Strage di via dei Georgofili

La strage di via dei Georgofili (Firenze) è un attentato perpetrato da Cosa Nostra avventuo nella notte del 26-27 maggio 1993 a Firenze, vicino alla Galleria degli Uffizi

Strage di via dei Georgofili
Strage di via dei Georgofili.
L’attentato terroristico avvenuto nella notte del 26-27 maggio 1993, noto come la strage di via dei Georgofili, è stato perpetrato da Cosa Nostra attraverso l’esplosione di un’autobomba in via dei Georgofili, a Firenze, vicino alla storica Galleria degli Uffizi.

L’esplosione dell’autobomba, carica con 277 km di esplosivo, ha causato la morte di 5 persone: i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (31 anni) insieme alle loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (appena 50 giorni di vita), così come lo studente Dario Capolicchio (22 anni). Inoltre, ha ferito circa 40 persone. Questo attentato si colloca nell’ambito degli altri attacchi avvenuti nel 1992-1993, che hanno causato la morte di 21 persone, tra cui i giudici Falcone e Borsellino, e gravi danni al patrimonio artistico.

Nel comune di Corleone, il 17 novembre 2018, è stato inaugurato l’asilo nido comunale recentemente ristrutturato, dedicato alla memoria di Caterina e Nadia Nencioni, per rendere omaggio alle giovani vittime di tale tragedia.

Storia

Nell’aprile 1993, Gioacchino Calabrò, capo della famiglia di Castellammare del Golfo, incaricò Vincenzo Ferro, figlio di Giuseppe Ferro, capo della Famiglia di Alcamo, di recarsi a Prato dallo zio Antonino Messana, fratello della madre, per chiedergli di mettere a disposizione un garage per alcune persone che sarebbero arrivate dalla Sicilia. Inizialmente, Messana rifiutò la richiesta. Pertanto, Calabrò si fece accompagnare a Prato da Ferro, insieme a Giorgio Pizzo, un mafioso di Brancaccio, e convinse Messana utilizzando minacce.

A metà maggio, alcuni mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille, tra cui Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, prepararono 4 pacchi di esplosivo in una casa fatiscente a Corso dei Mille, messa a disposizione da Antonino Mangano, capo della Famiglia di Roccella.

Il 23 maggio, Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano si recarono a Prato e furono ospitati nell’appartamento di Messana, sotto la supervisione di Ferro, che li accompagnò con la sua auto nel centro di Firenze per effettuare alcuni sopralluoghi. Nei giorni successivi, i quattro pacchi di esplosivo, nascosti in un doppiofondo nel camion di Pietro Carra, un autotrasportatore coinvolto negli ambienti mafiosi di Brancaccio, furono trasportati a Galciana, una frazione di Prato. Lì, Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza, sempre accompagnati da Ferro con la sua auto, li prelevarono e li scaricarono nel garage di Messana.

L’attentato e le sue conseguenze

La sera del 26 maggio, Giuliano e Spatuzza rubarono un furgone Fiat Fiorino e lo portarono nel garage, dove posero esplosivo, composto da tritolo, al suo interno. Successivamente, Giuliano e Lo Nigro guidarono l’autobomba fino a via dei Georgofili. Intorno all’1:04 del 27 maggio, fecero detonare l’esplosivo.

L’esplosione fu devastante a causa dell’aggiunta successiva di esplosivo T4 da parte di individui non mafiosi al tritolo originariamente messo dai mafiosi.

Questo provocò il crollo della Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, e causò la morte di Fabrizio Nencioni, un ispettore dei vigili urbani, e sua moglie Angela Fiume, custode dell’Accademia, insieme alle loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (meno di 2 mesi), che abitavano al terzo piano della Torre. Un incendio si diffuse anche nelle case circostanti, uccidendo anche Dario Capolicchio, uno studente universitario di 22 anni.

L’attentato causò anche gravi danni ad alcune aree della Galleria degli Uffizi e del Corridoio vasariano, situate nelle vicinanze di via dei Georgofili. Circa il 25% delle opere d’arte presenti fu danneggiato, sebbene i capolavori più importanti fossero protetti da vetri che ne attenuarono l’impatto. Tuttavia, alcuni dipinti subirono gravi danni o furono quasi completamente distrutti.

Indagini e processi

Le indagini hanno permesso di ricostruire l’esecuzione della strage di via dei Georgofili grazie alle testimonianze dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Vincenzo e Giuseppe Ferro, Salvatore Grigoli, Antonio Calvaruso, Pietro Romeo e Vincenzo Sinacori.

Nel 1998, Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giorgio Pizzo, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Ferro, Pietro Carra e Antonino Mangano sono stati riconosciuti come gli esecutori materiali della strage nella sentenza relativa alle stragi del 1993.

Nel 2008, Spatuzza ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha confermato le sue responsabilità nell’attentato di via dei Georgofili. In particolare, ha dichiarato che la strage è stata pianificata durante una riunione a cui hanno partecipato lui, Barranca e Giuliano insieme ai boss Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Francesco Tagliavia (capo della Famiglia di Corso dei Mille). Durante la riunione è stata decisa l’obiettivo dell’attentato utilizzando dépliant turistici e Tagliavia ha finanziato la “trasferta” a Firenze per eseguire l’attacco. Successivamente, nel 2011, la Corte d’assise di Firenze ha condannato Tagliavia all’ergastolo in seguito alle dichiarazioni di Spatuzza.

Basandosi sulle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze ordinò l’arresto del pescatore Cosimo D’Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, accusato di aver fornito l’esplosivo utilizzato negli attentati del 1992-1993, incluso nella strage di via dei Georgofili. L’esplosivo era ottenuto da residuati bellici recuperati in mare. Nel 2013, D’Amato fu condannato all’ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare di Firenze. La condanna fu confermata in appello nel 2014 e successivamente, nel 2016, in Cassazione. Nel 2015, D’Amato iniziò a collaborare con la giustizia e confermò il suo coinvolgimento nella fornitura di esplosivi.

Nel 2013, l‘Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, presieduta da Giovanna Maggiani Chelli, fu ammessa come parte civile nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Danilo Ammannato la rappresentò come avvocato.

Il 20 maggio 2016, dalle motivazioni della seconda Corte d’Assise di Appello di Firenze nel processo contro Tagliavia, emersero frammenti che suggerivano che “Lo Stato avviò una trattativa con Cosa Nostra” e che questa trattativa iniziale era basata su un principio di “do ut des” per interrompere la strategia degli attentati di Cosa Nostra. Le motivazioni precisavano che l’iniziativa fu presa dai rappresentanti dello Stato e non dagli uomini della mafia.

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