WIRED – PER LA PRIMA VOLTA E’ STATO COLTIVATO DEL RISO MODIFICATO CON TECNICHE DI EVOLUZIONE ASSISTICA

Questo progetto, denominato Ris8imo, mira a rendere le piante di riso resistenti a una grave infezione fungina, con l’obiettivo di migliorare la produttività agricola e ridurre l’uso di pesticidi

Un progetto innovativo denominato Ris8imo, sviluppato da ricercatori dell’Università Statale di Milano, ha recentemente raggiunto un importante traguardo: la prima coltivazione in campo aperto di riso modificato geneticamente utilizzando le Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea). Questo progetto mira a rendere le piante di riso resistenti a una grave infezione fungina, con l’obiettivo di migliorare la produttività agricola e ridurre l’uso di pesticidi.

Il fungo Pyricularia oryzae, responsabile della malattia nota come brusone, può causare perdite significative nella produzione di riso, fino al 50%. Per affrontare questa sfida, i ricercatori hanno utilizzato le Tea, un insieme di tecniche di editing genetico che consentono di modificare direttamente il genoma delle piante senza l’introduzione di DNA estraneo, come avviene con gli organismi geneticamente modificati (OGM). L’obiettivo è quello di conferire alle piante una maggiore resistenza ai fattori di stress ambientali, come batteri, funghi o siccità, al fine di migliorare le rese agricole e ridurre l’uso di prodotti chimici.

Le piante di riso modificate geneticamente sono state coltivate nei laboratori del dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università Statale di Milano e successivamente trasferite alla risaia di un’azienda agricola nella provincia di Pavia, precisamente presso l’azienda agricola Radice Fossati di Mezzana Bigli.

Secondo Vittoria Brambilla, docente di botanica generale presso l’Università Statale di Milano e coordinatrice del progetto Ris8imo, le piante di riso modificate geneticamente presentano varianti inattivate di tre geni associati alla suscettibilità al brusone. Queste varianti genetiche sono state inserite in modo preciso e controllato utilizzando le Tea, consentendo di conferire alle piante una maggiore resistenza alla malattia.

L’autorizzazione per condurre la sperimentazione in campo aperto è stata ottenuta dopo un lungo processo di approvazione da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Si tratta della prima sperimentazione in Italia di piante Tea autorizzata per la coltivazione in campo aperto.

Roberto Defez, biotecnologo del Cnr di Napoli e consulente della Fondazione Bussolera Branca, ha sottolineato l’importanza dei risultati preliminari ottenuti nei test di laboratorio, che hanno mostrato un aumento della produttività delle piante di riso modificate geneticamente senza la necessità di utilizzare pesticidi. Tuttavia, è necessario condurre ulteriori ricerche per verificare la stabilità e l’efficacia delle piante in diverse condizioni ambientali.

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ILSOLE24ORE – I PANNELLI FOTOVOLTAICI SUI TERRENI AGRICOLI SI POTRANNO INSTALLARE SOLO SE SOLLEVATI DA TERRA

Il governo italiano ha recentemente approvato una legge che vieta l’installazione di pannelli fotovoltaici nei terreni agricoli, ad eccezione di quelli posti a più di due metri da terra, noti come agrivoltaico. Tale divieto è stato approvato durante il Consiglio dei ministri del 6 maggio e rappresenta un compromesso tra il ministero dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente. Il divieto, originariamente annunciato come totale, prevede ora alcune deroghe significative, in particolare per l’agrivoltaico. Questa modalità di installazione, che consente di utilizzare i campi per le coltivazioni mantenendo i pannelli a una distanza di almeno due metri da terra, continuerà a essere consentita. Sebbene più costosa rispetto all’installazione tradizionale a terra, l’agrivoltaico rappresenta l’unico modo per gli agricoltori di produrre energia e ottenere un ritorno economico dagli impianti. Il compromesso è stato raggiunto per favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, in linea con gli obiettivi dell’Italia di triplicare la capacità di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030. Tuttavia, il divieto riguarda solo gli impianti a terra, mentre ci saranno meno limitazioni per quelli posti a più di due metri di altezza. Le critiche al provvedimento non sono mancate, soprattutto da parte delle associazioni degli operatori del fotovoltaico. Alcuni ritengono che il divieto possa comportare un aumento dei costi e un impatto visivo maggiore degli impianti, mentre altri sottolineano che l’area occupata dagli impianti fotovoltaici nei terreni agricoli è attualmente molto limitata, rappresentando solo lo 0,1% del totale.

ADNKRONOS – OLTRE 20MILA LUPI NELL’UE (ITALIA PRIMA)

Il lupo è tornato a popolare i boschi dell’Europa, con una presenza che ha raggiunto oltre 20.300 esemplari nel 2023, distribuiti in tutti e 24 gli Stati membri dell’Unione Europea. Questo dato segna un netto aumento rispetto al 2012, quando la popolazione di lupi dell’UE era stimata a 11.193 esemplari. Il ritorno del lupo, tuttavia, non è uniforme in tutta l’Europa, con alcune regioni che mostrano un maggior numero di individui rispetto ad altre. Secondo un rapporto dettagliato redatto dai servizi della Commissione Europea, intitolato “La situazione del lupo nell’Unione Europea”, la presenza del lupo è particolarmente significativa in 23 Paesi dell’UE, dove sono stati identificati branchi che si riproducono. Questi lupi mancano solo in Irlanda, Cipro e Malta, ma la tendenza è verso un aumento della loro presenza. In particolare, l’Italia si distingue per il maggior numero di lupi, con una popolazione stimata di circa 3.307 esemplari. La crescente popolazione di lupi in Europa ha portato la Commissione Europea a considerare la proposta di abbassare lo status di protezione del lupo da “rigorosamente protetto” a “protetto”. Questa decisione politica è stata influenzata dalla pressione degli agricoltori, che lamentano danni al bestiame causati dall’aumento della presenza di lupi nelle aree rurali. Tuttavia, la proposta ha generato dibattiti e opposizione da parte di alcuni settori della società civile e degli ambientalisti, che temono possibili conseguenze negative sull’ecosistema e sulla conservazione della specie. Il rapporto della Commissione sottolinea che, nonostante l’aumento del numero di lupi, lo stato di conservazione della specie varia nelle diverse regioni biogeografiche dell’UE. Mentre in alcune aree, come la regione Alpina, il suo stato di conservazione è considerato favorevole, in altre regioni è considerato sfavorevole. Ciò suggerisce che esistono sfide significative nella gestione e nella conservazione del lupo in Europa, che richiedono un’attenzione particolare da parte delle autorità competenti. Tra le principali questioni legate alla presenza del lupo in Europa vi sono i conflitti con l’allevamento di bestiame e la sicurezza umana. Sebbene i lupi contribuiscano al controllo delle popolazioni di ungulati selvatici e alla prevenzione di malattie tra il bestiame, causano danni al bestiame domestico, specialmente nelle zone dove le prede naturali sono scarse. Gli attacchi al bestiame, sebbene relativamente rari su larga scala, possono avere un impatto significativo sulle comunità rurali e sull’economia locale. Un’altra preoccupazione è la possibilità di attacchi del lupo all’uomo. Sebbene il rischio di attacchi mortali sia molto basso, esistono casi documentati di aggressioni da parte dei lupi, soprattutto in presenza di individui confidenti o condizionati dall’alimentazione umana. Questi episodi possono generare paura e preoccupazione tra la popolazione, alimentando sentimenti contraddittori riguardo alla presenza del lupo in determinate aree. Nonostante le sfide, la presenza del lupo può anche rappresentare un’opportunità per lo sviluppo del turismo ecologico e la sensibilizzazione sull’importanza della conservazione della fauna selvatica. Il turismo legato al lupo può generare reddito nelle comunità rurali e promuovere la coesistenza pacifica tra l’uomo e il lupo, contribuendo così alla conservazione della specie e alla salvaguardia degli ecosistemi naturali.

ANSA – UNESCO: 2,2 MILIARDI DI PERSONE SENZA ACQUA POTABILE

Secondo un nuovo rapporto pubblicato dall’UNESCO in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, intitolato ‘L’acqua per la pace’, attualmente 2,2 miliardi di persone nel mondo vivono senza accesso all’acqua potabile sicura, mentre 3,5 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari adeguati. L’UNESCO avverte che l’obiettivo delle Nazioni Unite di garantire l’accesso all’acqua per tutti entro il 2030 è ancora lontano dall’essere raggiunto e esprime preoccupazione per il rischio che tali disuguaglianze possano aumentare ulteriormente nel tempo. Per preservare la pace, gli Stati devono intensificare la cooperazione internazionale e gli accordi transfrontalieri, secondo quanto dichiarato dalla direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay. Il rapporto evidenzia che tra il 2002 e il 2021 la siccità ha colpito più di 1,4 miliardi di persone, con una crescente prevalenza di gravi carenze idriche. Dal 2022, circa la metà della popolazione mondiale ha sperimentato una grave scarsità d’acqua per almeno parte dell’anno, mentre un quarto ha dovuto affrontare livelli estremamente elevati di stress idrico.

SCENARIECONOMICI – PAESI UE RADDOPPIANO IL PAGAMENTO ALLA RUSSIA PER IL COMBUSTIBILE NUCLEARE

L’Unione Europea ha registrato un significativo aumento nei pagamenti per il combustibile nucleare russo nel 2023, raddoppiando gli importi rispetto all’anno precedente. Secondo un’analisi delle operazioni commerciali transfrontaliere, i Paesi dell’UE hanno erogato oltre 500 milioni di euro alla filiale della Rosatom, la società nucleare statale russa. Questo aumento è stato accompagnato da una crescita fisica delle importazioni, passando da 314 a 573 tonnellate di combustibile nucleare. I dati commerciali dell’UE indicano che le importazioni riguardano 19 reattori di progettazione sovietica o russa situati in cinque Stati membri. Questi includono centrali nucleari in Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Ungheria e Finlandia. La dipendenza da Mosca per il combustibile nucleare mette questi Paesi in una posizione vulnerabile, anche se attualmente non ci sono sanzioni o divieti sulle forniture nucleari dalla Russia. L’aumento delle importazioni è stato attribuito principalmente alla volontà dei gestori delle centrali nucleari dell’UE di accumulare scorte in risposta alle tensioni geopolitiche, temendo interruzioni future delle forniture. Ad esempio, la Repubblica Ceca ha quasi raddoppiato le sue forniture russe, passando da 90 a 199 tonnellate nel 2023. Tale strategia è stata motivata dalla dipendenza del Paese dal combustibile russo per il 40% della sua produzione di elettricità e dalle relazioni tese con la Russia. Anche la Slovacchia ha registrato un aumento significativo delle importazioni, quasi triplicandole nel 2023. Questo incremento potrebbe essere dovuto al completamento di un nuovo reattore e alla necessità di accumulare scorte per affrontare il futuro. L’Ungheria ha mantenuto volumi simili di acquisti di combustibile rispetto agli anni precedenti, mentre la Finlandia ha ridotto le sue importazioni quasi della metà. Tuttavia, la Bulgaria non ha fornito dati sulle proprie importazioni di combustibile nucleare. Si prevede che il Paese inizierà a cambiare i suoi fornitori e adottare combustibile Westinghouse per alcune delle sue centrali nucleari.

ITALIAOGGI – VIA LIBERA DELL’UE A 1,1 MILIARDI DI AIUTI ALL’ITALIA PER LA “TRANSIZIONE VERDE”

La Commissione europea ha dato il via libera a un regime di aiuti di Stato dell’Italia del valore di 1,1 miliardi di euro per sostenere gli investimenti destinati alla produzione di attrezzature necessarie per facilitare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, in sintonia con gli obiettivi del Green Deal. Tale misura, parzialmente finanziata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), favorirà aziende che operano nel settore delle batterie, dei pannelli solari, delle turbine eoliche, delle pompe di calore, degli elettrolizzatori, nonché dei dispositivi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio e delle componenti e delle materie prime essenziali per la fabbricazione di tali attrezzature. Gli aiuti saranno concessi sotto forma di sovvenzioni dirette. Il regime approvato dalla Commissione fa parte del quadro temporaneo di crisi e transizione per gli aiuti di Stato, adottato il 9 marzo 2023 e modificato il 20 novembre 2023, al fine di sostenere misure nei settori chiave per accelerare la transizione verde e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’Italia ha notificato alla Commissione un regime da 1,1 miliardi di euro per sostenere investimenti finalizzati alla produzione di attrezzature, componenti e materie prime essenziali per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette. Questa misura, che sarà parzialmente finanziata attraverso il PNRR, prevede l’erogazione di aiuti sotto forma di sovvenzioni dirette. Il massimo importo dell’aiuto per beneficiario sarà di 150 milioni di euro, cifra che potrà essere aumentata fino a 200 milioni di euro per i beneficiari situati in regioni ammissibili agli aiuti a norma dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e a 350 milioni di euro per i beneficiari situati in regioni ammissibili agli aiuti a norma dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera a). Gli aiuti saranno destinati alle imprese che producono attrezzature quali batterie, pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore, elettrolizzatori, nonché strumenti per la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio, insieme alle componenti essenziali progettate e principalmente utilizzate come fattori di produzione per la fabbricazione di tali attrezzature o le relative materie prime necessarie. La Commissione ha valutato che il regime italiano rispetta le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi e transizione. Gli aiuti incentiveranno la produzione di attrezzature per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e saranno concessi entro il 31 dicembre 2025.

CORRIERE – INIZIATI I LAVORI DEL PRIMO TUNNEL SOTTOMARINO IN ITALIA

Oggi sono iniziati i lavori del primo tunnel sottomarino in Italia, situato a Genova. Si tratta di un progetto monumentale, destinato a diventare il più grande in Europa per diametro e il quarto al mondo. L’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, ha presentato il progetto durante una cerimonia che ha segnato l’avvio ufficiale dei lavori, con la demolizione di un capannone di 25.000 metri quadrati. Il tunnel, lungo 3,5 chilometri, sarà quasi alla pari con il progetto del ponte sullo stretto di Messina, lungo 3,6 chilometri. I veicoli potranno viaggiare fino a 70 km/h attraverso questa nuova infrastruttura. L’opera rappresenta la principale soluzione per compensare il crollo del Ponte Morandi e fa parte dell’accordo tra Autostrade per l’Italia, il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Liguria, il Comune e l’Autorità di sistema portuale. Il primo passo dei lavori è stato la demolizione di un magazzino nell’area portuale di San Benigno, dove inizierà lo scavo per ospitare la grande macchina che realizzerà il tunnel. Il costo dell’opera è stimato intorno al miliardo di euro, superiore ai 700 milioni preventivati a causa degli aumenti dei costi delle materie prime. Si prevede un impegno di 5 anni per completare i lavori. Il percorso del tunnel seguirà l’asse ponente-levante e arriverà alla Foce, a levante, in viale Brigate Partigiane, vicino all’area della Fiera dove si tiene il Salone Nautico. Sarà costituito da due gallerie principali separate, una per ogni direzione di marcia, con un diametro esterno di scavo di 16 metri, raggiungendo una profondità massima di -45 metri. L’apertura al traffico è prevista per agosto 2029. Tomasi ha sottolineato l’eccellenza ingegneristica del progetto, evidenziando anche le tecnologie avanzate per la sicurezza. Ha inoltre enfatizzato il rapido iter autorizzativo, completato in meno di un anno. L’entrata in funzione del tunnel porterà a un risparmio di oltre 1 milione di ore di viaggio all’anno, con benefici significativi anche in termini ambientali, tra cui la creazione di 10 ettari di nuovi parchi urbani a Genova, con percorsi ciclopedonali.

SCENARIECONOMICI – LA SCOPERTA DI NUOVI ISOTOPI APRE LA STRADA ALLA CONFERMA DEI “NUMERI MAGICI” DELLA FISICA NUCLEARE

Un team di scienziati cinesi dell’Istituto di Fisica Moderna (IMP) dell’Accademia Cinese delle Scienze (CAS), insieme a collaboratori, ha annunciato la scoperta di due nuovi isotopi, l’osmio-160 e il tungsteno-156. Questa scoperta apre le porte a una maggiore comprensione dell’architettura dei nuclei atomici e potrebbe contribuire alla conferma dei “numeri magici” della fisica nucleare, portando così alla definizione di nuovi isotopi stabili della materia. L’esperimento è stato condotto presso il separatore a rinculo riempito di gas-Spectrometer for Heavy Atoms and Nuclear Structure (SHANS), situato presso la Heavy Ion Research Facility di Lanzhou, in Cina. Utilizzando la reazione di evaporazione per fusione, i ricercatori hanno sintetizzato per la prima volta l’osmio-160 e il tungsteno-156. Secondo quanto riportato nello studio pubblicato su Physical Review Letters e segnalato come Editors’ Suggestion, l’osmio-160 emette particelle α, mentre il tungsteno-156 è un emettitore di β+ con un tempo di dimezzamento di 291 ms. Il Dr. Yang Huabin dell’IMP, primo autore dell’articolo, ha dichiarato che la tendenza osservata nel tasso di decadimento degli isotopi indica un rafforzamento della chiusura del guscio di 82 neutroni verso la linea di decadimento del protone. Questo sostiene l’idea di un potenziale nucleo doppiamente “magico”, come il piombo-164, che potrebbe essere stabile con 82 protoni e 82 neutroni. I “numeri magici” nella fisica nucleare indicano i numeri di protoni o neutroni che rendono un nucleo atomico particolarmente stabile. Questi numeri includono tradizionalmente 8, 20, 28, 50, 82 e 126. La scoperta di nuovi isotopi mira a confermare l’esistenza di numeri magici più elevati. Lo studio, condotto in collaborazione con diverse istituzioni accademiche cinesi, ha importanti implicazioni teoriche e pratiche. La maggiore stabilità dei nuovi isotopi potrebbe portare a nuove scoperte nel campo della fisica nucleare e potrebbe avere applicazioni pratiche in settori come la medicina nucleare e la produzione di energia. La ricerca è stata pubblicata su Physical Review Letters sotto il titolo “Scoperta di nuovi isotopi 160Os e 156W: rivelazione di una maggiore stabilità della chiusura della conchiglia N=82 sul lato privo di neutroni” e ha visto la collaborazione di diverse istituzioni accademiche cinesi.

L’ADIGE – IN TRENTINO POTRANNO ESSERE ABBATTUTI FINO A 8 ORSI ALL’ANNO

La giunta provinciale di Trento ha approvato un disegno di legge che permetterà l’uccisione di un massimo di otto orsi all’anno per i prossimi tre anni, per un totale di 24 esemplari. La decisione, presa durante una riunione a Primiero, è stata annunciata oggi, 19 gennaio. Secondo il presidente della Provincia, Maurizio Fugatti, l’abbattimento massimo di otto orsi all’anno è stato concordato con il governo e si basa su accordi preesistenti. L’obiettivo è garantire la sicurezza pubblica e la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi. Il disegno di legge è stato giustificato come una misura necessaria per evitare il rischio di inversione del trend della popolazione di orsi, come indicato nel documento tecnico dell’Ispra. Questo prevede il prelievo di un massimo di due femmine riproduttive all’anno, nell’ambito di un totale di otto orsi, compresi subadulti e adulti di entrambi i sessi. La decisione ha suscitato polemiche da parte del Wwf, che la definisce “anti-scientifica”, ma la giunta provinciale sostiene che sia necessaria per garantire la coesistenza dell’uomo e dell’orso nelle aree montane.

BYOBLU – LO STUDIO CHE METTE IN DISCUSSIONE L’UTILITA’ DEGLI ABBATTIMENTI DI ALBERI PER CONTRASTARE LA XILELLA

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Phytopatology” mette in discussione l’utilità degli abbattimenti di alberi disposti dall’UE per contrastare la Xylella. Dall’inizio dell’emergenza nel 2015, migliaia di alberi sani, alcuni secolari, sono stati tagliati nel raggio di 50 metri da ogni pianta risultata positiva al batterio. La ricerca, condotta dalla geografa Margherita Ciervo e dal batteriologo Marco Scortichini, si basa su dati del monitoraggio eseguito dalla regione Puglia tra il 2013 e il 2023. I dati dimostrano che l’incidenza del batterio nelle zone di contenimento e cuscinetto a nord dell’area infetta è molto bassa, tra lo 0,06% e lo 0,70% del totale delle piante campionate. In altre parole, la maggior parte degli alberi abbattuti non era infetta o lo era in maniera trascurabile. Inoltre, su 4470 ulivi con sintomi di disseccamento esaminati nel 2021-2022, solo il 3,21% è risultato positivo alla Xylella. Alla luce di questi dati, gli autori dello studio chiedono di eliminare la norma che impone l’abbattimento di tutte le piante ospiti nel raggio di 50 metri da un albero positivo. “Una tale implementazione potrebbe salvare molti olivi centenari e monumentali e il paesaggio straordinario a cui contribuiscono”, affermano Ciervo e Scortichini.

MONDO

SCENARIECONOMICI – L’EUROPA HA SOSTITUITO LA DIPENDENZA DAL GAS RUSSO CON QUELLA DA FERTILIZZANTE RUSSO

L’Europa si trova ad affrontare una nuova dipendenza, questa volta dai fertilizzanti russi, in sostituzione della precedente dipendenza dal gas russo. Questi fertilizzanti sono prodotti utilizzando un’energia a basso costo. Questa situazione solleva preoccupazioni poiché l’Europa si ritrova ora a dipendere da una fonte russa anche per l’approvvigionamento di sostanze vitali per l’agricoltura. Il CEO di Yara International, il principale produttore di fertilizzanti in Europa, ha sottolineato che l’Europa sta gradualmente diventando eccessivamente dipendente dai fertilizzanti russi. Questa preoccupazione è emersa dopo che Yara ha drasticamente ridotto la sua produzione lo scorso anno. Inoltre, le politiche volte alla sostenibilità ambientale promosse a Bruxelles potrebbero minare ulteriormente la stabilità della produzione di fertilizzanti in Europa prima ancora di raggiungere gli obiettivi climatici prefissati. Holsether ha confrontato questa situazione con la dipendenza precedente dal gas russo, sottolineando l’ironia di passare ora dalla dipendenza energetica alla dipendenza nell’approvvigionamento di cibo e fertilizzanti. La riduzione della produzione occidentale di fertilizzanti, a causa dell’interruzione dei flussi di gas naturale dalla Russia, ha portato a una maggiore importazione di fertilizzanti russi a basso costo. Yara ha ridotto la sua capacità di produzione di ammoniaca e fertilizzanti nel 2023, principalmente a causa dell’importazione di prodotti russi. Questo ha reso l’Europa sempre più dipendente dall’approvvigionamento esterno per soddisfare le proprie esigenze agricole. Se l’Europa dovesse tentare di eliminare la dipendenza dai fertilizzanti russi, potrebbe affrontare un’altra crisi economica simile a quella del gas. Tuttavia, l’assenza di considerazione delle autorità europee potrebbe portare proprio a questa scelta. Al contrario, sarebbe importante cercare fonti energetiche alternative a basso costo per mantenere la produzione di ammoniaca e fertilizzanti in Europa.

Altre notizie:

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REPUBBLICA – CI SONO 57 AZIENDE CHE EMETTONO L’80% DEI GAS SERRA A LIVELLO MONDIALE

Una recente ricerca condotta dal think tank no-profit londinese InfluenceMap ha rivelato che solo 57 aziende nel mondo sono responsabili dell’80% delle emissioni di gas climalteranti. Queste società operano principalmente nei settori dell’energia e del cemento, e tra di esse figura anche l’italiana Eni. Lo studio si basa sui dati raccolti dalla piattaforma “Carbon Majors”, creata nel 2013 da Richard Heede del Climate Accountability Institute negli Stati Uniti. I dati esaminati coprono un arco temporale significativo, che va dal 1854 al 2022, ma la ricerca si concentra soprattutto sul periodo successivo al 2016, anno in cui sono stati firmati gli accordi di Parigi sul clima. Durante questo periodo, sono state rilasciate nell’atmosfera circa 251 miliardi di tonnellate di CO2. Le aziende di proprietà degli investitori rappresentano il 31% di tutte le emissioni monitorate, con società come Chevron, ExxonMobil e BP tra le principali responsabili. Le società statali, tra cui Saudi Aramco, Gazprom e la National Iran Oil Company, contribuiscono al 33% delle emissioni totali. Il restante 36% è attribuibile agli Stati nazionali, con Cina ed ex Unione Sovietica in cima alla lista dei maggiori responsabili delle emissioni. L’analisi dei dati mostra che dopo gli accordi di Parigi c’è stato un aumento delle emissioni di carbonio legate alla produzione di carbone da parte delle aziende statali e degli Stati nazionali. In particolare, in Asia e nel Medio Oriente, la maggior parte delle aziende ha registrato un aumento delle emissioni durante il periodo 2016-2022. Per quanto riguarda l’Italia, Eni risulta essere la decima società privata per emissioni nel settore del gas e del petrolio a livello globale. Tuttavia, dopo la firma degli accordi di Parigi, l’azienda ha leggermente ridotto la produzione di petrolio, aumentando invece quella di gas. I risultati della ricerca sono stati commentati da Tzeporah Berman, direttrice del programma internazionale di Stand.earth e presidente del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. Berman ha sottolineato che queste aziende hanno realizzato profitti considerevoli negando il problema dei cambiamenti climatici e ritardando la politica climatica. Ha esortato i governi a resistere a queste aziende e ha sottolineato l’importanza di una nuova cooperazione internazionale per porre fine all’espansione dei combustibili fossili e garantire una transizione verso un’economia più sostenibile.

ILSOLE24ORE – LA MAFIA GIAPPONESE VOLEVA COMMERCIALE IN MATERIALE NUCLEARE A SCOPO MILITARE NEGLI USA

Un boss della Yakuza giapponese, Takeshi Ebisawa, è stato arrestato negli Stati Uniti con l’accusa di aver tentato di vendere materiale nucleare a scopo militare. Ebisawa era già stato incriminato nell’aprile 2022 per traffico di armi e droga, ma ora è accusato di un nuovo reato ancora più grave: associazione a delinquere finalizzata al traffico di materiale nucleare dal Myanmar ad altri Paesi. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, i materiali in questione includevano uranio e plutonio arricchito a livello militare. L’indagine è iniziata nel 2020, quando Ebisawa ha contattato agenti sotto copertura dicendo di avere accesso a una grande quantità di materiale nucleare che voleva vendere. In cambio, Ebisawa voleva armi di tipo militare per un gruppo di insorti in Myanmar. Un collaboratore della DEA si è finto un generale iraniano in cerca di materiale per un programma di armi nucleari. Ebisawa si è offerto di fornire al generale del plutonio “ancora migliore” e più potente dell’uranio. Durante gli incontri con i cospiratori, sono stati prodotti campioni del materiale in questione che, secondo un laboratorio nucleare forense statunitense, contenevano livelli rilevabili di uranio, torio e plutonio per armi. “L’imputato è accusato di aver cospirato per vendere materiale nucleare di grado militare e narcotici letali dalla Birmania e di aver acquistato armi militari per conto di un gruppo di insorti armati”, ha dichiarato l’Assistente Procuratore Generale Matthew G. Olsen. “È agghiacciante immaginare le conseguenze se questi sforzi fossero andati a buon fine”.

ANSA – L’UE DEVE PREPARARSI ALLO SCENARIO PEGGIO SULLE FORNITE DI GAS RUSSO

Un documento interno della Commissione Europea ha sollevato l’allarme riguardo alle forniture di gas russo, suggerendo che l’Unione Europea dovrebbe prepararsi per lo scenario peggiore in vista della scadenza dell’accordo di transito tra Mosca e Kiev alla fine dell’anno. Secondo il documento, la sicurezza dell’approvvigionamento richiederà uno stretto monitoraggio per garantire che l’Unione Europea sia pronta per l’inverno 2024/2025. Nonostante i progressi nel ridurre la dipendenza dal gas russo, con una percentuale ridotta al 15% nel 2023 rispetto al precedente 50%, la fine dell’accordo di transito potrebbe ancora rappresentare una sfida. L’interruzione dell’accordo di transito potrebbe portare a una perdita di circa il 5% delle forniture di gas russo, anche se è stato notato un calo significativo rispetto agli anni precedenti. L’Unione Europea è determinata a diversificare le sue fonti energetiche e a rafforzare la sua sicurezza energetica per ridurre al minimo l’impatto di eventuali interruzioni delle forniture di gas.

SCENARIECONOMICI – LA RUSSIA SOSPENDE L’EXPORT DI BENZINA PER 6 MESI

La Russia ha annunciato la sospensione delle esportazioni di benzina per sei mesi a partire dal primo marzo, al fine di garantire il soddisfacimento della domanda interna durante la stagione di massima richiesta. La decisione è stata motivata dalla necessità di assicurare un adeguato approvvigionamento del mercato nazionale durante la ripresa delle attività agricole e commerciali in primavera. L’informazione proviene da una fonte anonima vicina al governo, che ha rivelato la notizia al quotidiano economico RBC. Il vice primo ministro Alexander Novak avrebbe sollecitato questa sospensione temporanea delle esportazioni di benzina con una lettera al primo ministro all’inizio del mese. Questa è la seconda volta che la Russia sospende le esportazioni di benzina in meno di sei mesi. Lo scorso settembre, il governo aveva adottato una misura simile a causa di una situazione di scarsità di forniture interne, con molte raffinerie impegnate in lavori di manutenzione. Novak ha evidenziato che, con l’arrivo della stagione agricola e il conseguente aumento della domanda di carburanti, è probabile un nuovo periodo di manutenzione delle raffinerie, che potrebbe comportare un aumento dell’offerta interna. Per garantire un approvvigionamento adeguato e stabile di gasolio, utilizzato principalmente nell’agricoltura, Novak ha proposto di aumentare la quantità disponibile per la vendita presso la borsa merci locale, senza però imporre restrizioni sulle esportazioni di questo carburante.

L’INDIPENDENTE – GLI STATI UNITI SONO STATI I PRINCIPALI ESPORTATORI DI GAS NEL 2023 (GRAZIE ALLE SAZIONI ALLA RUSSIA)

Gli Stati Uniti hanno raggiunto un traguardo storico nel mercato globale del gas, diventando i principali esportatori di gas naturale liquefatto (GNL) nel 2023. Secondo i dati dell’agenzia Reuters, le esportazioni americane di GNL sono aumentate del 14,7% rispetto al 2022, raggiungendo un totale di 88,9 milioni di tonnellate. Questo risultato è stato favorito principalmente dalle sanzioni imposte dall’Unione Europea alla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina, che hanno ridotto drasticamente le importazioni di gas russo nel Vecchio Continente. L’Europa è stata la principale destinazione del GNL americano nel 2023, con il 61% delle esportazioni totali a dicembre. Questo dato evidenzia come l’UE sia diventata dipendente dalle forniture energetiche americane, con un impatto significativo sui costi e sulla sicurezza energetica. Il boom del GNL americano ha portato notevoli vantaggi agli Stati Uniti, che hanno potuto aumentare i guadagni energetici e rafforzare la propria posizione geopolitica nel Vecchio Continente. Tuttavia, l’Europa ha dovuto pagare un prezzo alto per questa dipendenza, con costi energetici più elevati e una maggiore vulnerabilità geopolitica. L’ascesa degli Stati Uniti come leader globale del GNL non è un evento casuale, ma il risultato di una strategia a lungo termine elaborata fin dal 2019. L’amministrazione Trump aveva già puntato ad aumentare le esportazioni di gas naturale in Europa per contrastare l’influenza della Russia e la guerra in Ucraina ha solo accelerato questo processo.

CORRIERE – USA: SCOPERTO IN CALIFORNIA IL PIU’ GRANDE GIACIMENTO DI LITIO AL MONDO

Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti annuncia la scoperta del più grande giacimento di litio al mondo sotto il Salton Sea in California, promettendo di rendere gli USA autosufficienti per il metallo chiave delle batterie. Con stime di 18 milioni di tonnellate di litio, tre volte più grande del famoso Salar de Uyuni in Bolivia, il giacimento è facilmente accessibile. Questa scoperta potrebbe garantire una produzione di oltre 3.400 chilotoni di litio, valutati a 540 miliardi di dollari, supportando più di 375 milioni di batterie per veicoli elettrici (EV), superando il totale di veicoli attualmente in circolazione negli Stati Uniti. Il litio è cruciale per la decarbonizzazione e gli obiettivi del Presidente Biden di avere il 50% di veicoli elettrici entro il 2030. Il Dipartimento dell’Energia riconosce la necessità di sviluppare un’industria estrattiva e di raffinazione nazionale, riducendo l’attuale dipendenza dalle importazioni, prevalentemente da Cile e Argentina. La Known Geothermal Resource Area (KGRA) sotto il Salton Sea possiede potenziali concentrazioni di litio tra le più elevate al mondo. Il giacimento potrebbe anche favorire la produzione di elettricità pulita grazie ai suoi 400 megawatt (MW) di capacità di generazione elettrica geotermica. Tuttavia, l’autosufficienza potrebbe portare a un eccesso di offerta e un possibile crollo dei prezzi del litio, secondo analisti. L’adozione della tecnologia di estrazione diretta del litio (DLE), prevista per il 2025, potrebbe accelerare l’indipendenza e consentire un’offerta più rapida. Ciò rappresenta un passo significativo verso la sostenibilità, in quanto le miniere DLE sono portatili e limitano l’uso di risorse. Goldman Sachs prevede un aumento dell’offerta di carbonato di litio a un ritmo del 33% annuo, superando la crescita della domanda, potenzialmente portando a un cambiamento significativo nel mercato del litio entro il prossimo decennio.

ILPOST – NORVEGIA: APPROVATA L’ESTRAZIONE MINERARIA DEI FONDALI MARINI

Il parlamento norvegese ha votato martedì a favore di una legge che autorizza l’estrazione mineraria dai fondali marini, una pratica contestata ma cruciale per ottenere minerali fondamentali per la transizione energetica globale, come litio, scandio e cobalto. Questa mossa rende la Norvegia il primo paese a intraprendere su larga scala questa pratica. L’approvazione iniziale copre solo i fondali marini norvegesi, ma ci sono segnali che il paese cercherà anche l’autorizzazione per estrarre in acque internazionali. Tuttavia, il governo norvegese ha specificato che l’estrazione non inizierà immediatamente: le aziende interessate dovranno presentare proposte che includono valutazioni ambientali, e il parlamento valuterà caso per caso prima di concedere le licenze. La decisione solleva preoccupazioni sull’impatto ambientale, ma potrebbe segnare un precedente nella corsa ai minerali cruciali.

SCENARIECONOMICI – I 5 PRINCIPALI PRODUTTORI DI PETROLIO NEL 2023

La produzione di petrolio negli Stati Uniti ha visto un inatteso aumento, portando il Paese a mantenere la posizione di primo produttore mondiale. A settembre, la produzione statunitense ha toccato un record mensile storico, con previsioni di ulteriori incrementi. Nonostante una prospettata riduzione della spesa per il 2024, gli Stati Uniti prevedono una costante crescita grazie a maggiori efficienze e all’ampliamento delle reti di estrazione. Tale aumento ha spinto gli USA al vertice dei cinque maggiori produttori mondiali di petrolio. Lista dei 5 principali produttori di petrolio, OPEC e non-OPEC: Stati Uniti: Con una produzione superiore a 13 milioni di barili al giorno, gli USA prevedono un ulteriore incremento a breve e medio termine. La loro produzione di greggio ha toccato un picco di 13,236 milioni di barili al giorno a settembre. Arabia Saudita: Pur essendo leader dell’OPEC, il Regno ha implementato volontariamente un taglio di produzione da 10,2 a 9 milioni di barili al giorno nella seconda metà dell’anno. Russia: Stima si aggiri intorno ai 9 milioni di barili al giorno, ma il paese ha recentemente deciso di classificare i dati relativi alla produzione e all’esportazione di petrolio. Canada: La produzione canadese è salita a un record di 4,86 milioni di barili al giorno nel 2022, e si prevede un ulteriore aumento entro il 2025 grazie alla crescita del settore. Iraq: Ha prodotto in media circa 4,3 milioni di barili al giorno, secondo fonti secondarie dell’OPEC. Gli Stati Uniti continuano a guidare la produzione globale, registrando non solo record di produzione, ma anche una crescita esponenziale nelle esportazioni. La crescente produzione al di fuori dell’OPEC sta complicando il ruolo del cartello nel gestire i prezzi globali del petrolio, presentando sfide maggiori di quanto previsto per il prossimo anno.

SCENARIECONOMICI – CINA REINTRODUCE DAZI SULLE IMPORTAZIONI DI CARBONE

La Cina ha ripristinato i dazi sulle importazioni di carbone dall’inizio di quest’anno, una decisione che potrebbe avere un impatto significativo sul commercio mondiale di questa materia prima e sui rapporti tra Cina e Russia. I dazi, che erano stati aboliti nel maggio 2022 per evitare una crisi di approvvigionamento, sono stati ripristinati per proteggere l’industria del carbone cinese, che sta crescendo rapidamente. La Russia è uno dei maggiori esportatori di carbone al mondo e ha beneficiato dell’abolizione dei dazi, diventando il secondo fornitore di carbone della Cina. Con il ripristino dei dazi, la Russia potrebbe perdere una quota significativa del mercato cinese, che è il più grande consumatore di carbone al mondo. Il governo cinese ha affermato che le tariffe si applicheranno solo agli importatori con lo status di Paesi più favoriti. Gli altri importatori dovranno pagare una tariffa d’importazione molto più alta, pari al 20%. Oltre alla Russia, altri paesi che saranno colpiti dal ripristino dei dazi sono il Sudafrica, la Mongolia e gli Stati Uniti. L’Indonesia e l’Australia, invece, non saranno colpite a causa dei loro accordi di libero scambio con Pechino.

L’INDIPENDENTE – GLI STATI UNITI HANNO ANNESSO 385.000 MIGLIA DI FONDALI MARINI

L’amministrazione del Presidente Joe Biden ha annunciato l’espansione della piattaforma continentale degli Stati Uniti nell’Artico e in altre aree del mondo. L’espansione, che si estende per 385.000 miglia quadrate, è la più grande mai effettuata dal Paese. La decisione ha suscitato forti preoccupazioni da parte di Russia e Cina, che hanno entrambe rivendicazioni territoriali nell’Artico. La Russia ha definito l’espansione “inaccettabile” e ha minacciato di prendere “tutte le misure necessarie per i propri interessi nazionali”. L’espansione americana è stata effettuata sulla base del diritto internazionale consuetudinario, in quanto gli Stati Uniti non hanno mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). La Convenzione prevede che gli Stati costieri possano rivendicare diritti economici sulle risorse situate sul fondale marino oltre le 200 miglia nautiche dalla costa, qualora possano dimostrare che esiste un’estensione naturale della loro piattaforma continentale. Gli Stati Uniti hanno affermato di avere prove sufficienti per sostenere la loro rivendicazione. Tuttavia, la decisione unilaterale americana potrebbe complicare i negoziati con altri Paesi che rivendicano la stessa area. L’espansione americana è motivata da diversi fattori, tra cui la crescente importanza economica dell’Artico. La regione è ricca di risorse naturali, tra cui petrolio, gas e minerali. Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo l’Artico più accessibile, aprendo nuove possibilità di trasporto e di sfruttamento delle risorse. La decisione americana è un ulteriore segnale della crescente competizione per l’Artico. La regione è sempre più importante per gli interessi strategici di Stati Uniti, Russia, Cina e altri Paesi.

SCENARIECONOMICI – RAGGIUNTA LA FUSIONE NUCLEARE CON IL METODO DEL “CONFINAMENTO IBRIDO MAGNETICO INERZIALE”

MIFTI, Magneto Inertial Fusion Technology Inc, sotto la guida di Dr. Hafiz Rahman, ha raggiunto un traguardo epocale dimostrando la fusione ibrida magnetico-inerziale presso l’L3 Harris Lab in California. Il successo ha prodotto un incredibile rendimento di 150 miliardi di neutroni, superando di 10.000 volte i risultati di qualsiasi altra azienda nel settore. Questa tecnologia fonde il confinamento magnetico e l’inerzia per comprimere e riscaldare il plasma per raggiungere la fusione nucleare. Il sistema, diverso dai Tokamak che si basano solo sulla fusione magnetica, promette una produzione di energia netta a 10 Mega Ampere. L’obiettivo è produrre isotopi per la scansione dei tumori, aiutando la medicina. US Nuclear è un investitore e potenziale appaltatore principale. L’uso dei neutroni per la produzione di isotopi rappresenta un passo verso l’utilizzo economico della fusione, in attesa di una potenziale costruzione di centrali. L’industria della fusione ha ricevuto un massiccio investimento di 6,21 miliardi di dollari, evidenziando la corsa verso questa fonte energetica. MIFTI si distingue per il suo metodo Z-pinch, offrendo vantaggi unici nel settore e prospettive per risolvere la crisi energetica mondiale.

SCENARIECONOMICI – VIKING LINK (IL PIU’ GRANDE CAVO ELETTRICO AL MONDO) STA PER ENTRARE IN FUNZIONE

Viking Link, il più grande interconnettore al mondo, unisce le reti elettriche della Danimarca e del Regno Unito tramite un cavo sottomarino di 765 km, apprestandosi a entrare in funzione. Inizierà con una capacità ridotta per alimentare alla fine 1,4 milioni di case nel Regno Unito. Gli interconnettori garantiscono una gestione efficiente delle fluttuazioni della domanda e dell’offerta di energia, vitale quando si utilizzano fonti rinnovabili con produzione intermittente. L’UE prevede che in futuro questi interconnettori svolgeranno un ruolo cruciale per la sicurezza energetica della regione. Il Regno Unito ha già sei interconnettori con Francia, Paesi Bassi, Belgio e Norvegia. Viking Link, completato a luglio di quest’anno, è stato sviluppato dalla collaborazione tra National Grid UK ed Energinet, con un valore di due miliardi di euro e più di tre milioni di ore di lavoro.

INQUINAMENTO

SCENARIECONOMICI – GLI USA INDAGHERANNO SULLE EMISSIONI GLOBALI DI CO2 DERIVANTI DA COMMERCIO E PRODUZIONE

Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione un’indagine sulle emissioni globali di CO2 connesse al commercio internazionale e alla produzione. Lo scopo è quello di individuare e sanzionare coloro che trasferiscono la produzione in paesi con normative meno rigide sulle emissioni. John Podesta, il nuovo inviato statunitense per il clima, ha annunciato la creazione di una task force speciale per affrontare questo problema durante un discorso presso la Columbia University. Ha definito il commercio globale come una fonte significativa di emissioni e ha sottolineato l’importanza di utilizzare i sistemi economici internazionali per combattere il cambiamento climatico. La Task Force Clima e Commercio si concentrerà su questioni come la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”, ovvero quando la produzione con elevate emissioni si sposta da paesi con regolamentazioni più stringenti a paesi con normative più deboli. Sarà anche attenta al “dumping delle emissioni di carbonio”, quando beni prodotti in paesi con regolamentazioni meno rigide sul clima vengono esportati in paesi con normative più severe. Podesta ha citato l’esempio dell’alluminio, sottolineando che oltre la metà della produzione mondiale avviene in Cina, dove le emissioni per tonnellata sono significativamente più alte rispetto agli Stati Uniti. Questa situazione, ha affermato, danneggia i lavoratori e le comunità americane. La task force collaborerà con i partner commerciali per sviluppare metodi standardizzati per misurare le emissioni, consentendo a ciascun paese di sfruttare i vantaggi della produzione pulita. I dati raccolti saranno utilizzati per informare nuove politiche climatiche e commerciali. Tuttavia, l’uso delle emissioni di carbonio come criterio nel commercio mondiale potrebbe avere effetti collaterali. Potrebbe, ad esempio, favorire l’economia cinese basata su energie pulite, mettendo ulteriormente in difficoltà i concorrenti internazionali. Inoltre, potrebbe portare a tensioni con paesi come l’India e causare problemi di approvvigionamento per gli Stati Uniti, influenzando i prezzi e l’inflazione.

Altre notizie:

APRI/CHIUDI
ANSA – L’80% DELLE DISCARICHE BONIFICATE ED ESCLUSE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE DELL’UE

Il Commissario per la bonifica dei siti inquinati, il generale Giuseppe Vadalà, ha annunciato che su 81 discariche consegnate nelle sue mani il 24 marzo 2017, oltre l’80% (65 discariche) sono state escluse dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea. Questo risultato ha permesso all’Italia di ridurre notevolmente le sanzioni, passando da una multa iniziale di 42 milioni di euro, comminata nel 2014, a un importo attuale di 3,6 milioni di euro. La 13ª Relazione semestrale del Commissario ha evidenziato i progressi compiuti nel processo di bonifica dei siti inquinati. Tra i risultati più significativi, si contano la risanamento di 74 siti, l’uscita dall’infrazione dell’80% dei siti commissariati, e un notevole risparmio economico derivante da sconti medi del 28,2% nei contratti per la bonifica. Il generale Vadalà ha sottolineato l’importanza dei numeri riportati nella relazione, evidenziando il successo dei risultati raggiunti fino a questo momento. Il percorso del Commissario si avvia verso una conclusione entro la fine del 2025, con l’obiettivo di chiudere gli ultimi dossier e completare gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Le azioni intraprese includono 6 visite sul campo con incontri nelle aree interessate dalle bonifiche, oltre a oltre 1900 missioni svolte. Sono stati firmati 53 protocolli attuativi e redatti 47 rapporti per le Procure.

ANSA – L’UE APPROVA LE NUOVE REGOLE SULLE EMISSIONI DEI CAMION

Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il via libera finale alle nuove regole sulle emissioni di CO2 per i veicoli pesanti. Queste regole prevedono un significativo taglio delle emissioni al 2030, al 2035 e al 2040. In particolare, si mira a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030, del 65% entro il 2035 e addirittura del 90% entro il 2040. Questi obiettivi sono stati stabiliti per contrastare il cambiamento climatico e ridurre l’impatto ambientale dei trasporti su strada. L’accordo politico raggiunto a gennaio con il Parlamento europeo è stato approvato durante il Consiglio dell’Unione Europea, nel corso del Consiglio Istruzione. Tuttavia, alcuni paesi, tra cui l’Italia, la Polonia e la Slovacchia, hanno votato contro l’accordo, mentre la Repubblica Ceca si è astenuta. Le nuove regole si applicheranno ai veicoli pesanti superiori alle 7,5 tonnellate e agli autobus privati. Per i nuovi autobus urbani, in particolare, è previsto un taglio delle emissioni del 90% entro il 2030 e l’obiettivo di emissioni zero entro il 2035. Inoltre, nel 2027 l’Unione Europea condurrà una valutazione intermedia degli obiettivi stabiliti. Una richiesta tedesca ha portato all’aggiunta di un considerando al testo concordato con il Parlamento. Questo considerando vincola la Commissione europea a valutare l’opportunità di introdurre una metodologia per la registrazione di veicoli commerciali pesanti che funzionano esclusivamente con carburanti neutri in termini di CO2, entro un anno dall’entrata in vigore del provvedimento.

REPUBBLICA – L’IMPATTO DELL’AGRICOLTURA SULL’INQUINAMENTO IN LOMBARDIA E’ PARAGONABILE A URBANIZZAZIONE, INDUSTRIA E TRASPORTI

Uno studio del Politecnico di Milano pubblicato sulla rivista Chemosphere ha rivelato che l’impatto dell’agricoltura sull’inquinamento da polveri sottili (PM2.5) in Lombardia è paragonabile a quello di altre fonti note come l’urbanizzazione, l’industria e i trasporti. Lo studio ha quantificato l’effetto dei terreni agricoli sulla distribuzione spaziale del PM2.5, dimostrando che esso è responsabile di picchi di inquinamento più intensi rispetto alle zone industriali e urbane, seppur con una durata limitata nel tempo. Le colture più inquinanti risultano essere i cereali e il mais, mentre l’impatto delle risaie è stato giudicato trascurabile. Lo studio è stato condotto utilizzando un framework innovativo e un modello data-driven che ha permesso di valutare l’impatto delle diverse destinazioni d’uso del territorio con una sensibilità molto maggiore rispetto ai modelli pre-esistenti. I dati satellitari e di modelli atmosferici del programma Copernicus sono stati utilizzati insieme al database open access di uso del suolo e del sistema informativo agricolo di Regione Lombardia. L’analisi è stata condotta con un innovativo sistema di GEOAI (Geomatics and Earth Observation Artificial Intelligence) che ha permesso di catturare e interpretare le dinamiche spaziali a livello locale. Questo nuovo approccio permetterà in futuro di generare evidenza rispetto alle concentrazioni di inquinante correlabili a specifiche attività agricole, come spandimenti e concimazioni. Lo studio è stato finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del progetto di ricerca D-DUST (Data-driven moDelling of particUlate with Satellite Technology aid). Responsabili del progetto sono la prof.ssa Maria Brovelli e l’ing. Daniele Oxoli del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con altri ricercatori dell’Università degli Studi dell’Insubria. Le implicazioni di questo studio sono significative. Da un lato, dimostrano che l’agricoltura è una fonte di inquinamento da PM2.5 che non può essere ignorata. Dall’altro, l’utilizzo di nuovi modelli e tecnologie come la GEOAI può aiutare a identificare le cause specifiche dell’inquinamento e a sviluppare soluzioni mirate per ridurlo.

L’INDIPENDENTE – LE AZIENDE CHE INQUINANO L’AMBIENTE AVRANNO UN RUOLO CHIAVE PER “RIPULIRLO” GUADAGNANDOCI SOPRA

L’Unione Europea ha approvato il Net-Zero Industry Act, un piano per accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette di gas serra. Il piano include misure per promuovere la produzione di energia rinnovabile e lo sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Le compagnie petrolifere e del gas saranno chiamate a giocare un ruolo chiave nello sviluppo della CCS. L’UE si aspetta che queste aziende investano in questa tecnologia, che è ancora in fase di sviluppo, e che la utilizzino per catturare le emissioni di carbonio dai loro impianti. La decisione di affidare alle compagnie fossili lo sviluppo della CCS ha sollevato diverse critiche. Alcune organizzazioni ambientaliste hanno accusato l’UE di “greenwashing”, sostenendo che questa scelta non farà altro che prolungare la dipendenza dai combustibili fossili. Altri critici hanno sottolineato il rischio che le compagnie fossili utilizzino la CCS per continuare a estrarre e produrre combustibili fossili. In effetti, la CCS potrebbe essere utilizzata per compensare le emissioni di carbonio generate da queste attività, consentendo alle compagnie fossili di continuare a operare come se nulla fosse. L’UE ha respinto queste critiche, affermando che la CCS è uno strumento necessario per raggiungere la neutralità climatica. L’UE ha inoltre sottolineato che le compagnie fossili saranno soggette a normative rigorose per garantire che la CCS sia utilizzata in modo responsabile. I punti chiave del piano dell’UE: Obiettivo: creare 50 milioni di tonnellate di capacità annuale di stoccaggio del carbonio entro il 2030. Finanziamenti: l’UE investirà 8 miliardi di euro nella CCS nei prossimi anni. Ruolo delle compagnie fossili: le compagnie fossili saranno tenute a contribuire a finanziare lo sviluppo della CCS e a utilizzarla per catturare le emissioni di carbonio dai loro impianti. Norme: le compagnie fossili saranno soggette a normative rigorose per garantire che la CCS sia utilizzata in modo responsabile.

AGI – RECORD DI EMISSIONI GLOBALI DI C02 NEL 2023 (MA LA CRESCITA RALLENTA)

Le emissioni di anidride carbonica legate all’energia hanno raggiunto un livello record nel 2023, ma la crescita è rallentata rispetto agli anni precedenti grazie all’espansione delle tecnologie pulite. Lo ha annunciato l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie). Le emissioni di CO2 sono cresciute dell’1,1% nel 2023, con un incremento di 410 milioni di tonnellate, per un totale di 37,4 miliardi di tonnellate. Nel 2022 l’aumento era stato di 490 milioni di tonnellate. Secondo l’Aie, senza tecnologie come i pannelli solari, le turbine eoliche, l’energia nucleare e le auto elettriche, l’aumento globale delle emissioni di CO2 legate all’energia negli ultimi cinque anni sarebbe stato tre volte superiore. Oltre il 40% dell’aumento delle emissioni di carbonio è stato causato da gravi siccità in Cina, Stati Uniti, India e altrove, che hanno ridotto la produzione idroelettrica e costretto le aziende a ricorrere ai combustibili fossili. Nel 2023 le emissioni di anidride carbonica sono aumentate in Cina e in India, mentre le economie avanzate hanno registrato un calo record, nonostante la crescita economica. Le loro emissioni sono scese a un minimo di 50 anni, con la domanda di carbone ai livelli più bassi dai primi anni del 1900. Per la prima volta l’anno scorso, almeno la metà dell’energia generata nelle economie avanzate proveniva da fonti a basse emissioni come le energie rinnovabili e il nucleare. “Il rallentamento della crescita delle emissioni nel 2023 è un’indicazione incoraggiante, ma non è ancora abbastanza”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie. “Dobbiamo continuare a accelerare la transizione verso un sistema energetico più pulito e sostenibile per evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico”.

L’INDIPENDENTE – INIZIATA LA CAUSA CLIMATICA CONTRO ENI

La causa climatica contro l’ENI ha avuto inizio con la prima udienza tenutasi il 16 febbraio. Le accuse, presentate da 12 cittadini e organizzazioni ambientaliste, puntano a responsabilizzare l’ENI per i danni climatici derivanti dal suo investimento nei combustibili fossili. L’obiettivo è ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e richiedere al Ministero dell’Economia e delle Finanze una politica climatica allineata all’Accordo di Parigi. La difesa dell’ENI si avvale di due consulenti, Carlo Stagnaro e Stefano Consonni, ma le loro presunte indipendenze sono contestate. Stagnaro è associato a un istituto liberista noto per lo scetticismo sui cambiamenti climatici, mentre Consonni ha legami con aziende petrolifere, inclusa l’ENI. Le accuse sono supportate da prove, incluso uno studio del 1969 che avvertiva dei rischi climatici associati all’uso dei combustibili fossili. Le organizzazioni si basano su precedenti vittorie legali, come nel caso Shell nei Paesi Bassi, dove il tribunale ha ordinato una riduzione del 45% delle emissioni entro il 2030. I casi di contenzioso climatico sono in aumento globale, con oltre duemila casi registrati fino ad oggi, indicando una crescente attenzione legale sulla responsabilità delle aziende per i danni climatici.

WIRED – MILANO E’ LA SECONDA CITTA’ PIU’ INQUINATA IN EUROPA (DOPO BRESCIA)

Milano non sarebbe la città più inquinata del mondo, perché la classifica di IQAir non sarebbe scientificamente accurata. Secondo l’ISGlobal Ranking of Cities, invece, Milano è la seconda città più inquinata d’Europa dopo Brescia. La Pianura Padana, in generale, è una zona critica per l’inquinamento atmosferico, con 14 città italiane presenti nelle prime 1000 posizioni del ranking europeo. Le rilevazioni di IQAir, pur essendo utili per sensibilizzare sul problema, non sono affidabili come quelle degli enti istituzionali. I sensori utilizzati dall’azienda non sono posizionati in modo uniforme e non tengono conto di diversi fattori importanti, come la dimensione temporale e spaziale dell’inquinamento. Il problema dell’inquinamento a Milano è comunque serio e richiede soluzioni concrete. Il traffico veicolare è una delle cause principali: sono necessari interventi strutturali per ridurre il numero di auto in città, come la creazione di zone pedonali e la promozione di mezzi di trasporto alternativi.

RAINEWS – MILANO FRA LE CITTA’ PIU’ INQUINATE AL MONDO

Milano è tra le città più inquinate al mondo, secondo i dati di IQAir, piattaforma che monitora la qualità dell’aria in tempo reale. La metropoli lombarda, domenica 19 febbraio, ha raggiunto un punteggio di 199, classificandosi al quarto posto dopo Dacca (Bangladesh), Lahore (Pakistan) e Delhi (India). Le cause dell’inquinamento sono molteplici: Scarsa pioggia: la mancanza di precipitazioni negli ultimi giorni ha fatto ristagnare l’aria fredda e inquinata. Temperature sopra la media: le temperature più elevate del solito hanno contribuito alla formazione di smog. Traffico: il traffico veicolare è una delle principali fonti di inquinamento atmosferico. Riscaldamento domestico: le emissioni degli impianti di riscaldamento domestico contribuiscono all’inquinamento, soprattutto in inverno. Lo smog ha un impatto negativo sulla salute delle persone, in particolare su bambini, anziani e persone con problemi respiratori. L’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico può causare diverse malattie, tra cui asma, bronchite e cancro ai polmoni. Le autorità cittadine hanno adottato diverse misure per contrastare l’inquinamento, come il blocco del traffico per le auto più inquinanti e la promozione di mezzi di trasporto alternativi.

SKYTG24 – ATTIVE IN 9 PROVINCE LOMBARDE MISURE TEMPORANEE PER RIDURRE I LIVELLI DI SMOG

A partire da martedì, sono in vigore misure temporanee in nove province lombarde per ridurre i livelli di smog, che da giorni sono elevati in gran parte della Pianura Padana. Le province coinvolte sono Milano, Monza e Brianza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. Le misure includono il divieto di combustione e di accensione di fuochi all’aperto. È vietato anche regolare il riscaldamento su temperature superiori ai 19 °C e utilizzare stufe a legna particolarmente inquinanti. Nei comuni con più di 30mila abitanti, è limitata la circolazione di veicoli Euro 0 e 1 di qualsiasi alimentazione, e dei veicoli Euro 2, 3 e 4 a gasolio dalle 7:30 alle 19:30. Questi divieti rimarranno in vigore fino a quando non si verificheranno due giorni consecutivi di valori di inquinamento inferiori al limite consentito o per un giorno con previsioni meteorologiche sfavorevoli all’accumulo degli inquinanti.

ILMATTINO – TRINIDAD E TOBAGO DICHIARA L’EMERGENZA NAZIONALE PER UNA FUORISCITA DI PETROLIO DA UNA NAVA “FANTASMA”

Il primo ministro di Trinidad e Tobago, Rowley, ha dichiarato un’emergenza nazionale a seguito di una vasta fuoriuscita di petrolio al largo delle coste dei Caraibi orientali, causata dal rovesciamento di un’imbarchio nei pressi di Tobago la scorsa settimana. Le autorità stanno ancora investigando sulle cause dell’incidente. La fuoriuscita non è stata contenuta e continua a riversarsi in mare, minacciando seriamente l’ambiente marino e le attività economiche del paese, fortemente dipendenti dal turismo. Nonostante gli sforzi dei volontari, la situazione non è ancora sotto controllo. L’imbarcazione coinvolta nell’incidente, le cui origini sono ancora sconosciute, non ha emesso segnali di emergenza e il suo equipaggio non è stato rintracciato. Il primo ministro ha espresso preoccupazione per possibili attività illecite legate all’incidente, suggerendo che l’imbarcazione potrebbe essere stata coinvolta in operazioni illegali. Le autorità hanno avvertito i residenti della zona di evacuare o di proteggersi con maschere, in quanto la fuoriuscita ha già causato danni significativi alla barriera corallina e alle spiagge. Il proprietario dell’imbarcazione e l’entità dei danni non sono ancora stati identificati. La situazione è resa ancora più grave dal fatto che nell’area si rilevano petroliere sospette, potenzialmente trasportanti petrolio venezuelano, aumentando il rischio di ulteriori incidenti e danni ambientali.

SKYTG24 – GIAPPONE: SONO FUORIUSCITI 5,5 METRI DUBI DI ACQUA RADIATTIVA DALL’EX CENTRARE NUCLEARE DI FUKUSHIMA

Mercoledì 8 febbraio è stata scoperta una perdita di acqua radioattiva presso l’ex centrale nucleare di Fukushima Daiichi in Giappone. La Tokyo Electric Power Company (TEPCO), la società responsabile dell’impianto, ha stimato che circa 5,5 metri cubi di acqua contaminata siano fuoriusciti da una presa d’aria, infiltrandosi nel terreno circostante. Non è chiaro quando la perdita abbia avuto inizio. Un’ispezione condotta martedì non aveva rilevato anomalie. La TEPCO ha tuttavia rassicurato che il monitoraggio delle radiazioni non ha evidenziato alcun impatto al di fuori del complesso. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha confermato di essere stata informata e ha dichiarato che “l’evento non presenta alcun rischio per la popolazione e non vi è alcun impatto ambientale al di fuori del sito”. L’incidente ha acceso i riflettori sulle delicate operazioni di dismissione dell’impianto di Fukushima Daiichi, danneggiato dal grande tsunami del 2011. In particolare, il piano di TEPCO di disperdere nell’oceano Pacifico l’acqua radioattiva accumulata ha incontrato forti proteste in Giappone e nei paesi confinanti. Le autorità giapponesi stanno conducendo ulteriori indagini per determinare la causa della perdita e l’entità del danno ambientale. La TEPCO ha annunciato misure per contenere la fuoriuscita e bonificare il terreno contaminato.

GREENPEACE – ACQUE DI 70 COMUNI DEL PIEMONTE CONTAMINATE DA PFAS

Un nuovo caso di contaminazione da PFAS, le sostanze chimiche perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, è stato scoperto in Piemonte. Lo denuncia un rapporto di Greenpeace, che ha analizzato dati degli enti pubblici e condotto propri campionamenti. L’inquinamento riguarda oltre 70 comuni della città metropolitana di Torino, capoluogo incluso, e 5 comuni dell’Alessandrino. In totale, si stima che circa 125.000 persone potrebbero aver bevuto acqua contaminata da PFAS. Greenpeace denuncia la carenza di dati e controlli da parte degli enti pubblici. Delle 43 istanze di accesso agli atti presentate dall’associazione, solo 10 hanno avuto esito positivo. Inoltre, in alcune zone non viene neanche monitorata la presenza di PFAS. L’analisi di Greenpeace ha rilevato la presenza di PFOA, una molecola cancerogena, in 51% dei 671 campioni di acqua potabile analizzati. La concentrazione maggiore è stata trovata nella provincia di Alessandria, mentre a Torino la contaminazione ha interessato il 45% dei campioni. I PFAS sono un gruppo di oltre 10.000 molecole sintetiche che non si degradano nell’ambiente e sono stati recentemente classificati come cancerogeni. In Italia, nel 2013, era stato scoperto un grave caso di contaminazione da PFAS in Veneto. Greenpeace chiede alle autorità di intervenire urgentemente per tutelare la salute dei cittadini. L’associazione auspica una maggiore trasparenza da parte degli enti pubblici e l’adozione di misure per la bonifica delle aree contaminate.

L’INDIPENDENTE – LA RISERVA DEL BORSACCHIO (ABRUZZO) RIDOTTA DEL 98% DAL CONSIGLIO REGIONALE

Il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato un emendamento che riduce la Riserva naturale del Borsacchio, passando da 1.100 ettari a soli 24. La decisione, presa all’unanimità dai partiti di centro-destra, ha scatenato la protesta di cittadini, associazioni ambientaliste e opposizioni. La Riserva del Borsacchio, situata tra Roseto degli Abruzzi e le frazioni di Cologna Spiaggia e Montepagano, rappresenta uno degli ultimi tratti di litorale abruzzese con caratteristiche ambientali e paesaggistiche integre. Il taglio del 98% dell’area protetta apre la strada a possibili speculazioni edilizie e deturpamenti del territorio. Le opposizioni criticano, oltre al contenuto dell’emendamento, anche le modalità con cui è stato approvato: in piena notte, senza preavviso e senza il coinvolgimento degli enti locali e delle associazioni competenti. Il sindaco di Roseto degli Abruzzi, Mario Nugnes, ha definito l’atto “scellerato” e si riserva di agire “nell’interesse della comunità”. Le associazioni ambientaliste, tra cui il WWF Italia, stanno raccogliendo firme per una petizione che chiede l’annullamento dell’emendamento e l’approvazione del Piano di Assetto Naturalistico, atteso da circa 20 anni.

L’INDIPENDENTE – ENEL CONDANNATA A RISARCIRE UNA TRIBU’ DI NATIVI AMERICANI

La tribù Osage dell’Oklahoma ha ottenuto una vittoria storica contro il gigante italiano dell’energia Enel, che è stata condannata a pagare quasi 260 milioni di dollari per rimuovere 84 turbine eoliche dalle terre della Nazione Osage. La sentenza, emessa da un tribunale federale, è una delle prime negli Stati Uniti a richiedere la dismissione di un progetto eolico in funzione. La tribù Osage aveva accusato Enel di aver violato i suoi diritti di sovranità territoriale, non avendo ottenuto il suo consenso prima di avviare il progetto eolico. Il tribunale ha stabilito che Enel non ha rispettato i requisiti di consultazione previsti dalla legge federale, che tutelano i diritti delle popolazioni indigene. La vittoria degli Osage è un segnale importante per la tutela dei diritti dei popoli indigeni negli Stati Uniti. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un aumento dei progetti di energia rinnovabile che interessano le terre tribali. Questi progetti possono portare benefici economici alle comunità indigene, ma possono anche comportare l’espropriazione di terre e risorse sacre. La sentenza contro Enel potrebbe incoraggiare altre tribù a intraprendere azioni legali contro progetti di energia rinnovabile che violano i loro diritti.

WIRED – LA GUERRA TRA ISRAELE E GAZA STA AVVELENANDO L’AMBIENTE

In soli due mesi, la guerra di Israele a Gaza ha generato emissioni di gas serra pari a 281 mila tonnellate di CO2, secondo uno studio pubblicato su Social Science Research Network. Questa cifra supera le emissioni annuali di oltre venti paesi fortemente colpiti dal cambiamento climatico. L’analisi, focalizzata su aerei, bombe e mezzi terrestri, potrebbe sottostimare l’impatto complessivo, escludendo le emissioni di metano e la catena di approvvigionamento completa. Il 50% delle emissioni è attribuito ai voli cargo statunitensi. Il confronto con le emissioni di Hamas nello stesso periodo evidenzia una notevole sproporzione, con l’organizzazione palestinese che emette solo 713 tonnellate di CO2 equivalente. Le emissioni totali della guerra, comprese le fasi di ricostruzione, raggiungeranno almeno 311 mila tonnellate. La ricostruzione di oltre 100mila edifici abbattuti contribuirà con almeno 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Gli esperti sottolineano che lo studio offre solo un quadro parziale delle massicce emissioni di anidride carbonica e inquinanti tossici che persistono dopo la guerra. L’impatto ecologico dei conflitti e dell’industria bellica, spesso trascurato, richiede una valutazione più completa. Mentre le stime basate su dati difficili da ottenere potrebbero variare, i risultati indicano chiaramente che la guerra a Gaza ha un impatto significativo sul fronte ambientale, equiparabile alle emissioni annuali di interi paesi.

SCENARIECONOMICI – GIAPPONE: DECISO IL QUARTO RILASCIO DI ACQUA CONTAMINATA DA FUKUSHIMA

La Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha annunciato il quarto rilascio di acqua radioattiva trattata dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi alla fine di febbraio, alimentando le tensioni con la Cina. Il Giappone sostiene che questi rilasci graduati siano cruciali per smantellare l’impianto colpito dal disastro del 2011, il secondo peggiore nella storia dopo Chernobyl. Il funzionario della Tepco, Junichi Matsumoto, ha dichiarato che circa 7.800 metri cubi d’acqua trattata saranno scaricati nell’Oceano Pacifico, seguendo le modalità dei precedenti rilasci. La Cina e la Russia hanno vietato le importazioni di pesce dal Giappone, citando preoccupazioni sulla sicurezza, respinte da Tokyo come scientificamente infondate. Il quinto e sesto rilascio sono previsti entro marzo 2025. Il Giappone assicura che l’acqua è trattata per rimuovere la maggior parte degli elementi radioattivi, tranne il trizio, isotopo difficile da filtrare. Tuttavia, la comunità internazionale resta scettica, con crescenti preoccupazioni sulla sicurezza nucleare giapponese, accentuate dalle recenti perdite nella centrale nucleare di Shika a seguito del terremoto a Ishikawa. La più grande centrale nucleare del mondo, Kashiwazaki-Kariwa, non ha subito danni specifici durante il recente sisma, ma il riavvio rimane incerto, soggetto a nuovi controlli strutturali.

WIRED – TRACCE DI CREME SOLARI E ALTRI PRODOTTI INQUINANTI TROVATI NELLE NEVI DEL POLO NORD

Scienziati di Ca’ Foscari e del Cnr-Isp hanno scoperto tracce di creme solari e altri composti inquinanti nelle nevi delle Isole Svalbard, vicino al Polo Nord, durante il periodo invernale. Questo studio, pubblicato su Science of the Total Environment, ha identificato 13 composti comuni, incluso Benzofenone-3 e Octocrilene, presenti in prodotti per la cura personale, nelle nevi artiche. Il campionamento su cinque ghiacciai ha rivelato la presenza di tali sostanze in aprile e maggio 2021. Questi inquinanti, solitamente utilizzati in creme solari, sono stati rilevati anche in cime glaciali, suggerendo un trasporto atmosferico a lungo raggio dall’Eurasia. Questi composti, sotto indagine da parte dell’Unione Europea per il loro impatto ambientale, possono minacciare gli organismi acquatici. La ricerca sottolinea l’importanza di monitorare il loro impatto anche in luoghi remoti come il Polo Nord, specialmente con le nevi che si sciolgono più rapidamente a causa del cambiamento climatico.

ANSA – PUBBLICATO L’ELENCO DEI SITI IDONEI AL DEPOSITO DELLE SCORIE NUCLEARI

Il Ministero dell’Ambiente ha reso noti i siti idonei per il deposito nazionale delle scorie nucleari, inclusi nella Carta Nazionale delle Aree Idonee. Elaborata da Sogin e Isin, la mappa indica 51 possibili località. Entro 30 giorni, enti territoriali e strutture militari potranno candidare ulteriori aree idonee. Anche enti locali non citati possono richiedere la rivalutazione del proprio territorio. La Cnai è il risultato di criteri di sicurezza, come distanza da zone vulcaniche, sismiche e insediamenti civili. Più siti in Lazio (21) e Puglia/Basilicata (15), con 5 zone definite su 6 regioni: Piemonte (5), Lazio (21), Sardegna (8), Puglia/Basilicata (15), Sicilia (2). La lista definitiva, frutto di consultazioni pubbliche, rispetta criteri di sicurezza e varie esclusioni, come aree protette o ad alto valore storico. Sogin ha perfezionato l’elenco, escludendo 16 siti rispetto alla lista iniziale di 67.

ILFATTOQUOTIDIANO – IARC CLASSIFICA I PFAS COME “SOSTANZE CERTAMENTE CANCEROGENE”

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato i Pfas, sostanze perfluoroalchiliche, come cancerogeni per l’uomo. In particolare, l’acido perfluoroottanoico (PFOA) è stato inserito nel gruppo 1 delle sostanze che possono causare tumori, mentre l’acido perfluoroottansulfonico (PFOS) è stato classificato come “possibilmente” cancerogeno, nel gruppo 2B. Questa decisione, che sarà pubblicata sulla rivista Lancet Oncology, ha importanti conseguenze per i procedimenti penali e civili in corso in Italia e in altri Paesi per l’inquinamento da Pfas. In Italia, in particolare, è in corso un processo a carico di 15 manager della società Miteni di Trissino (Vicenza), accusati di aver inquinato la falda acquifera del Veneto con Pfas. La nuova classificazione dei Pfas da parte dell’IARC rende più probabile la condanna dei manager, in quanto dimostra che l’esposizione a queste sostanze può causare il cancro. I Pfas sono sostanze chimiche sintetiche utilizzate in una vasta gamma di prodotti, tra cui rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio e prodotti per la cura personale. Sono stati collegati a una serie di problemi di salute, tra cui il cancro, i problemi riproduttivi e lo sviluppo neurologico. La nuova classificazione dei Pfas da parte dell’IARC è un importante passo avanti nella comprensione dei rischi per la salute associati a queste sostanze.

L’INDIPENDENTE – IN EUROPA 253MILA MORTI L’ANNO PER L’INQUINAMENTO: 1 SU 5 IN ITALIA

L’inquinamento atmosferico è ancora un grave problema per la salute pubblica in Europa, e in particolare in Italia. Secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), nel 2021 l’esposizione al particolato fine (PM 2,5) ha provocato in Europa 253.000 morti, di cui quasi 47.000 in Italia. Il PM 2,5 è una miscela di particelle solide e liquide che si trovano nell’aria. Può penetrare nelle profondità dei polmoni e causare una serie di problemi di salute, tra cui malattie cardiovascolari, respiratorie e respiratorie croniche. L’Italia è al penultimo posto per decessi causati dallo smog, preceduta solamente dalla Polonia. Le regioni più colpite sono il Nord Italia, in particolare la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Il rapporto dell’EEA sottolinea che la concentrazione di PM 2,5 nell’aria è ancora il principale rischio ambientale per la salute per tutti quei cittadini europei che vivono nelle aree urbane.

CLIMA

GREENREPORT – SCIENCE: UN TERZO DELLA POPOLAZIONE URBANA CINESE RISCHIA DI SPROFONDARE

Uno studio pubblicato su Science, condotto da un team di oltre 50 ricercatori cinesi guidati da Zurui Ao della South China Normal University, ha rivelato che circa il 40% del territorio delle principali città cinesi sta sperimentando un cedimento del terreno da moderato a grave, aumentando così il rischio di inondazioni per una vasta popolazione. Utilizzando osservazioni satellitari, il team ha analizzato 82 grandi città cinesi, scoprendo che il 45% del terreno urbano si sta abbassando più velocemente di 3 millimetri all’anno e il 16% si sta abbassando più velocemente di 10 millimetri all’anno, interessando rispettivamente il 29% e il 7% della popolazione urbana. La subsidenza del terreno sembra essere associata a diversi fattori, tra cui il prelievo delle acque sotterranee e il peso degli edifici. A causa di questo fenomeno combinato con l’innalzamento del livello del mare, entro il 2120 si prevede che dal 22% al 26% dei territori costieri cinesi – abitati dal 9% all’11% della popolazione costiera – sarà sotto il livello del mare. Questo studio è stato commentato da esperti come Robert Nicholls del Tyndall Center for Climate Change Research dell’University of East Anglia e Manoochehr Shirzaei del Virginia Tech National Security Institute e dell’Institute for Water, Environment and Health dell’United Nations University. Nicholls e Shirzaei sottolineano l’importanza di misurare costantemente la subsidenza e sviluppare modelli per prevedere i futuri cambiamenti, considerando tutte le variabili, comprese le attività umane e i cambiamenti climatici. Si stima che l’impatto della subsidenza urbana coinvolga circa 270 milioni di persone in Cina, con oltre 70 milioni che subiscono un cedimento rapido del terreno. Le città costiere, come Tianjin e Shanghai, sono particolarmente vulnerabili, poiché la subsidenza del terreno amplifica gli effetti dell’innalzamento del livello del mare, aumentando il rischio di inondazioni e danni strutturali. Nicholls sottolinea l’importanza di una risposta nazionale e di strategie di mitigazione efficaci, citando esempi come l’interruzione del prelievo delle acque sotterranee a Osaka e Tokyo, che ha contribuito a ridurre significativamente la subsidenza. Tuttavia, è necessario sviluppare ulteriori strategie per affrontare questo problema su vasta scala e collaborare con gli urbanisti per proteggere le città costiere colpite.

Altre notizie:

APRI/CHIUDI
ANSA – NATURE: L’ESTATE 2023 E’ STATA LA PIU’ CALDA DEGLI ULTIMI 2 MILA ANNI

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha rivelato che l’estate del 2023 è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni nell’emisfero settentrionale, segnando quasi 4 gradi in più rispetto all’estate più fredda registrata nello stesso periodo. Questi risultati, ottenuti grazie all’analisi degli anelli di accrescimento degli alberi, indicano un chiaro superamento degli obiettivi stabiliti nell’accordo di Parigi del 2015 per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Secondo Ulf Büntgen, co-autore dello studio, le misurazioni meteorologiche degli ultimi 150 anni potrebbero non essere sufficienti per comprendere appieno l’entità dei cambiamenti climatici. Solo esaminando le ricostruzioni climatiche è possibile contestualizzare adeguatamente i recenti mutamenti climatici di origine antropica. Gli anelli degli alberi hanno rivelato che la maggior parte dei periodi più freddi degli ultimi 2.000 anni è stata causata da grandi eruzioni vulcaniche. Ad esempio, l’estate più fredda mai registrata è stata quella del 536 d.C., che ha seguito proprio una di queste eruzioni, con una temperatura registrata inferiore di 3,93 gradi rispetto all’estate del 2023. D’altro canto, i periodi più caldi sono spesso associati all’influenza di El Niño, un fenomeno climatico che porta a un riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico. Tuttavia, negli ultimi 60 anni, il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra ha intensificato questi eventi. Con El Niño previsto fino all’inizio dell’estate 2024, è probabile che si verifichino nuovi record di temperatura.

WIRED – NATURE: USARE LA FIBRA OTTICA PER RILEVARE I TERREMOTI FUNZIONA

La rivista scientifica Nature ha confermato l’efficacia del progetto sperimentale Meglio (Measuring earthquakes signals gathered with laser interferometry on optic fibers) di Open Fiber, società incaricata di cablare l’Italia, nell’utilizzare la fibra ottica per rilevare i terremoti. Questo approccio innovativo ha suscitato l’interesse della comunità scientifica per il suo potenziale nel migliorare il monitoraggio sismico e aumentare l’efficacia dell’allerta precoce in caso di eventi sismici o tsunami. L’idea di utilizzare la fibra ottica per rilevare i terremoti nasce dall’esigenza di ampliare il monitoraggio sismico e ottenere informazioni da aree non coperte dalla rete tradizionale di sismografi. Attraverso il progetto Meglio, si è cercato di sfruttare la fibra ottica già presente nel territorio italiano come un sensore in grado di rilevare e misurare le onde sismiche in tempo reale. Il principio di funzionamento si basa sull’elasticità della fibra ottica, che subisce variazioni di lunghezza in risposta ai movimenti del terreno causati dai terremoti. Utilizzando interrogatori laser interferometrici posizionati lungo la rete di fibra ottica, è possibile rilevare queste variazioni e identificare gli eventi sismici. La sperimentazione ha dimostrato la capacità del sistema di rilevare terremoti di diverse magnitudini, anche a distanze considerevoli. L’efficacia del progetto è stata confermata da una peer review condotta da specialisti di Nature e da istituzioni come l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e l’Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim). La pubblicazione dei risultati su Nature sottolinea il potenziale di questa tecnica come strumento di monitoraggio sismico permanente e capillare. Il prossimo passo per Open Fiber è quello di trasformare la propria rete nazionale in un grande sensore sismico, sfruttando l’infrastruttura già esistente per ampliare il monitoraggio sismico su tutto il territorio italiano. Questo approccio potrebbe offrire un’alternativa economica e sostenibile rispetto alle tecnologie di monitoraggio tradizionali, grazie al riutilizzo delle infrastrutture esistenti. Attualmente, Open Fiber sta valutando possibili collaborazioni con istituzioni e partner per sviluppare ulteriormente il progetto e implementare una rete nazionale di monitoraggio sismico basata sulla fibra ottica. La complementarità di questa tecnologia con le attrezzature esistenti e la sua sostenibilità la rendono una soluzione promettente per migliorare la sicurezza e la resilienza del territorio italiano di fronte ai rischi sismici.

WIRED – LA SICCITA’ STA MANDANDO I CRISI LA SICILIA

La Sicilia si trova attualmente in una grave crisi dovuta alla siccità, che ha portato all’attuazione di misure di emergenza per gestire la carenza di acqua potabile e irrigua. La situazione è così critica che circa un milione di persone hanno subito razionamenti nell’approvvigionamento di acqua potabile, con riduzioni della portata idrica che vanno dal 10% al 45%. La giunta regionale ha richiesto al governo nazionale di dichiarare lo stato di emergenza, al fine di adottare misure straordinarie per affrontare la crisi. La siccità in Sicilia non è un fenomeno nuovo: il 2023 è stato il quarto anno consecutivo con precipitazioni al di sotto della media storica, e i primi mesi del 2024 hanno confermato questa tendenza, con temperature più elevate e scarsità di piogge. Questo è un effetto evidente della crisi climatica globale, accentuato da una gestione inefficiente delle risorse idriche e da problemi infrastrutturali nell’isola. Secondo l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (Anbi), alcuni invasi destinati all’uso potabile registrano una mancanza di oltre il 90% dell’acqua, mentre i bacini per l’irrigazione sono solo al 30% della loro capacità, il valore più basso mai registrato dal 2010. Questa situazione critica ha portato Anbi a descrivere la Sicilia e altre regioni del Sud Italia come sempre più simili a regioni desertiche, con temperature al di fuori della media anche durante le piogge. Le proteste degli attivisti ambientalisti di Ultima generazione hanno evidenziato l’incongruenza tra le politiche di razionamento idrico e l’uso continuato di fontane decorative a scopo turistico a Palermo. Gli attivisti hanno sottolineato l’urgente necessità di concentrare le risorse idriche disponibili sulle necessità primarie della popolazione. Per affrontare l’emergenza, la regione Sicilia ha nominato un commissario delegato alla siccità e ha attuato strategie di risparmio idrico. Tuttavia, nonostante questi sforzi, la situazione è destinata a peggiorare con l’avvicinarsi dei mesi più caldi. L’assessore regionale all’Agricoltura ha sottolineato il rischio di un crollo del settore agricolo siciliano, con danni stimati fino a 2,5 miliardi di euro e la minaccia di perdite permanenti delle colture e della moria del bestiame, con conseguenze anche sul fronte sanitario.

WIRED – NATURE: LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI STAREBBE RALLENTANDO LA ROTAZIONE TERRESTRE

Uno studio recente pubblicato su Nature ha rivelato un interessante collegamento tra lo scioglimento dei ghiacci polari e il rallentamento della rotazione terrestre. Questo fenomeno, legato al cambiamento climatico, ha implicazioni anche sulla misurazione del tempo. Secondo gli esperti, quando il ghiaccio si scioglie ai poli, la massa terrestre si ridistribuisce, influenzando la velocità angolare del pianeta. Questo rallentamento della rotazione è stato paragonato al movimento di una pattinatrice che rallenta quando estende le braccia o le gambe durante una rotazione. In termini pratici, significa che meno ghiaccio è presente ai poli, più massa si accumula attorno all’equatore. Questo cambiamento nella distribuzione della massa terrestre ha implicazioni anche sulla misurazione del tempo. Attualmente, utilizziamo il Tempo coordinato universale (Utc) per impostare i fusi orari, ma questo tiene conto della rotazione terrestre, che non è costante. Di conseguenza, le due scale temporali divergono lentamente nel tempo, richiedendo l’aggiunta periodica di un “secondo intercalare” per riallinearle. Tuttavia, negli ultimi decenni, la rotazione terrestre è diventata più veloce a causa di vari fattori, compreso lo scioglimento dei ghiacci polari. Secondo lo studio, lo scioglimento dei ghiacci polari ha ritardato la necessità di aggiungere un “secondo intercalare negativo” di circa tre anni, slittando quindi al 2029. Questo significa che il fenomeno ha impedito il previsto aggiornamento del tempo coordinato universale, con conseguenti ripercussioni su sistemi informatici, satellitari e finanziari. Gli esperti sottolineano che lo scioglimento dei ghiacci polari è diventato un fattore significativo nel rallentamento della rotazione terrestre, a causa dell’uso di combustibili fossili e del riscaldamento globale causato dall’attività umana. Il movimento dell’acqua di fusione dai poli verso l’equatore contribuisce ulteriormente a questo rallentamento.

AGI – ONU: IL DECENNIO APPENA TRASCORSO E’ STATO IL PIU’ CALDO MAI REGISTRATO

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite ha rilasciato un rapporto annuale sullo stato del clima, evidenziando un quadro catastrofico. Secondo il rapporto, il decennio appena trascorso è stato il più caldo della storia registrata, con l’anno scorso che ha superato tutti i record precedenti. Le temperature globali hanno raggiunto livelli senza precedenti, le ondate di caldo hanno colpito gli oceani e i ghiacciai hanno subito drammatiche riduzioni. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha dichiarato che il pianeta è “sull’orlo del baratro” e ha sottolineato che la Terra sta lanciando una richiesta di soccorso. Ha inoltre avvertito che l’inquinamento da combustibili fossili sta causando un caos climatico su vasta scala e che i cambiamenti climatici si stanno accelerando. Il rapporto ha confermato che il 2023 è stato l’anno con le temperature più alte mai registrate, concludendo un periodo di dieci anni di record di calore. La temperatura media in prossimità della superficie era di 1,45 gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali, avvicinandosi pericolosamente alla soglia critica di 1,5 gradi concordata negli accordi sul clima di Parigi del 2015. Il capo dell’OMM, Andrea Celeste Saulo, ha definito il rapporto un “allarme rosso per il mondo”, evidenziando che i record di calore sono stati battuti e distrutti in modo significativo. In particolare, le ondate di caldo marino hanno colpito quasi un terzo degli oceani globali in una giornata media, con conseguenze negative sugli ecosistemi marini e sulle barriere coralline. I ghiacciai hanno subito la più grande perdita di ghiaccio registrata dalla metà del secolo scorso, con scioglimento estremo sia in Nord America che in Europa. L’estensione del ghiaccio marino antartico è stata la più bassa mai registrata, con un livello del mare che ha raggiunto il punto più alto mai registrato dal 1993. Questi cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova le popolazioni di tutto il mondo, alimentando eventi meteorologici estremi, inondazioni e siccità, che provocano spostamenti di massa e aumentano la perdita di biodiversità e l’insicurezza alimentare. Il rapporto sottolinea che la crisi climatica è la sfida decisiva che l’umanità deve affrontare e che è strettamente intrecciata con la crisi della disuguaglianza.

WIRED – NATURE: NEI PROSSIMI 10 ANNI IL GHIACCIO DELL’ARTICO POTREBBE SPARIRE (PER QUALCHE GIORNO)

Secondo uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Nature Reviews Earth & Environment, entro i prossimi 10 anni il ghiaccio marino dell’Artico potrebbe scomparire quasi completamente per alcuni giorni durante l’estate. Questo fenomeno, senza precedenti negli ultimi 80.000 anni, è attribuito alla crisi climatica provocata dalle attività umane e potrebbe avere conseguenze gravi sul clima globale e sui sistemi ecologici della regione. L’Artico sta già vivendo una drastica riduzione del suo ghiaccio marino. Negli ultimi 40 anni, la superficie media del ghiaccio estivo è diminuita da 5,5 milioni di chilometri quadrati negli anni Ottanta del Novecento a 3,3 milioni di chilometri quadrati tra il 2015 e il 2023. Senza un deciso abbassamento delle emissioni inquinanti, potremmo assistere a una riduzione ulteriore, con una superficie inferiore a 1 milione di chilometri quadrati entro il 2030. Gli scienziati avvertono che, con il livello attuale di emissioni di metano e combustibili fossili, l’assenza di ghiaccio estivo potrebbe estendersi a tutto il mese di settembre tra il 2035 e il 2067 e potrebbe verificarsi anche tra maggio e gennaio entro il 2100, in uno scenario ad alte emissioni. La trasformazione dell’Artico da un ambiente “bianco” a uno “blu” avrebbe conseguenze significative. Gli animali dell’Artico rischierebbero di perdere il loro habitat, le coste sarebbero più soggette all’erosione a causa dell’intensificarsi delle onde e il riscaldamento globale aumenterebbe ulteriormente senza il ghiaccio artico che riflette le radiazioni solari. Tuttavia, gli studiosi sottolineano che se si riuscisse a ridurre drasticamente le emissioni di CO2, il ghiaccio marino potrebbe tornare ai livelli precedenti entro un decennio, anche se si fosse già sciolto del tutto. Questa prospettiva sottolinea l’importanza di agire con urgenza per mitigare i cambiamenti climatici e proteggere l’ecosistema dell’Artico.

AGI – PERCHE’ FARA’ “CALDO” FINO A MAGGIO

Le temperature anomale che si stanno registrando in tutto il mondo non sono solo colpa di El Nino. Lo afferma uno studio delle Nazioni Unite, secondo cui il fenomeno naturale sta contribuendo al caldo, ma la responsabilità principale è del cambiamento climatico innescato dalle attività umane. El Nino è un riscaldamento su larga scala delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale. Si verifica in media ogni due-sette anni e gli episodi durano tipicamente da nove a dodici mesi. Le condizioni oscillano tra El Nino e il suo raffreddamento generalmente opposto a La Nina, con condizioni neutre nel mezzo. L’attuale El Nino si è sviluppato nel giugno 2023 ed è stato al suo massimo tra novembre e gennaio. Ha raggiunto un picco di circa 2,0 gradi al di sopra della temperatura media della superficie del mare dal 1991 al 2020 per l’Oceano Pacifico tropicale centrale e orientale. Sebbene El Nino si stia gradualmente indebolendo, il suo impatto continuerà nei prossimi mesi alimentando il calore intrappolato nell’atmosfera dai gas serra. Pertanto, “tra marzo e maggio sono previste temperature superiori alla norma su quasi tutte le terre emerse”, ha affermato l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) delle Nazioni Unite in un aggiornamento trimestrale. “C’è circa il 60% di probabilità che El Nino persista nei mesi di marzo-maggio e l’80% di possibilità di condizioni neutre tra aprile e giugno”, ha affermato l’OMM. C’è la possibilità che La Nina si sviluppi più avanti nel corso dell’anno, ma le probabilità sono attualmente incerte. Secondo il capo dell’OMM Celeste Saulo, anche se le temperature record registrate negli ultimi mesi sono state esacerbate dall’effetto El Nino, questo fenomeno deve essere visto nel contesto di un cambiamento climatico innescato dalle attività umane. “Le concentrazioni dei tre principali gas serra – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – stanno intrappolando il calore nell’atmosfera e causando un riscaldamento globale senza precedenti”, ha spiegato Saulo. “Ogni mese da giugno 2023 ha stabilito un nuovo record mensile di temperatura – e il 2023 è stato di gran lunga l’anno più caldo mai registrato”. “El Nino ha contribuito a queste temperature record, ma i gas serra che intrappolano il calore sono inequivocabilmente il principale colpevole”, ha aggiunto Saulo. “Le temperature della superficie dell’oceano nel Pacifico equatoriale riflettono chiaramente El Nino. Ma le temperature della superficie del mare in altre parti del globo sono state persistentemente e insolitamente elevate negli ultimi 10 mesi”. “La temperatura della superficie del mare nel gennaio 2024 è stata di gran lunga la più alta mai registrata nel mese di gennaio. Ciò è preoccupante e non può essere spiegato solo da El Nino”, ha affermato Saulo. L’OMM ha inoltre sottolineato che gli eventi di El Nino sono tipicamente associati a un aumento delle precipitazioni in alcune parti del Sud America meridionale, degli Stati Uniti meridionali, del Corno d’Africa e dell’Asia centrale. Può anche causare gravi siccità in Australia, Indonesia, parti dell’Asia meridionale, America centrale e America settentrionale del Sud. L’ultimo El Nino è avvenuto nel 2015-2016. Dal 2020 all’inizio del 2023, il mondo è stato colpito da una La Nina insolitamente prolungata, durata tre anni, ma i suoi effetti di raffreddamento non hanno impedito un ciclo di nove anni più caldi mai registrati iniziato nel 2015.

AGI – L’ETNA STA “SCIVOLANDO” NEL MEDITERRANEO?

Si è conclusa dopo 13 giorni la spedizione scientifica Meteor M198, guidata dal Centro di ricerca oceanografica Geomar di Kiel (Germania) e con la partecipazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). La missione ha esplorato i fondali marini al largo di Catania per acquisire nuove conoscenze sul movimento del fianco sud-orientale dell’Etna, che si sposta verso il Mar Ionio. “L’Ingv monitora da tempo i lenti spostamenti dell’Etna”, spiega Alessandro Bonforte, ricercatore Ingv a bordo della Meteor M198. “Non sono generalmente pericolosi, ma in alcuni casi possono diventare più consistenti e causare frane sottomarine o terremoti.” Obiettivo: comprendere se il fianco scivola come blocco unico o in più porzioni. L’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa, non si limita a eruttare lava e cenere. Da anni, gli scienziati monitorano i suoi lenti ma progressivi movimenti, che interessano anche la parte sommersa del vulcano. Un team di ricercatori internazionali, guidato dal Centro di ricerca oceanografica Geomar di Kiel (Germania) e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha utilizzato un approccio multidisciplinare per studiare questo fenomeno. Oltre a raccogliere campioni di roccia e sedimenti, i ricercatori hanno impiegato sonar multibeam, droni subacquei e una rete di sensori acustici per mappare il fondale marino e calcolare i movimenti del vulcano. Le prime analisi hanno già rivelato la deformazione attiva della faglia di Acitrezza fino a 1200 metri di profondità. Inoltre, l’installazione di due piezometri ha permesso di monitorare le variazioni di pressione e temperatura dei fluidi all’interno del vulcano.

WIRED – L’IDEA DI SOLLEVARE VENEZIA POMPANDO ACQUA DAL MARE

Un professore di ingegneria idraulica dell’Università di Padova ha proposto un piano per salvare Venezia dall’innalzamento del mare: sollevare la città pompando acqua salata sotto terra. L’idea si basa sul principio della subsidenza e del sollevamento del terreno. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’estrazione di acqua di falda a Marghera causò l’abbassamento del terreno di Venezia. Invertendo il processo, pompando acqua salata a 500 metri di profondità, si potrebbe ottenere un sollevamento della città. Simulazioni al computer indicano che in dieci anni Venezia potrebbe alzarsi di 25-30 centimetri, annullando i danni del prelievo di acqua del passato e guadagnando tempo prezioso nella lotta contro l’innalzamento del mare. Il progetto è tecnicamente fattibile e non richiederebbe tecnologie avveniristiche. Si tratterebbe di perforare pozzi e utilizzare pompe per iniettare acqua salata nel sottosuolo. Un progetto simile è stato realizzato con successo a Long Beach, in California. I costi stimati per la sperimentazione pilota sono di circa 40 milioni di euro, mentre il costo totale del progetto potrebbe raggiungere i 150 milioni. Un test pilota di 36 mesi con due o tre pozzi è necessario per confermare i risultati delle simulazioni.

ILPOST – IN SICILIA DICHIARATO LO STATO DI CALAMITA’ NATURALE PER SICCITA’

La Sicilia è l’unica regione italiana in “zona rossa” per carenza di risorse idriche. Per fronteggiare l’emergenza siccità, il presidente della Regione Renato Schifani ha dichiarato lo stato di calamità naturale su tutto il territorio regionale. La mancanza di piogge sta mettendo a rischio l’agricoltura e l’allevamento. L’assenza di vegetazione e la carenza di fieno stanno colpendo duramente gli allevatori, già gravati dai danni provocati dalle anomale precipitazioni della scorsa primavera. La siccità sta creando problemi anche al settore vitivinicolo, con la mancanza di acqua per irrigare i terreni. In alcuni comuni è già stato previsto un razionamento delle risorse idriche. La dichiarazione dello stato di calamità naturale permette di attivare misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza. Le autorità locali avranno a disposizione mezzi e poteri speciali per gestire la crisi, con procedure burocratiche più snelle per l’utilizzo dei fondi stanziati. La Regione Siciliana ha inoltre incaricato un’unità di crisi locale di individuare possibili interventi strutturali per risolvere il problema della siccità a lungo termine.

LEGGO – ITALIA: NEL 2100 MARI SU DI 75 CM E PIL A -4.5%

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, ha stimato gli effetti economici dell’innalzamento del livello del mare sulle regioni europee. In uno scenario peggiore, in cui le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare e non verranno prese misure per proteggere le coste, l’Italia sarebbe una delle nazioni più colpite. Il livello del mare aumenterebbe di 75 centimetri entro il 2100, causando perdite economiche per 37,8 miliardi di euro, pari al 4,43% del PIL nazionale. Le regioni più colpite sarebbero Veneto ed Emilia-Romagna, che perderanno rispettivamente il 20,84% e il 10,16% del PIL. I due territori, che nel 2015 hanno contribuito al 18,32% del PIL italiano totale, ospitano importanti attività economiche, come l’industria, il turismo e l’agricoltura. Il meridione italiano, invece, sarebbe meno colpito dalle inondazioni e potrebbe beneficiare dello spostamento degli impianti e della popolazione. Oltre all’Italia, le aree europee più a rischio sarebbero nel mar Baltico, sulla costa belga, nella Francia occidentale e in Grecia. Per l’intera Unione Europea, l’innalzamento del livello del mare potrebbe comportare danni economici per 872 miliardi di euro. Gli autori dello studio sottolineano che è necessario attuare politiche economiche specifiche per ogni regione, in modo da affrontare i possibili impatti dell’innalzamento delle acque e limitare i danni. In particolare, sarebbero necessari investimenti mirati nella logistica, nei servizi pubblici e nell’edilizia per mitigare le perdite economiche.

IDEALISTA – LO STUDIO UNESCO SUL RITIRO DEI GHIACCIAI NEL 21ESIMO SECOLO

Uno studio dell’UNESCO sui ghiacciai protetti in tutto il mondo ha rilevato che questi si stanno ritirando a un ritmo accelerato, con perdite stimate di diverse centinaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio dal 2000. I siti più colpiti dalla fusione sono stati i parchi di Kluane, Wrangell-Saint Elias, Glacier Bay e Tatshenshini-Alsek in Alaska, Stati Uniti, e Canada, il fiordo glaciale di Ilulissat in Groenlandia e la calotta glaciale di Vatnajökull in Islanda. Il ghiacciaio più grande delle Alpi, situato nella regione di Jungfrau-Aletsch in Svizzera, è il nono sito più colpito nella lista, con una perdita netta di 7 miliardi di tonnellate di ghiaccio in vent’anni. I ghiacciai sono risorse cruciali per la Terra, poiché soddisfano i bisogni vitali di acqua per la metà dell’umanità. Inoltre, spesso hanno importanza culturale e turistica per le comunità locali. Le analisi satellitari mostrano che i ghiacciai designati come siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO stanno attualmente perdendo in media circa 58 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, contribuendo a circa il 5 percento dell’innalzamento del livello del mare. Secondo l’UNESCO, proiezioni indicano che i ghiacciai in un terzo dei siti designati scompariranno entro il 2050, indipendentemente dallo scenario climatico applicato.

ILMETEO – TERREMOTI DA GELO DIVENTANO SEMPRE PIU’ FREQUENTI

Un nuovo studio condotto dall’Università di Oulu in Finlandia e dal Geological Survey of Finland ha rilevato un significativo incremento dei terremoti da gelo nelle zone polari, associato al cambiamento climatico. Conosciuti come “criosismi”, questi eventi sismici sono scatenati dal rapido congelamento dell’acqua nel suolo durante le condizioni invernali estreme. Contrariamente alla precedente supposizione, le principali fonti di questi terremoti non sono le strade, ma le zone umide e i canali di drenaggio. Elena Kozlovskaya, docente di geofisica applicata presso l’Università di Oulu, ha rivelato che paludi e aree con falde acquifere alte sono state le principali fonti dei terremoti da gelo durante l’inverno 2022-2023 a Oulu, Finlandia. Questi fenomeni, che possono raggiungere magnitudo fino a 4,5 Richter, si verificano quando l’acqua nel terreno, accumulata durante piogge intense o lo scioglimento della neve nei periodi invernali sempre più caldi, congela rapidamente, causando crepe e scosse. Il cambiamento climatico, con inverni più caldi e precipitazioni intense, sta alimentando questo rischio. “I terremoti da gelo potrebbero diventare più comuni in futuro”, ha affermato Kozlovskaya, sottolineando l’importanza che le autorità locali adottino misure per mitigarne gli effetti. Attraverso reti di monitoraggio sismico installate nella Finlandia settentrionale, i ricercatori hanno identificato i terremoti da gelo durante il 2022-2023. Il freddo improvviso a -20°C, a una velocità di circa un grado all’ora, ha innescato questi eventi. A Oulu, le aree umide vicine alle stazioni sismiche sono risultate i principali punti di origine, mentre a Sodankylä, le fratture del ghiaccio nel fiume Kitinen hanno contribuito ai terremoti.

FOCUS – IN SIBERIA FA “CALDO” E GLI ORSI BRUNI NON ANDRANNO IN LETARGO

Temperature record registrate in Siberia stanno mettendo a dura prova gli orsi bruni, che stanno lottando per avviare il loro letargo invernale. Secondo il Dipartimento per la protezione della fauna selvatica della regione dell’Amur, molti orsi bruni nella Siberia orientale stanno ancora vagando, incapaci di addormentarsi completamente a causa delle temperature anormalmente elevate per la stagione. Questi mammiferi decidono autonomamente quando entrare in letargo, ma le temperature ancora calde interferiscono con il loro istinto. Mentre cercano di accumulare grasso per l’inverno, il caldo persistente li tiene svegli, creando uno stato di sonnolenza che impedisce loro di avviare completamente il letargo. La scomparsa della neve, a causa del rapido scioglimento, rende inoltre le tane meno idonee per il riposo invernale. Questa situazione rischia di portare gli orsi, particolarmente maschi, più vicino alle città in cerca di cibo, comportamento che potrebbe esporli a rischi maggiori e compromettere la loro preparazione per l’inverno.

L’INDIPENDENTE – SULLE ALPI I GHIACCIAI CONTINUANO A RIDURSI

Secondo il quarto report di Legambiente e del Comitato Geologico italiano, la crisi climatica sta colpendo duramente i ghiacciai alpini. Il 2023 è stato un anno record climatico negativo, con picchi di caldo in alta quota, zero termico sulle vette sopra ai 5000 metri e 144 eventi meteorologici estremi registrati nelle regioni alpine da gennaio. Il Ghiacciaio del Belvedere, il più grande del Piemonte, ha perso il 20% della sua superficie dagli anni ‘50 ad oggi e negli ultimi dieci anni ha perso 70 metri di spessore. Anche i ghiacciai dell’Adamello, Lares e Lobbia stanno subendo un ritiro significativo. Il ghiacciaio di Lares ha perso oltre il 50% della superficie in 60 anni. Anche i ghiacciai svizzeri e austriaci, visitati per la prima volta dalla Carovana, si stanno ritirando. Secondo gli ultimi dati di Glamos, la piattaforma di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri, nel 2022 questi hanno perso complessivamente 3,3 km cubi di ghiaccio. Il progressivo ritiro dei ghiacciai sta portando a una significativa trasformazione geomorfologica, con la formazione di numerosi nuovi laghi. In Valle d’Aosta tra il 2006 e il 2015 sono comparsi 170 nuovi laghi glaciali, raddoppiando il numero di quelli esistenti. Sono raddoppiati anche gli eventi di instabilità ad alta quota, con aumento di colate detritiche e frane. Il meteorologo e climatologo Luca Mercalli ha dichiarato che «i dati scientifici lo stanno dimostrando, il 2023 sarà l’anno più caldo in assoluto. Nelle ultime due estati i nostri ghiacciai hanno perso sette metri di spessore». Legambiente e CGI chiedono al governo di accelerare il passo e iniziare ad attuare politiche reali di contrasto alla crisi ecologica e climatica in corso.

EURONEWS – COPERNICUS: IL 2023 E’ STATO L’ANNO PIU’ CALDO MAI REGISTRATO

Secondo il Copernicus climate change service, C3s, le temperature di novembre hanno fatto registrare al pianeta l’autunno boreale più caldo dei tempi moderni. Per l’anno solare in corso, da gennaio a novembre, la temperatura media globale dell’aria superficiale è stata di 1,46 gradi superiore alla media preindustriale del 1850-1900. E di 0,13 gradi in più rispetto alla media degli undici mesi del 2016, l’anno che per ora detiene il record di più caldo. In Europa la temperatura media per il periodo settembre-novembre 2023 è stata di 10,96°C, ovvero 1,43°C sopra la media. Gli scienziati del C3s sostengono che “finché le concentrazioni di gas serra continueranno ad aumentare, non possiamo aspettarci risultati diversi da quelli visti quest’anno. La temperatura continuerà a crescere e così anche l’impatto delle ondate di calore e della siccità. Raggiungere la neutralità carbonica il prima possibile è fondamentale per gestire i rischi climatici”.

ANSA – RIPRENDE A MUOVERSI DOPO QUASI 40 ANNI L’ICEBERG PIÙ GRANDE DEL MONDO

L’iceberg A-23a, il più grande del mondo, è tornato a muoversi dopo quasi 40 anni. Si era staccato dall’Antartide nel 1986, ma era poi rimasto incagliato nel fondale del Mare di Weddell, diventando un’isola di ghiaccio. I primi movimenti sono stati osservati a partire dal 2020, ma nell’ultimo anno ha aumentato la velocità verso Nord e sta ora per superare la punta settentrionale della Penisola Antartica. Secondo gli esperti, che stanno monitorando i suoi spostamenti, la rotta sarà simile a quella degli altri giganti ghiacciati provenienti dal mare di Weddell: sarà quindi catturato dalla Corrente Circumpolare Antartica e proseguirà il suo viaggio entrando nell’Oceano Atlantico meridionale. La ripresa del movimento dell’iceberg è un evento significativo, che evidenzia gli effetti del cambiamento climatico sull’Antartide. La riduzione delle dimensioni dell’iceberg, infatti, potrebbe essere dovuta al riscaldamento delle acque oceaniche, che stanno provocando lo scioglimento dei ghiacci.

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