anno. La temperatura continuerà a crescere e così anche l’impatto delle ondate di calore e della siccità. Raggiungere la neutralità carbonica il prima possibile è fondamentale per gestire i rischi climatici”.

ANSA – RIPRENDE A MUOVERSI DOPO QUASI 40 ANNI L’ICEBERG PIÙ GRANDE DEL MONDO

L’iceberg A-23a, il più grande del mondo, è tornato a muoversi dopo quasi 40 anni. Si era staccato dall’Antartide nel 1986, ma era poi rimasto incagliato nel fondale del Mare di Weddell, diventando un’isola di ghiaccio. I primi movimenti sono stati osservati a partire dal 2020, ma nell’ultimo anno ha aumentato la velocità verso Nord e sta ora per superare la punta settentrionale della Penisola Antartica. Secondo gli esperti, che stanno monitorando i suoi spostamenti, la rotta sarà simile a quella degli altri giganti ghiacciati provenienti dal mare di Weddell: sarà quindi catturato dalla Corrente Circumpolare Antartica e proseguirà il suo viaggio entrando nell’Oceano Atlantico meridionale. La ripresa del movimento dell’iceberg è un evento significativo, che evidenzia gli effetti del cambiamento climatico sull’Antartide. La riduzione delle dimensioni dell’iceberg, infatti, potrebbe essere dovuta al riscaldamento delle acque oceaniche, che stanno provocando lo scioglimento dei ghiacci.

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