Ci sono sempre meno giovani in Italia e quindi anche meno lavoratori

Tra 2018 e 2021 la forza lavoro nella fascia d’età 15-34 anni è diminuita di 278mila. 20 anni fa erano 9,4 milioni, ora 6 milioni

Ci sono sempre meno giovani in Italia e quindi anche meno lavoratori
Ci sono sempre meno giovani in Italia e quindi anche meno lavoratori. Secondo i dati Istat, tra il 2018 e il 2021 la popolazione tra i 15 e i 34 anni è calata di oltre 260mila unità, scendendo a quota 12 milioni. Le forze di lavoro in quella fascia di età, che comprendono gli occupati e le persone che cercano un posto ma non gli inattivi, si sono ristrette di -278mila. Nel 2002 erano 9,4 milioni, nel 2012 sono scese a 7 milioni, e all’inizio del 2022 si sono fermate a 6 milioni.

La fascia dei 30-34enni (giovani adulti che si avviano verso l’apice della vita attiva) si sta assottigliando: in un decennio la somma di occupati e disoccupati di quell’età è diminuita da 3 a 2,4 milioni.

Alessandro Rosina, docente universitario, studioso delle trasformazioni demografiche, dei mutamenti sociali e della diffusione di comportamenti innovativi, ha detto: “Oggi sono un terzo in meno rispetto ai 50-54enni, quindi nei prossimi 30 anni assisteremo a una riduzione di un terzo della popolazione in età attiva. […] Abbiamo la più bassa percentuale di under 35 in Europa. E al calo numerico si aggiunge un indebolimento qualitativo (record di Neet, pochi laureati, servizi di incontro tra domanda e offerta che non funzionano). Questa sfida non è stata capita. Se continuiamo così nemmeno un forte aumento dell’immigrazione sarà sufficiente per compensare il crollo della popolazione in età attiva“.

Il fenomeno del cosiddetto “degiovanimento” è esploso e ora le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. “Siamo poveri di quella che è la risorsa naturale più importante per ogni Paese che voglia crescere. Ce ne siamo accorti solo ora che c’è un Piano di ripresa con grandi risorse a disposizione, ma che per essere realizzato richiederebbe le competenze e il contributo qualificato dei giovani. […] Ci giochiamo tutto nei prossimi due anni. Se continuiamo a mettere delle toppe, invece che intervenire a monte, potremo solo gestire il declino perché non sia troppo drammatico. Il Paese rischia di trovarsi ai margini dei grandi processi di crescita delle aree più competitive, in un circolo vizioso di basso sviluppo“.

Come se non bastasse, l’Italia è prima in Ue per dispersione scolastica e per quota di ragazzi e giovani adulti che non studiano né lavorano, ed è penultima per percentuale di under 35 laureati. Ci si mette, poi, il mercato del lavoro che invece di valorizzarli offre salari da fame.

Nell’ultimo decennio, tra recessione e pandemia, la natalità è crollata e l’immigrazione si è ridotta accelerando il declino demografico. Quindi, da qui al 2024 si vedrà se il Paese è in grado di innescare “un circolo virtuoso in cui la ricchezza prodotta dai giovani, dall’aumento dell’occupazione femminile e da un’immigrazione accompagnata dalla necessaria integrazione può essere reinvestita nel welfare e alimentare un miglioramento del benessere della società oppure finirà in un circolo vizioso, con sempre meno persone che creano ricchezza, meno risorse per il welfare che dovranno essere utilizzare sempre di più per gli anziani a scapito di formazione, ricerca e politiche attive, un debito pubblico che diventa insostenibile, nuove generazioni sempre più tentate dall’andare all’estero, natalità in ulteriore calo. A quel punto nemmeno un forte aumento dell’immigrazione, che comunque va programmato in anticipo con una visione di medio-lungo termine, sarebbe sufficiente per compensare il crollo della popolazione in età attiva“.

Secondo Rosina, il Recovery plan che indica le “pari opportunità generazionali” tra le tre priorità trasversali, non è sufficiente. “Lì ci sono politiche per l’occupazione giovanile e femminile, ma non si è capito che vanno inserite in un‘ottica di sistema: per rafforzare i percorsi lavorativi serve una formazione adeguata, servono politiche abitative, sostegno alla natalità, servizi che consentano di conciliare vita e lavoro. E poi non basta trovare ‘un posto’: devono essere posti che valorizzano le competenze e abilitano scelte di vita“. (cioè, il lavoro deve consentire a chi lo vuole di potere metter su famiglia).

La questione del salario va messa al centro. Vanno sperimentate politiche che consentano di arrivare a una situazione in cui chi entra nel mercato del lavoro mano a mano si stabilizza e può continuare su una continuità di reddito“.

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