Perché c’è chi non crede al cambiamento climatico?

Anche se le prove dei cambiamenti climatici sono evidenti, in molti negano i rischi che il nostro pianeta sta correndo

Perché c'è chi non crede al cambiamento climatico?
Perché c’è chi non crede al cambiamento climatico? C’è chi crede che stiamo vivendo un’era segnata dagli effetti dei cambiamenti climatici causati dall’uomo e chi no. Poco importa che il 97% delle pubblicazioni scientifiche in materia a livello mondiale trovi nelle attività umane la principale responsabilità del riscaldamento globale.

In ambito scientifico, lo scetticismo è una cosa positiva perché significa evitare di giungere ad una conclusione prima di averne le prove. Al contrario, chi nega la scienza del clima non segue questo processo, ma tende a scartare qualsiasi prova in conflitto con le proprie convinzioni.

I reportage dall'Italia e dal Mondo

Chi condivide le idee negazioniste fa riferimento a una generica teoria della cospirazione del riscaldamento globale. Questa sostiene che la scienza dietro il cambiamento climatico è stata inventata o distorta per ragioni ideologiche o finanziarie. Questa teoria del complotto è spesso supportata da rapporti scettici sul riscaldamento globale. I documenti dubbiosi sul climate change provengono in larghissima parte da ricchissime lobby (come Heartland Institute, Cooler Heads Coalition, Cato Institute e Heritage Foundation).

Secondo un’analisi del sociologo Robert Brulle, tra il 2003 e il 2010, 140 fondazioni hanno mosso 558 milioni di dollari per finanziare oltre 100 organizzazioni di stampo negazionista. Questi fondi arrivano soprattutto da aziende legate ai combustibili fossili. Finanziatori come la Koch Family Foundation, British Petroleum, la Shell o la ExxonMobil.

Così, grazie all’azione di queste lobby, il cambiamento climatico è diventato un’opinione politica a prescindere dai risultati scientifici.

Gli studi sul negazionismo del cambiamento climatico

Gli studi sono moltissimi, le prove schiaccianti, gli scienziati concordi e le conseguenze già visibili. Eppure, molte persone nel mondo ritengono che il cambiamento climatico sia un’invenzione, o di un evento tutto sommato meno pericoloso di quanto non indichino i dati. Per questo, psicologi sociali, scienziati cognitivi e neuroeconomisti si stanno interrogando su quali siano le ragioni del negazionismo climatico.

Per Simona Sacchi, psicologa sociale dell’Università Milano Bicocca, che lavora sulla percezione del cambiamento climatico, dipende dal funzionamento del cervello: “Per attivare il nostro sistema di allarme, non basta che uno stimolo sia percepito come generalmente negativo, deve anche costituire un pericolo. […] Per questo rispondiamo prontamente alle minacce intenzionali, che sono sentite come imminenti e capaci di attaccare la nostra incolumità fisica, o anche quelle di natura morale e sociale, i cui effetti si ripercuotono sul buon funzionamento della società“.

Il cambiamento climatico, invece, non scatena simili reazioni perché ci appare distante, sia nel tempo sia nello spazio. Infatti, “gli effetti sull’ambiente delle nostre azioni non sono immediati, e forse non saremo neppure noi a subirli”. Inoltre, “ci appaiono distanti geograficamente il Polo Nord, il cui ghiaccio si sta sciogliendo, e il Sudest asiatico, sconvolto dalle inondazioni. È questo divario spazio-temporale a determinare l’atteggiamento di­staccato verso le tematiche ambientali“.

Questa “distanza percepita” spinge a non credere a previsioni tanto nefaste, come sono quelle sugli effetti dei cambiamenti climatici, atteggiamento amplificato dal meccanismo difensivo della rimozione, che usiamo inconsciamente in molti contesti per scacciare le preoccupazioni. “È un processo del tutto analogo a quello che mettiamo in atto nei confronti di altri pensieri ugualmente paurosi, come quello della morte, per esempio“.

Nel prendere le decisioni, gli individui utilizzano “scorciatoie del pensiero“, le cosiddette euristiche, descritte per la prima volta dagli psicologi Amos Tversky e Da­niel Kahneman (quest’ultimo premio Nobel per l’economia nel 2002). Per esempio, tendiamo a considerare e a valutare i rischi futuri sulla base di quanto è accaduto in passato e della nostra capacità di immaginarci l’evento avverso.

Le lettera dei negazionisti del cambiamento climatico

Un gruppo di 500 scienziati, imprenditori e lobbisti dell’industria energetica australiana ha inviato una lettera al Segretario dell’ONU, Antonio Guterres, sostenendo che non esiste alcuna crisi climatica, che gli investimenti nelle fonti rinnovabili mettono a rischio la stabilità economica di intere nazioni e che l’aumento di CO2 nell’atmosfera non può essere altro che un bene per l’ambiente. Il gruppo di negazionisti climatici, conosciuto con il nome di Clintel, comprende personaggi come Hugh Morgan (ex presidente del Business Council of Australia), Ian Plimer (direttore del progetto minerario Roy Hill Holdings di Gina Rinehart) e Peter Ridd (ex scienziato della James Cook University).

Nella lettera indirizzata al Segretario ONU, il gruppo Clintel sostiene che non esista alcuna crisi climatica: “Gli scienziati dovrebbero affrontare apertamente le incertezze e le esagerazioni nelle loro previsioni sul riscaldamento globale mentre i politici dovrebbero spassionatamente contare i benefici reali così come i costi immaginati dell’adattamento al riscaldamento globale e i costi reali così come i benefici immaginati della mitigazione“.

Una posizione, quindi, che vorrebbe contraddire quanto sostenuto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (il gruppo internazionale di esperti indipendenti secondo cui la crisi climatica non solo è innegabile, ma sta già cominciando a mostrare i propri effetti negativi in tutto il mondo).

La lettera del Clintel prosegue sostenendo che il riscaldamento globale è semplicemente il frutto dell’alternarsi di cicli naturali caldi e freddi e che non sia imputabile all’azione dell’uomo.

Un’affermazione, però, smentita dagli studi scientifici: in particolare, una ricerca di lungo periodo pubblicata sulla rivista Nature Climate Change spiega come la responsabilità umana nell’innalzamento delle temperature avrebbe un livello di certezza pari a 5-sigma (lo stesso usato nel 2012 per certificare l’esistenza del bosone di Higgs) ovvero ci sarebbe solo 1 possibilità su 1 milione che la causa del cambiamento climatico sia attribuibile ad altri fattori invece che alle emissioni di gas serra dovute all’uomo.

La lettera del Clintel sostiene che il riscaldamento globale stia procedendo più lentamente rispetto a quanto previsto dai modelli climatici.

In realtà, i più recenti studi di settore hanno portato a una revisione dei modelli climatici per rispondere all’accelerazione osservata nel trend di riscaldamento globale che potrebbe portare a un incremento delle temperature fino a 7°C entro il 2100.

La lettera del Clintel sostiene l’assenza di correlazione tra eventi climatici estremi e cambiamento climatico.

La World Meteorological Organization ha pubblicato un lungo report in cui dimostra il contrario e spiega come nel solo 2018 oltre 62 milioni di persone sono state esposte a eventi climatici catastrofici in buona parte esacerbati dal riscaldamento globale e dal cambiamento del clima.

La lettera del Clintel sostiene che l’aumento di CO2 nell’atmosfera significhi maggiore nutrimento per piante e alberi di tutto il Pianeta e quindi un sostanziale beneficio per la biosfera.

Un recente studio della Cambridge University, spiega come l’aumento di CO2 si traduca in un’iniziale accelerazione della crescita delle piante, ma anche in una durata di vita più breve. Il risultato sul lungo periodo è una riduzione della capacità di assorbimento della CO2 da parte di alberi e foreste che alimenta ulteriormente l’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

La lettera degli scienziati alla politica italiana

Ridurre le emissioni di gas serra, decarbonizzando e accelerando il percorso verso “una vera transizione energetica ed ecologica” mediante soluzioni che siano “fondate, praticabili ed efficaci“. Sono queste, in sintesi, le azioni che gli scienziati del clima chiedono con forza ai partiti politici italiani.

L’appello è contenuto in una lettera aperta su Change.org. Sotto i nomi dei primi 5 scienziati firmatari (il direttore dell’Istituto di scienze polari Carlo Barbante, il vicepresidente del Working Group III dell’Ipcc Carlo Carraro, il presidente della Fondazione centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici Antonio Navarra, lo scienziato del clima Antonello Pasini, il presidente della Società italiana per il clima Riccardo Valentini) c’è una lunghissima lista di semplici cittadini che hanno a cuore il problema della crisi climatica, tanto da sottoscrivere la petizione e decidere di condividerla affinché abbia la maggior diffusione possibile. Molto, però, hanno fatto le adesioni di buona parte della comunità scientifica, di movimenti e associazioni (come WWF e Legambiente) e di personalità della cultura, della musica, del cinema, dello sport e della politica.

La petizione su Change.org

La scienza del clima ci mostra da tempo che l’Italia, inserita nel contesto di un hot spot climatico come il Mediterraneo, risente più di altre zone del mondo dei recenti cambiamenti climatici di origine antropica e dei loro effetti, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull’uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive. Il riscaldamento eccessivo, le fortissime perturbazioni al ciclo dell’acqua e altri fenomeni meteo-climatici vanno ad impattare su territori fragili e creano danni a vari livelli, influenzando fortemente e negativamente anche le attività economiche e la vita sociale. Stime assodate mostrano come nel futuro l’avanzare del cambiamento climatico ridurrà in modo sensibile lo sviluppo economico e causerà danni rilevanti a città, imprese, produzioni agricole, infrastrutture“.

Per un grado di riscaldamento globale in più rispetto al presente, ad esempio, si avranno mediamente su scala globale un aumento del 100% della frequenza di ondate di calore e tra il 30 e il 40% di aumento della frequenza di inondazioni e siccità, con una conseguente diminuzione del benessere e del prodotto interno lordo. Nel Mediterraneo e in Italia, poi, la situazione potrebbe essere anche più critica, in quanto, ad esempio, si hanno già chiare evidenze di aumenti di ondate di calore e siccità, di ritiro dei ghiacciai alpini, di aumento delle ondate di calore marine e, in parte, di aumento degli eventi estremi di precipitazione“.

In questo contesto, ci appare urgente porre questo problema in cima all’agenda politica. E oggi, l’avvicinamento alle prossime elezioni diventa l’occasione per farlo concretamente. Chiediamo dunque con forza ai partiti politici di considerare la lotta alla crisi climatica come la base necessaria per ottenere uno sviluppo equo e sostenibile negli anni a venire; questo dato di realtà risulta oggi imprescindibile, se vogliono davvero proporre una loro visione futura della società con delle possibilità di successo. In particolare, nella situazione attuale appare urgente porre in essere azioni di adattamento che rendano noi e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura; azioni che non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale“.

A causa dell’inerzia del clima, i fenomeni che vediamo oggi saranno inevitabili anche in futuro, e dunque dobbiamo gestirli con la messa in sicurezza dei territori e delle attività produttive, investendo con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR. Allo stesso tempo, dobbiamo anche fare in modo che la situazione non si aggravi ulteriormente e diventi di fatto ingestibile, come avverrebbe negli scenari climatici peggiori. Per questo dobbiamo spingere fortemente sulla riduzione delle nostre emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia, accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica“.

Come scienziati del clima siamo pronti a fornire il nostro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete che siano scientificamente fondate, praticabili ed efficaci, ma chiediamo con forza alla politica di considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro. Ci auguriamo dunque elaborazioni di programmi politici approfonditi su questi temi e una pronta azione del prossimo governo per la lotta alla crisi climatica e ai suoi impatti“.

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