ANSA – APPROVATA ASPIDES, LA MISSIONE NAVALE UE NEL MAR ROSSO GUIDATA DALL’ITALIA

I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno approvato il lancio della missione navale Aspides. L’operazione, guidata dall’Italia, avrà l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb dagli attacchi dei ribelli Houthi

I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno approvato il lancio della missione navale Aspides. L’operazione, guidata dall’Italia, avrà l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb dagli attacchi dei ribelli Houthi.

La missione durerà presumibilmente un anno e avrà un carattere difensivo. Non sono previsti attacchi terrestri alle postazioni degli Houthi.

L’Italia avrà un ruolo chiave nella missione. Il Contrammiraglio Costantino assumerà il comando della Forza e il Quartier Generale della Forza sarà installato a bordo di un cacciatorpediniere italiano.

La missione Aspides rappresenta un passo avanti importante verso la difesa comune europea. Si tratta di un progetto di lunga data che ha acquisito nuova urgenza dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Dettagli più importanti della missione:
Obiettivo: proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb dagli attacchi degli Houthi.
Durata: presumibilmente un anno.
Natura: difensiva.
Comando: Italia.
Forza: Contrammiraglio Costantino.
Quartier Generale: a bordo di un cacciatorpediniere italiano.
Contesto: difesa comune europea.

ESERCITAZIONE NATO
FARODIROMA – INIZIATA LA PIU’ GRANDE ESERCITAZIONE DELLA NATO DAGLI ANNI 80

La NATO ha dato il via alla maxi esercitazione “Steadfast Defender 2024”, la più grande dai tempi della Guerra Fredda. L’esercitazione coinvolge 90mila soldati di 31 Paesi dell’Alleanza e si svolge in gran parte in Polonia, al confine con la Bielorussia. La Russia e la Bielorussia hanno immediatamente reagito allertando le proprie forze armate. Mosca ha accusato la NATO di provocazione e ha minacciato di respingere qualsiasi tentativo di attacco. Minsk ha dichiarato che non accetterà provocazioni volte a creare un incidente di frontiera. La NATO ha dichiarato che l’esercitazione è una “risposta pronta” a una possibile aggressione da parte della Russia. Tuttavia, alcuni analisti ritengono che abbia altri obiettivi, come: Verificare la capacità di coordinamento e comando degli Stati Uniti sulle truppe europee. Allenare l’esercito polacco ai metodi di combattimento NATO. Trasferire armi a lungo raggio e reparti NATO in Ucraina. L’esercitazione si svolge in un contesto di forte tensione tra Russia e Ucraina. L’offensiva invernale russa è entrata nella sua seconda fase e mira alla liberazione di Avdeevka, Kherson e Odessa. Si stima che circa 15.000 soldati occidentali e di altri Paesi stiano combattendo a fianco dell’esercito ucraino. La NATO non può protestare per le perdite subite in Ucraina, in quanto ciò equivarrebbe a denunciare la presenza delle sue truppe nel Paese, atto di guerra contro la Russia.

GENOCIDIO A GAZA

ANSA – LULA DA SILVA PARLA DI GENOCIDIO A GAZA AD OPERA DI ISRAELE

Israele ha dichiarato il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ‘persona non grata’ in risposta alle sue dichiarazioni accusatorie riguardo al presunto genocidio a Gaza, paragonando le azioni israeliane alle atrocità di Adolf Hitler durante l’Olocausto. Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha convocato l’ambasciatore del Brasile, dichiarando che tali dichiarazioni costituiscono un grave attacco antisemita e che il presidente Lula è considerato non gradito in Israele fino a quando non si ritratterà. Le parole del presidente brasiliano, pronunciate durante il vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, hanno suscitato indignazione in Israele, con il primo ministro Benjamin Netanyahu che ha condannato fermamente tali dichiarazioni, definendole vergognose e allarmanti. Netanyahu ha ribadito che Israele si difende legittimamente contro le minacce alla sua sicurezza, rispettando il diritto internazionale. Il ministro degli Esteri israeliano ha convocato l’ambasciatore brasiliano per un severo rimprovero, mentre gli Stati Uniti hanno annunciato il loro intento di porre il veto su una risoluzione dell’Algeria presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU, mirata a un cessate il fuoco. Tuttavia, le divergenze tra Israele e gli Stati Uniti sono evidenti, soprattutto riguardo alla gestione della situazione post-Gaza. Il presidente Joe Biden ha annunciato un’iniziativa per una pace definitiva, compresa la creazione di uno stato palestinese, ma Netanyahu ha respinto la proposta, sostenendo che un accordo potrà essere raggiunto solo tramite negoziati diretti senza precondizioni. Nel frattempo, la situazione a Gaza rimane critica, con l’ospedale Nasser a Khan Younis, sotto assedio da giorni, ormai inutilizzabile, mentre l’ospedale Al-Amal è stato oggetto di attacchi. La violenza continua, con un crescente numero di vittime, rendendo ancora più distante la prospettiva di pace nella regione.

Altre notizie:

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ILPOST – UN ALTRO CASO DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA CONTRO ISRAELE

La Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha avviato lunedì le udienze relative alle conseguenze legali dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Il procedimento, scaturito da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU datata 31 dicembre 2022, coinvolge rappresentanti di oltre 50 paesi. L’obiettivo è esaminare lo status legale di questi territori e valutare le responsabilità di Israele e della comunità internazionale nelle presunte discriminazioni create dall’occupazione. Il caso, separato dalla causa per genocidio avviata dal Sudafrica contro Israele presso la stessa Corte, risale a prima della guerra a Gaza. La Corte non dovrà emettere una sentenza vincolante, ma un’opinione finalizzata a guidare legalmente i paesi membri dell’ONU. La risoluzione dell’Assemblea generale richiedeva di esaminare “l’occupazione, la colonizzazione e l’annessione” condotte da Israele nei territori occupati, inclusi gli sforzi per modificare la composizione demografica di Gerusalemme est e l’adozione di misure discriminatorie. I “territori occupati” si riferiscono principalmente alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est, occupati da Israele dopo la guerra dei Sei giorni del 1967. L’ONU ha considerato questa occupazione come illegale, ma Israele sostiene che lo status di tali territori debba ancora essere stabilito attraverso futuri negoziati. Il processo di autonomia, inizialmente delineato dagli accordi di pace di Oslo nel 1993, è stato interrotto, con Israele che ha autorizzato il trasferimento di coloni nella Cisgiordania. La Striscia di Gaza, anche se Israele si è ritirato nel 2006, è considerata ancora una zona sotto il controllo israeliano, con la comunità internazionale che continua a definire Israele come una “potenza occupante” per il controllo dei confini e degli spazi aerei. I palestinesi affermano che l’occupazione, oltre ad essere illegale, crea un sistema di discriminazione sistematica, con due sistemi legali differenti nei territori occupati. L’Assemblea generale dell’ONU ha richiesto alla Corte di definire le conseguenze legali dell’occupazione, ma non è chiaro quali saranno le implicazioni di questa decisione. La Corte ascolterà le opinioni dei paesi partecipanti fino al 26 febbraio, e il verdetto potrebbe richiedere mesi.

RAINEWS – LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA HA ORDINATO A ISRAELE DI “PREVENIRE ATTI DI GENOCIDIO” A GAZA

La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un ordine preliminare chiedendo ad Israele di adottare “tutte le misure in suo potere” per prevenire atti di genocidio nella Striscia di Gaza. La decisione è giunta in risposta alla causa presentata dal Sudafrica, sostenendo che le azioni dell’esercito israeliano costituiscano un genocidio contro il popolo palestinese. Nonostante l’ordine, la Corte non ha richiesto un cessate il fuoco. La Corte ha riconosciuto la “plausibilità” dell’accusa di genocidio, accettando le richieste del Sudafrica per misure provvisorie. Tra le disposizioni, Israele deve evitare violazioni della Convenzione sul genocidio, proteggendo i civili palestinesi da danni fisici o mentali. Inoltre, deve punire i cittadini israeliani che incitano al genocidio, consentire senza restrizioni l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza, e preservare prove per future indagini. Il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa come “oltraggiosa”, promettendo di difendere il paese. Il Ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha criticato l’accusa definendola “antisemita”. Gli Stati Uniti, alleati chiave di Israele, possono vetoare qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che possa far rispettare le decisioni della Corte. La Corte ha pianificato un riesame delle misure tra un mese. Nonostante le decisioni siano vincolanti in teoria, la loro attuazione è sfidata dalla mancanza di mezzi coercitivi. La causa completa sul genocidio richiederà anni per una sentenza. La decisione della Corte evidenzia la complessità e la sensibilità della situazione, riflettendo il dramma umanitario in corso a Gaza.

WIRED – ISRAELE A PROCESSO PER GENOCIDIO

La Corte Internazionale di Giustizia con sede a L’Aia ha iniziato le udienze sulla controversa accusa di genocidio mossa da Israele nei confronti del popolo palestinese. La richiesta è stata presentata dal Sudafrica a fine dicembre, sostenendo che Israele ha perpetrato atti di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Il Sudafrica ha accusato Israele di compiere e potenzialmente continuare atti genocidi, sottolineando che l’azione di Hamas non giustifica le azioni di Israele. Tel Aviv ha contrattaccato definendo il Sudafrica come il “braccio giuridico” di Hamas e sottolineando gli attacchi terroristici infiltrati da Hamas in territorio israeliano. Il processo è stato definito dall’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett come il “caso Dreyfus del XXI secolo”, richiamando la condanna ingiusta di un militare ebreo francese nel 1894. L’Autorità Nazionale Palestinese ha ringraziato il Sudafrica, sperando in un esito giusto e criticando i paesi complici con Israele. L’Iran ha chiesto alla Corte di essere imparziale, mentre il Qatar ha proposto nuove trattative sugli ostaggi. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, in visita in Egitto, ha ricevuto il rifiuto totale dei tentativi di espatrio dei palestinesi e l’affermazione dell’indiscutibilità del principio dei due Stati. Sul fronte, gli attacchi israeliani su Gaza continuano, con oltre 23.000 morti dall’ottobre. Durante la prima udienza, il Sudafrica ha evidenziato il drammatico impatto umanitario, citando statistiche come 48 madri e circa 200 bambini colpiti mediamente ogni giorno. La situazione resta critica, e la Corte dovrà esaminare attentamente le prove presentate da entrambe le parti.

AGENZIANOVA – GENOCIDIO A GAZA: CRESCE IL CONSENSO SULLA DENUNCIA DEL SUDAFRICA CONTRO ISRAELE MA GLI USA SI OPPONGONO

La Turchia e la Malesia hanno annunciato di aver aderito alla denuncia presentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ) per il genocidio in atto a Gaza. La Turchia, in particolare, ha affermato che “la morte di 22 mila palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini, non può rimanere impunita”. L’ICJ ha fissato per l’11 gennaio la data per iniziare il processo contro Israele. Gli Stati Uniti, invece, si oppongono alla denuncia del Sudafrica. Il Dipartimento di Stato americano ha affermato che “non stiamo assistendo ad alcun atto che costituisca un genocidio”. La denuncia del Sudafrica si basa sulla Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. I Paesi africani accusano Israele di aver commesso genocidio contro il popolo palestinese attraverso bombardamenti indiscriminati di civili, attacchi a ospedali e scuole e distruzione di infrastrutture vitali. Il processo presso la Corte internazionale di giustizia si preannuncia lungo e controverso. La decisione della Turchia e della Malesia di aderire alla denuncia del Sudafrica è un segnale importante dell’aumento del sostegno internazionale alla causa palestinese. La posizione degli Stati Uniti, invece, conferma il sostegno incondizionato di Washington ad Israele, anche quando quest’ultimo è accusato di gravi violazioni dei diritti umani.

L’INDIPENDENTE – SUDAFRICA DENUNCIA ISRAELE ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA (CIG)

Il Sudafrica ha denunciato Israele alla Corte internazionale di giustizia (CIG) accusandolo di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza. La denuncia, presentata ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio delle Nazioni Unite, chiede alla Corte di adottare misure provvisorie per proteggere i civili palestinesi. Il Sudafrica sostiene che Israele ha violato l’articolo 3 della Convenzione sul genocidio, che definisce il genocidio come “l’atto commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Nello specifico, il Sudafrica accusa Israele di aver: Fallito a prevenire il genocidio, che ha portato avanti “con lo specifico intento di distruggere i palestinesi a Gaza” in quanto facenti parte di un gruppo etnico specifico; Incitato pubblicamente al genocidio; Intrapreso, sta intraprendendo e rischia di continuare a intraprendere atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza. Israele ha respinto con forza le accuse, definendole “una disgustosa diffamazione”. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri israeliano, Lior Haiat, ha accusato il Sudafrica di essere in combutta con Hamas, il gruppo terroristico palestinese che controlla la Striscia di Gaza.

GUERRA NEL MAR ROSSO

ILPOST – NUOVO ATTACCO DEGLI HOUTHI NEL MAR ROSSO

Nella notte tra domenica e lunedì si è verificato un grave attacco contro una nave commerciale britannica nel mar Rosso, rivendicato dagli Houthi, un gruppo armato sciita sostenuto dall’Iran. È stato definito l’attacco più serio compiuto finora dagli Houthi. La nave, battente bandiera del Belize e chiamata Rubymar, è stata colpita da due missili, causando un’esplosione e danni significativi. L’equipaggio è stato evacuato su un’altra nave.
Gli Houthi hanno condotto numerosi attacchi nel mar Rosso negli ultimi mesi, citando i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza come motivazione. Tuttavia, le loro azioni hanno colpito navi di varie nazionalità, non solo legate ad Israele, causando turbamenti nel commercio globale. A seguito degli attacchi, molte compagnie hanno evitato quella rotta, optando per percorsi più lunghi e aumentando i costi di trasporto.
In risposta a questa escalation, lunedì l’Unione Europea ha annunciato l’avvio di una missione navale nel mar Rosso per proteggere le navi commerciali in transito. La missione sarà di natura difensiva, senza coinvolgimento in azioni militari offensive. Si concentrerà sul monitoraggio della situazione marittima, sull’accompagnamento delle navi e sulla protezione da possibili attacchi, senza partecipare ai bombardamenti effettuati in Yemen come reazione agli attacchi alle navi.

Altre notizie:

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ADNKRONOS – RIMOSSI DA FACEBOOK E INSTAGRAM I PROFILI DI ALI KHAMENEI, GUIDA SUPREMA DELL’IRAN

Meta, la società madre di Facebook e Instagram, ha rimosso definitivamente i profili della Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, dai suoi social network. La decisione è stata presa a causa dei legami di Khamenei con Hamas. Un portavoce di Meta ha dichiarato a CNN che la rimozione è avvenuta per violazione della politica aziendale che vieta la presenza di individui o gruppi che supportano o celebrano organizzazioni considerate terroristiche dagli Stati Uniti. L’Iran è un importante sostenitore di Hamas, il gruppo armato palestinese in conflitto con Israele. Gli Stati Uniti considerano Hamas un’organizzazione terroristica e ritengono che l’Iran fornisca assistenza economica, armi e addestramento militare al gruppo. La rimozione dei profili di Khamenei evidenzia la crescente pressione delle piattaforme social nei confronti dei contenuti associati al terrorismo internazionale.

ILMESSAGGERO – GLI HOUTHI POTREBBERO COLPIRE I CAVI SOTTOMARINI DI TELECOMUNICAZIONI

I ribelli Houthi dello Yemen potrebbero colpire i cavi sottomarini di telecomunicazioni nel Mar Rosso, interrompendo il 17% del traffico internet globale e causando gravi danni alle economie occidentali. L’allarme è stato lanciato dall’associazione delle aziende di telecomunicazioni yemenita fedele al governo in esilio, dopo un post pubblicato su Telegram dai miliziani Houthi che mostra una mappa dei cavi sottomarini con un messaggio sibillino sulla posizione strategica dello Yemen. Nel Mar Rosso passano almeno 16 cavi sottomarini, tra cui l’Asia-Africa-Europe AE-1, lungo oltre 25mila chilometri e vitale per le comunicazioni tra Europa, India e Cina. Questi cavi sono relativamente facili da sabotare, essendo in alcuni tratti ad appena 100 metri di profondità. La tecnologia degli Houthi, seppur poco sviluppata, potrebbe essere sufficiente per danneggiarli. Un attacco ai cavi avrebbe conseguenze devastanti: Interruzione del traffico internet tra Europa, India e Cina; Danni economici ingenti per le aziende occidentali; Disruptioni ai servizi di comunicazione e di pagamento online. Esistono alternative, come il cavo Equiano di Google, ma queste richiedono di passare per l’Africa, con tempi di ripristino in caso di guasto più lunghi.

REPUBBLICA – “L’ITALIA SARA’ UN BERSAGLIO SE PARTECIPERA’ ALL’AGGRESSIONE CONTRO LO YEMEN”

Mohamed Ali al-Houti, esponente di spicco del movimento Ansar Allah nello Yemen, ha rivolto un avvertimento all’Italia riguardo alla sua partecipazione alla missione UE nel Mar Rosso. In un’intervista, al-Houti ha dichiarato che l’Italia diventerà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen. Al-Houti ha criticato gli attacchi nel Mar Rosso, definendoli “aggressioni illegali” e “terrorismo deliberato”. Ha sottolineato la determinazione del suo popolo nel resistere a tali attacchi e ha avvertito che qualsiasi intervento militare straniero nello Yemen affronterà una forte resistenza. Quanto alla classificazione del suo movimento come “terrorista” da parte dell’amministrazione Biden, al-Houti ha ribadito che considerano tale classificazione un “onore”. Ha anche chiarito che il movimento mantiene relazioni indipendenti con Iran e Cina. Al-Houti ha consigliato all’Unione Europea di concentrarsi sulla pressione su Israele per fermare i “massacri quotidiani a Gaza”. Ha avvertito che il coinvolgimento italiano nella missione nel Mar Rosso sarà considerato un’escalation e che le navi italiane saranno considerate bersagli se parteciperanno all’aggressione contro lo Yemen. Infine, al-Houti ha invitato l’Italia a rimanere neutrale e a esercitare pressione su Israele per promuovere la pace. Ha sottolineato che non c’è giustificazione per avventure militari al di fuori dei confini italiani.

ANSA – USA: “RISPONDEREMO ALL’ATTACCO CHE ABBIAMO SUBITO IN GIORDANIA”

Il Pentagono ha confermato la morte di tre soldati statunitensi e il ferimento di altri 34 in un attacco con droni avvenuto su una base militare in Giordania. La Resistenza Islamica dell’Iraq, gruppo sostenuto dall’Iran, ha rivendicato l’attacco. Teheran ha negato coinvolgimenti, sostenendo che tali milizie operino indipendentemente. Il governo giordano ha precisato che l’attacco è avvenuto nella parte della base situata in Siria, non sul suolo giordano. Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno avviato un’indagine per capire le falle nei sistemi difensivi. La base Usa è cruciale per il controllo dell’arteria tra Damasco e Baghdad, ma i rapporti con l’Iraq si sono deteriorati, con richieste di ritiro delle truppe americane. Il presidente Biden ha minacciato una risposta militare, autorizzando il Pentagono a elaborare piani di rappresaglia “rapidi ed efficaci”. Si ipotizzano operazioni segrete in Iran o attacchi alle milizie sostenute da Pasdaran. L’eventuale azione potrebbe alimentare ulteriori violenze in una regione già instabile. Gli attacchi israeliani a Damasco hanno ulteriormente acuito le tensioni. La situazione resta fluida mentre gli Stati Uniti valutano le opzioni di risposta.

EURONEWS – GIORDANIA: SOLDATI USA UCCISI IN UN ATTACCO CON DRONI IN UNA BASE MILITARE

Un attacco con droni ha colpito una base militare statunitense in Giordania, causando la morte di tre soldati statunitensi domenica scorsa. Questi sono i primi militari americani uccisi dall’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre scorso, che ha successivamente scatenato la guerra in corso nella Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti, alleati chiave di Israele, hanno subito vari attacchi con droni e missili nelle zone di Siria e Iraq, ma questa è la prima volta che si registrano vittime. Il presidente Joe Biden ha attribuito l’attacco a milizie regionali finanziate dall’Iran, sostenitore di Hamas, nonostante le differenze dottrinali tra i due paesi. Biden ha annunciato che gli Stati Uniti risponderanno militarmente, ma i dettagli dell’incidente e dei soldati coinvolti non sono stati divulgati. La base colpita, nota come Tower 22, è situata nel nord-est della Giordania, vicino ai confini con Siria e Iraq. Essa svolge principalmente operazioni di consulenza e assistenza all’esercito giordano ed è strategicamente significativa, essendo vicina alla base di al Tanf, cruciale nella lotta contro l’ISIS. Nonostante il governo giordano abbia inizialmente identificato la base come al Tanf, le informazioni sono ancora da confermare. La milizia Resistenza Islamica, sostenuta dall’Iran e con base in Iraq, ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, avvertendo che tutte le postazioni statunitensi nella regione sono “obiettivi legittimi.” Il governo iraniano ha respinto le accuse dietro l’attacco, definendole mosse politiche per destabilizzare la regione. Tuttavia, la tensione cresce, e gruppi armati appoggiati dall’Iran minacciano un’escalation se gli Stati Uniti continueranno a sostenere Israele. La situazione rimane fluida, con incertezze sulla provenienza dei droni e sul perché non siano stati intercettati. La comunità internazionale osserva attentamente gli sviluppi nella regione.

ANSA – BASI E TRUPPE USA IN MEDIO ORIENTE E NORD AFRICA POSSIBILI OBIETTIVI DEGLI HOUTHI

Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno condotto più di 100 attacchi missilistici a guida di precisione nello Yemen l’11 gennaio, mirando a ridurre le capacità militari degli Houthi, noto anche come al-Ḥūthiyyūn. Questa azione è stata una risposta agli attacchi degli Houthi contro navi civili e militari nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb. Gli attacchi anglosassoni hanno colpito oltre sessanta siti, inclusi le basi militari a Sanaa e Taiz, una base navale a Hodeidah e siti militari a Hajjah, causando la morte di almeno cinque combattenti Houthi. Nonostante gli sforzi per degradare le loro capacità, gli Houthi hanno dimostrato la persistenza nelle operazioni marittime. In risposta, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno eseguito ulteriori quattro attacchi contro le capacità offensive degli Houthi. Tuttavia, ciò potrebbe aver incoraggiato il gruppo a intensificare gli attacchi contro gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati. Le minacce degli Houthi includono la possibilità di mirare a basi statunitensi in Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Iraq, Kuwait o Siria. Le dichiarazioni degli Houthi sono state accompagnate da propaganda, comprese immagini di addestramento militare e minacce visive. L’obiettivo futuro degli Houthi potrebbe essere la base Camp Lemonnier a Gibuti, una delle più significative nella regione. La base, operativa per l’Africa Command statunitense, ospita circa 4.000 soldati ed è situata a sole ottanta miglia dallo Yemen. La sua vulnerabilità a potenziali attacchi di droni o missili preoccupa gli analisti. Gli Houthi affermano di possedere un missile con una gittata di 1.200 miglia, rendendo Camp Lemonnier un potenziale bersaglio. Il governo di Gibuti ha dichiarato di aver permesso agli Stati Uniti di schierare sistemi di difesa aerea Patriot per proteggere la base dagli attacchi yemeniti. Tuttavia, la questione solleva preoccupazioni sulla stabilità interna di Gibuti, che potrebbe essere minacciata dalla presenza di missili offensivi. Il governo gibutino teme possibili rivolte popolari se gli Stati Uniti dovessero utilizzare la base Lemonnier per lanciare operazioni contro gli Houthi.

OPEN – MISSIONE MILITARE DI ITALIA, FRANCIA E GERMANIA NEL MAR ROSSO PER DIFENDERE I MERCANTILI DAGLI ATTACCHI DEGLI HOUTHI IN YEMEN

Italia, Francia e Germania lanceranno una nuova missione militare nel Mar Rosso per difendere le navi mercantili dalla minaccia degli attacchi degli Houthi dello Yemen. La missione, denominata Aspides, sarà approvata il prossimo 19 febbraio durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’UE. La missione avrà la possibilità di usare la forza, se necessario, per proteggere le navi mercantili che transitano nella zona. Aspides si aggiungerà alla missione statunitense Prosperity Guardian, che è già operativa nella regione. L’Italia sarà uno dei principali contributori alla missione, con l’invio delle navi da guerra Its Federico Martinengo (F-596) e Virginio Fasan (F-591). La missione Aspides è un passo importante per l’Unione europea, che sta cercando di rafforzare il proprio ruolo nella sicurezza globale. La missione è in linea con la Convenzione Onu sul diritto del mare e sarà a carattere prettamente difensivo. La missione Aspides è un’iniziativa di grande rilevanza per l’Italia, che dimostra la volontà del nostro Paese di assumere un ruolo di primo piano nella sicurezza globale. La partecipazione dell’Italia alla missione è anche un modo per rafforzare il nostro impegno nell’ambito dell’Unione europea. La missione Aspides è infatti il primo passo concreto verso una difesa comune europea. La Costituzione italiana ripudia la guerra, ma la missione Aspides è necessaria per proteggere le navi mercantili che transitano nel Mar Rosso dalla minaccia degli Houthi. Gli attacchi degli Houthi sono un pericolo per la sicurezza della navigazione internazionale e rappresentano una minaccia alla stabilità della regione. La missione Aspides è quindi un’iniziativa necessaria per garantire la sicurezza delle navi mercantili e per contribuire alla stabilità della regione.

CONDANNA DELLE NAZIONI UNITE AGLI ATTACCHI ANGLOAMERICANI ALLO YEMEN

La seconda notte di bombardamenti angloamericani contro obiettivi Houthi in Yemen ha suscitato una forte condanna da parte della comunità internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito gli attacchi “non accettabili” e ha chiesto a tutti gli Stati membri di difendere le loro navi rispettando la legge internazionale. La Cina ha espresso preoccupazione per l’escalation delle tensioni nel Mar Rosso, una rotta commerciale internazionale cruciale per le merci e l’energia. La Russia ha definito l’offensiva di Stati Uniti e Regno Unito una “flagrante aggressione” e un “attacco massiccio” sul “territorio dello Yemen”. L’Iran ha condannato fermamente gli attacchi aerei nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi. Anche la Turchia ha condannato l’intervento di Usa e Uk nella regione delle Yemen, definendolo una “reazione sproporzionata”. Intanto, i Paesi dell’Ue discuteranno la prossima settimana l’invio di una forza navale europea per supportare la protezione delle navi nel Mar Rosso.

ILPOST – COALIZIONE GUIDATA DAGLI STATI UNITI HA BOMBARDATO I RIBELLI HOUTHI IN YEMEN

Venerdì notte, una coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto attacchi aerei contro siti militari utilizzati dai ribelli Houthi nello Yemen. La mossa è una risposta agli attacchi ripetuti dei ribelli contro navi cargo nel Mar Rosso. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha confermato che gli attacchi sono stati coordinati con Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi e Bahrein. Gli Houthi, alleati dell’Iran, avevano iniziato gli attacchi contro le navi commerciali in novembre, in risposta alla guerra di Israele nella Striscia di Gaza. Questi attacchi hanno causato significativi disagi al commercio internazionale, deviando rotte e aumentando i prezzi di vari beni. La decisione di bombardare è giunta dopo un ultimatum degli Stati Uniti e dei loro alleati agli Houthi per fermare gli attacchi alle navi. Gli obiettivi dei bombardamenti includono radar, siti di lancio missili e droni, con l’obiettivo di danneggiare le capacità offensive degli Houthi. La coalizione ha colpito oltre 60 obiettivi in 16 diverse località dello Yemen, utilizzando più di 100 missili da aerei, navi e sottomarini. Il segretario della Difesa statunitense, Lloyd J. Austin III, ha chiarito che l’azione mira a difendere la libertà di navigazione e proteggere il personale dagli attacchi degli Houthi. Biden ha avvertito che ulteriori misure potrebbero essere prese per proteggere il popolo e il flusso del commercio internazionale, se necessario. Gli Houthi hanno risposto affermando che non smetteranno di attaccare le navi dirette verso Israele nel Mar Rosso. La situazione crea preoccupazioni sulla possibile estensione del conflitto in altre aree del Medio Oriente, coinvolgendo gruppi alleati dell’Iran, come Hezbollah in Libano e milizie sciite in Iraq. L’Iran ha condannato gli attacchi, affermando che provocheranno instabilità nella regione.

CONFLITTO IN IRAQ

ILPOST – STATI UNITI UCCIDONO 3 MEMBRI DI KATAIB HEZBOLLAH A BAGHDAD (IRAQ)

Un attacco con droni degli Stati Uniti a Baghdad ha colpito un’auto, uccidendo tre membri di Kataib Hezbollah, una milizia irachena sostenuta dall’Iran. Gli attacchi precedenti degli USA in Iraq e Siria hanno mirato a milizie legate all’Iran, come parte della risposta per l’attacco mortale a una base militare statunitense in Giordania. Gli Stati Uniti hanno collegato Kataib Hezbollah all’attacco in Giordania, che ha causato la morte di tre soldati americani. Nonostante la sospensione annunciata da Kataib Hezbollah delle operazioni contro gli USA per evitare tensioni con il governo iracheno, gli attacchi americani proseguono come parte della loro strategia di ritorsione.

Altre notizie:

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AGI – ATTACCHI AEREI USA IN IRAN E SIRIA

Gli Stati Uniti hanno condotto attacchi aerei contro almeno 7 località in Iraq e Siria. L’operazione è la prima risposta militare all’attacco contro la base statunitense in Giordania del 29 gennaio, in cui sono stati uccisi 3 soldati americani. Colpiti almeno 85 obiettivi, tra cui depositi di armi, basi operative e centri dell’intelligence legati a milizie filo-iraniane e alle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Non sono stati compiuti attacchi in territorio iraniano. L’operazione è durata circa 30 minuti e ha coinvolto 125 tra missili, bombe e altre munizioni. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, almeno 18 persone sono state uccise. Il governo iracheno era stato avvisato in anticipo degli attacchi. Il portavoce per la sicurezza nazionale USA John Kirby ha ribadito che gli Stati Uniti non intendono iniziare una guerra con l’Iran, ma stanno colpendo in modo mirato i responsabili dell’attacco in Giordania. La risposta americana potrebbe continuare nei prossimi giorni. Il presidente Biden ha detto: “La nostra risposta è iniziata oggi, e continuerà nel momento e nel luogo che sceglieremo”. Le tensioni in Medio Oriente sono in aumento a causa della guerra in corso tra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza. Negli ultimi mesi, milizie filo-iraniane hanno compiuto 166 attacchi contro basi USA in Iraq e Siria. L’attacco in Giordania è stato l’ultimo di una serie di episodi che hanno portato ad un’escalation di tensione tra Stati Uniti e Iran.

SKYTG24 – IRAN BOMBARDA IN SIRIA E IRAQ: COLPITO OBIETTIVI ISIS

L’Iran ha bombardato con dei missili alcuni luoghi nel Kurdistan iracheno, una regione semiautonoma nel nordest dell’Iraq. L’attacco ha colpito un’area circa 40 chilometri a nordest di Erbil, la capitale della regione. Secondo il governo del Kurdistan sarebbero stati uccisi almeno 4 civili, fra cui Peshraw Dizayee, un imprenditore milionario curdo vicino alla classe dirigente del Kurdistan, e alcuni suoi familiari. Inoltre sarebbero stati colpiti la casa di un ufficiale dell’agenzia di intelligence curda e un suo centro operativo. L’Iran ha dichiarato di aver colpito obiettivi legati all’ISIS e ad altri gruppi terroristici in Siria, ma ha anche affermato che ha colpito basi del Mossad, l’agenzia di spionaggio israeliana per l’estero, nel Kurdistan iracheno. L’effettiva presenza di basi del Mossad nella zona non è stata confermata. Il governo regionale del Kurdistan e quello statunitense hanno criticato l’attacco. Il traffico aereo all’aeroporto di Erbil è stato momentaneamente interrotto. L’Iran ha una lunga storia di attacchi contro il Kurdistan iracheno, che sostiene sia usato come base per operazioni di Israele o dei separatisti curdi in Iran. Il Kurdistan è una regione divisa fra Siria, Turchia, Iraq e Iran.

ANSA – IRAQ CHIEDE AGLI USA DI RITIRARE LE PROPRIE TRUPPE

Ieri, il Primo Ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, ha annunciato la sua intenzione di ordinare il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio iracheno. Al-Sudani ha affermato che la presenza delle truppe americane sta contribuendo a destabilizzare il già precario equilibrio nel Medio Oriente, soprattutto considerando il conflitto in corso a Gaza. Nonostante non abbia specificato una data precisa per l’effettuazione del ritiro, ha enfatizzato l’importanza di tempi rapidi. Questa dichiarazione segue una serie di scontri e attacchi verificatisi di recente in Iraq tra le milizie filo-iraniane e le forze statunitensi presenti nel Paese. Al-Sudani ha suggerito che il rischio di un’allargamento del conflitto, particolarmente minacciato dalle azioni di Israele, potrebbe essere mitigato solo interrompendo il conflitto a Gaza. Ha sottolineato che senza questa condizione, l’Iraq potrebbe diventare nuovamente un teatro di guerra. Il Premier iracheno ha evidenziato la necessità di porre fine alle continue minacce di escalation, soprattutto in seguito agli attacchi degli Stati Uniti contro le milizie irachene filo-iraniane. Al-Sudani ha anche sottolineato che il suo Paese è ora in grado di difendersi autonomamente, indicando la possibilità di uno scioglimento dell’alleanza con gli Stati Uniti. Le truppe statunitensi sono presenti in Iraq dal 2014, quando il governo iracheno di al-Maliki chiese l’intervento americano contro l’avanzata dell’ISIS. La richiesta di ritiro di al-Sudani è vista con sospetto da alcuni analisti, che suggeriscono che possa essere influenzata dalle pressioni di gruppi filo-iraniani. Questi gruppi avrebbero un interesse strategico nell’allontanare gli USA per aumentare l’influenza dell’Iran nella regione. La dichiarazione di al-Sudani solleva interrogativi sul futuro geopolitico e sulla sicurezza nel Medio Oriente.

L’INDIPENDENTE – AFP: “MISSILI CONTRO BASE MILITARE IN IRAQ CON TRUPPE AMERICANE”

Una base militare nell’Iraq occidentale, che ospita truppe della coalizione internazionale anti-jihadista e soldati americani, è stata colpita da almeno dieci missili balistici. La base aerea di Ain al-Assad, situata nella provincia di Al-Anbar, è stata presa di mira nell’attacco. Fonti della polizia irachena e dell’esercito statunitense hanno confermato l’incidente, affermando che è in corso un’analisi iniziale dei danni. Le prime informazioni indicano che l’attacco ha causato almeno un grave ferimento a un membro delle forze di sicurezza irachene. Al momento, non sono disponibili ulteriori dettagli sulle vittime o sulla portata dei danni alla base. L’incidente è oggetto di attenta valutazione da parte delle autorità coinvolte.

GUERRA IN MEDIO ORIENTE

MONEY – GUERRA ISRAELE-HAMAS: I VERI NUMERI SU MORTI, FERITI E EDIFICI DISTRUTTI

La guerra tra Israele e Hamas continua ad essere segnata da cifre allarmanti. Dopo 100 giorni di conflitto, il bilancio è spaventoso. Il numero totale di morti supera quota 25 mila, con una percentuale significativa rappresentata da bambini, che costituiscono il 47% della popolazione nella Striscia di Gaza. Le cifre rivelano un aumento preoccupante di vittime civili, mettendo in evidenza il pesante tributo che la popolazione innocente sta pagando in questa guerra. I feriti sono numerosissimi, con migliaia di persone che hanno subito lesioni di varia gravità. I servizi medici locali sono sopraffatti dalla crescente domanda di cure, rendendo la situazione ancor più critica. Gli edifici distrutti raggiungono una cifra impressionante. Le abitazioni, le infrastrutture e gli ospedali sono stati colpiti pesantemente, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che compromette la vita quotidiana della popolazione. Nella zona sud della Striscia di Gaza, circa 2 milioni di palestinesi, in gran parte profughi, si trovano in una situazione di estrema difficoltà. Sono circondati da ogni lato, con Israele a nord ed est, il mare a ovest e il valico di Rafah a sud, chiuso dall’Egitto. La mancanza di cibo, medicinali e servizi essenziali crea una drammatica emergenza umanitaria. A cento giorni dall’inizio del conflitto, l’incertezza sul futuro persiste. Sebbene le forze israeliane abbiano il controllo della parte nord della Striscia di Gaza, il rischio di un’escalation rimane alto. Con Hezbollah e l’Iran che potrebbero entrare in gioco, la situazione geopolitica si complica ulteriormente. In questo contesto, le udienze presso la Corte Internazionale di Giustizia sono cruciali, con il Sudafrica che accusa Israele di genocidio, mentre Tel Aviv respinge con forza tali affermazioni.

Morti:
Israele – 1.139
Striscia di Gaza – 24.285
Cisgiordania – 354

Tra i morti nella striscia di Gaza ci sono:
bambini: 9.600;
donne: 6.750.

Tra i morti questo è il numero dei soldati:
Israele: oltre 530;
Hamas: 8.000.

Feriti:
Israele – 8.730
Striscia di Gaza – 61.154
Cisgiordania – 4.000

Ostaggi israeliani nelle mani di Hamas:
Ostaggi totali – circa 250
Morti – 33
Rilasciati – 121

Edifici distrutti:
Percentuale di edifici di Gaza danneggiati o distrutti – 45-56%
Ospedali di Gaza parzialmente funzionanti – 15 su 36
Percentuale di edifici scolastici a Gaza danneggiati – oltre il 69%
Moschee danneggiate – 42
Chiese danneggiate – 3

Altre notizie:

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AGI – ANCHE L’ULTIMO OSPEDALE DI GAZA HA SMESSO DI FUNZIONARE

L’ospedale Nasser, il secondo più grande della Striscia di Gaza, ha cessato di funzionare dopo una settimana di assedio israeliano, ha dichiarato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus. Nonostante i tentativi del team dell’OMS di valutare le condizioni dei pazienti e fornire assistenza medica urgente, l’accesso è stato negato, con circa 200 pazienti ancora all’interno e almeno 20 necessitando di trasferimenti immediati per cure essenziali. Il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy, ha risposto alle accuse dell’OMS, accusando Ghebreyesus di essere “complice” degli eventi a Gaza. Levy ha puntato il dito contro presunte attività militari di Hamas negli ospedali, sostenendo che l’OMS non ha sollevato obiezioni in passato. Nel corso degli attacchi israeliani questa settimana, sono stati effettuati arresti di massa e istituiti posti di blocco militari nella zona. Secondo le forze di difesa israeliane, durante le operazioni nell’ospedale, sono state individuate armi e decine di “sospettati di terrorismo” sono stati detenuti, tra cui membri di Hamas. Nel frattempo, il Ministero della Salute di Gaza ha denunciato la morte di quattro pazienti in terapia intensiva a causa di un’interruzione di corrente che ha interrotto la fornitura di ossigeno. Il canale libanese Al Mayadeen ha riferito che circa 150 pazienti non possono essere evacuati a causa del blocco imposto dalle forze israeliane. Tra di essi ci sono sette pazienti in terapia intensiva, cinque in dialisi e tre neonati. Il rifiuto di spostare i pazienti mette seriamente a rischio le loro vite, mentre l’indifferenza globale continua a circondare la crisi umanitaria a Gaza.

REPUBBLICA – KHAN YUNIS (GAZA): ESERCITO ISRAELIANO ENTRA NEL NASSER MEDICAL COMPLEX (L’OSPEDALE PIU’ GRANDE RIMASTO APERTO NELLA STRISCIA

Mercoledì, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per migliaia di persone dall’Ospedale Nasser Medical Complex a Khan Yunis, la città nel sud della Striscia di Gaza. Questa è la struttura sanitaria più grande rimasta operativa dopo l’assedio e l’attacco all’Ospedale di al-Shifa. Israele afferma che Hamas opera all’interno dell’ospedale e nelle zone circostanti. Il personale medico ha segnalato che, negli ultimi giorni, le persone sono state colpite dagli spari dei cecchini mentre erano nell’area dell’ospedale. L’esercito israeliano sostiene che solo le persone sane che si sono rifugiate nell’ospedale per proteggersi dalla guerra dovranno lasciare la struttura, escludendo pazienti e personale medico. Un percorso sicuro è stato aperto per l’evacuazione, afferma l’esercito. Testate internazionali hanno documentato che centinaia di sfollati hanno iniziato a lasciare l’ospedale, sottoposti a ispezioni militari. Le condizioni all’interno erano già difficili, con un afflusso costante di feriti e carenza di letti. Il dottor Jacob Burns di Medici Senza Frontiere ha evidenziato le difficoltà, con i pazienti costretti a restare per terra. Inoltre, i carri armati israeliani hanno danneggiato la struttura, causando perdite di forniture mediche e danni al sistema idraulico. Spostare i pazienti altrove è complicato, poiché le strutture mediche vicine sono più piccole e già sovraffollate. La situazione è critica, con 11 ospedali funzionanti e altri 22 chiusi nella Striscia di Gaza, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. L’Ospedale Nasser, nonostante sia il più grande ancora operativo, soffre di carenze di medicine e attrezzature mediche di base. La situazione rappresenta un’urgente emergenza umanitaria.

ANSA – ISRAELE PROPONE ALL’EGITTO UN PIANO PER EVACUARE I CIVILI DA RAFAH (GAZA)

Il Wall Street Journal riporta che Israele ha presentato all’Egitto un piano per evacuare i civili da Rafah, città nella Striscia di Gaza non ancora attaccata via terra da Israele. La proposta non è stata confermata ufficialmente da nessuna delle due parti. 1,4 milioni di palestinesi si sono rifugiati a Rafah a causa della guerra in corso tra Israele e Hamas. Diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno chiesto di proteggere i civili in caso di attacco. Il piano di Israele prevede l’evacuazione in 15 campi con 25mila tende ciascuno lungo la costa sud-occidentale della Striscia di Gaza. Finanziamento da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati arabi, gestione affidata all’Egitto. L’Egitto ha ribadito di non voler accogliere rifugiati sul proprio territorio. Ha recentemente dispiegato 40 carri armati al confine e ritiene Israele responsabile di una eventuale crisi umanitaria. L’Egitto ha amministrato la Striscia di Gaza dal 1948 al 1967.

ANSA – ISRAELE VIETA L’INGRESSO ALLA FUNZIONARIA DELL’ONU FRANCESCA ALBANESE

Israele ha vietato l’ingresso nel Paese a Francesca Albanese, funzionaria italiana del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, in risposta ai suoi commenti considerati oltraggiosi. Albanese aveva dichiarato che le vittime del massacro del 7 ottobre non sono state uccise a causa del loro giudaismo, ma in risposta all’oppressione israeliana, suscitando reazioni negative. Il governo israeliano ha ufficialmente annunciato il divieto, motivandolo con le “oltraggiose affermazioni” di Albanese. I ministri degli Esteri e dell’Interno hanno dichiarato che l’Onu deve sconfessare pubblicamente le parole “antisemite” dell’inviata speciale e licenziarla in modo permanente. Albanese ha risposto alla decisione definendo il divieto di ingresso una pratica non nuova, sottolineando che Israele ha negato l’ingresso a tutti i Relatori Speciali/OPt dal 2008. Ha anche affermato che il divieto non deve distrarre dalle atrocità israeliane a Gaza, criticando il bombardamento di persone nelle “aree sicure” di Rafah come un nuovo livello di orrore.

L’INDIPENDENTE – ISRAELE VUOLE INCARCERARE CHI NEGA LA NARRAZIONE UFFICIALE SUGLI ATTACCHI DEL 7 OTTOBRE

La Commissione Ministeriale per gli Affari Legislativi israeliana ha discusso una proposta di legge che punirebbe con la reclusione fino a cinque anni chi nega o minimizza la narrazione ufficiale israeliana sugli attacchi del 7 ottobre. La notizia è stata diffusa da diversi media, tra cui il Jerusalem Post e Walla. La proposta, avanzata dal parlamentare Oded Forer, non è ancora stata pubblicata sul sito web del governo o della Knesset, il parlamento israeliano. Tuttavia, secondo i media, la proposta sancisce che “la negazione del massacro è un tentativo di riscrivere la storia” e che “l’espressione di supporto per gli atti dei terroristi richiede speciali, serie e immediate attenzioni da parte dello Stato”. Insieme alla proposta di Forer, la Commissione ha discusso altri due emendamenti: Uno, proposto da Almog Cohen, prevederebbe la deportazione dei familiari dei “terroristi” affiliati ad Hamas che sapevano dell’attacco del 7 ottobre. L’altro, proposto da David Amsalem, limiterebbe l’accesso ai benefici di sicurezza sociale per le famiglie dei “terroristi”.

EURONEWS – NETANYAHU RIFIUTA LA TREGUA PROPOSTA DA HAMAS

Mercoledì sera, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato il rifiuto da parte di Israele della proposta di tregua di 135 giorni avanzata da Hamas per la Striscia di Gaza. La proposta includeva il rilascio di ostaggi israeliani e il ritiro completo delle truppe israeliane dalla regione. Netanyahu ha respinto la proposta, sostenendo che accettare le condizioni di Hamas porterebbe a un ulteriore pericolo per Israele. Egli ha ribadito l’importanza di mantenere la pressione militare su Hamas per garantire il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia. La proposta di tregua di Hamas è giunta in risposta a negoziati precedenti, i quali avevano portato a una proposta di cessate il fuoco con l’inizio della liberazione degli ostaggi. Tuttavia, le trattative sono ora in stallo, con Hamas che richiede fasi distinte di liberazione degli ostaggi e ritiro delle truppe. Le trattative per una tregua sono in corso da diverse settimane, con precedenti periodi di cessate il fuoco che hanno portato a rilasci di ostaggi e all’invio di aiuti umanitari nella regione. Tuttavia, il conflitto rimane senza una soluzione definitiva mentre Israele continua a rifiutare le proposte di Hamas.

LASTAMPA – PALESTINESI SU UN’ISOLA ARTIFICIALE: LA PROPOSTA DI ISRAELE AL CONSIGLIO UE

Durante un incontro del Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Bruxelles, il Ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha mostrato un video di un progetto per la costruzione di un’isola artificiale, suscitando polemiche sulla presunta proposta di deportare la popolazione palestinese dalla Striscia di Gaza. Tel Aviv ha negato l’intenzione di spostare i civili palestinesi sull’isola, attribuendo l’incidente a un malinteso. L’Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri, Josep Borrell, ha ironizzato sulla proposta, definendola “interessante” ma estranea all’agenda. La discussione verteva sulla questione umanitaria e la richiesta di un cessate il fuoco, con l’UE che avanzava un piano per uno Stato palestinese. Il video mostrato da Katz riguardava un progetto datato 2017 per la costruzione di un’isola artificiale al largo delle coste di Gaza, sotto controllo israeliano. Questo solleva preoccupazioni su un possibile tentativo di deportazione di massa dei palestinesi sulla stessa isola. La proposta richiama piani precedenti di pulizia etnica avanzati da Israele, che continua a resistere alla formazione di uno Stato palestinese. Il contesto dell’incontro includeva discussioni sulla situazione mediorientale e un piano USA per un protettorato israeliano in Palestina, respinto da Netanyahu. Borrell ha criticato la politica israeliana, sottolineando il sostegno finanziario passato a Hamas. La controversia solleva dubbi sulla reale volontà di Israele di affrontare la questione palestinese e alimenta tensioni diplomatiche con l’UE.

RAINEWS – ISRAELE ALLAGA ALCUNI TUNNEL DI HAMAS A GAZA

L’Esercito Israeliano (IDF) ha confermato di aver allagato alcuni tunnel di Hamas nella Striscia di Gaza, parte di una rete utilizzata per attacchi e movimenti clandestini. L’azione, nota da tempo, è stata confermata ufficialmente dopo mesi di speculazioni. L’IDF ha dichiarato che diverse unità militari e funzionari del ministero della Difesa hanno utilizzato pompe e tubi per pompare acqua nei tunnel, distruggendo ciò che contenevano. L’IDF ha sottolineato che non tutti i tunnel scoperti sono stati allagati, ma non ha specificato quanti ne sono stati interessati. Le operazioni sono precedute da controlli per garantire la sicurezza e prevenire la contaminazione del suolo. L’IDF ha affermato che le azioni sono mirate e professionali, volte a contrastare le minacce di Hamas.

ANSA – SOLDATI ISRAELIANI TRAVESTITI DA MEDICI E PAZIENTI IN UN OSPEDALE DELLA CISGIORDANIA

Martedì mattina, l’Esercito Israeliano (IDF) ha confermato di aver ucciso tre uomini appartenenti a gruppi armati palestinesi all’interno dell’ospedale Ibn Sina di Jenin, Cisgiordania. Il ministero della Salute dell’Autorità Palestinese ha condannato l’attacco, sottolineando la violazione delle norme internazionali per aver colpito in un ospedale. Il ministero ha diffuso un video delle telecamere di sicurezza dell’ospedale, mostrando uomini e donne, presumibilmente forze israeliane sotto copertura, che si tolgono travestimenti e arrestano una persona. Le vittime sono state identificate come Muhammad Jalamneh, portavoce di Hamas, e i fratelli Muhammad e Basel Ghazawi, quest’ultimo affiliato al gruppo armato Jihad Islamico. L’IDF sostiene che stavano pianificando attacchi terroristici “imminenti” ispirati agli eventi dell’7 ottobre. Hamas e il Jihad Islamico hanno confermato la morte dei loro membri, ma hanno criticato l’azione israeliana. La tensione tra IDF e Palestinesi è cresciuta dopo gli attacchi dell’7 ottobre, con oltre 3.000 arresti, di cui più di 1.350 affiliati ad Hamas, secondo dati citati dal Times of Israel. Nel medesimo periodo, più di 350 palestinesi sono stati uccisi, secondo il ministero della Salute Palestinese. L’area di Jenin, nel nord della Cisgiordania, è stata teatro di incursioni frequenti, con Israele che sostiene una perdita di controllo da parte dell’Autorità Palestinese. La situazione è già critica, e la recente operazione militare potrebbe exacerbare ulteriormente le tensioni nella regione.

AGENZIANOVA – LE PRINCIPALI ORGANIZZAZIONI UMANITARIE INTERNAZIONALI CHIEDONO ALL’OCCIDENTE DI FERMARE I TRASFERIMENTI DI ARMI VERSO ISRAELE

16 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Oxfam e Amnesty International, hanno sollecitato gli Stati membri dell’ONU a bloccare i trasferimenti di armi verso Israele durante la sua campagna militare nella Striscia di Gaza. Questo appello è principalmente rivolto agli Stati Uniti e ai loro alleati europei, i principali sostenitori di Israele. Le ONG hanno evidenziato l’obbligo di tutti gli Stati di prevenire crimini atroci e rispettare le norme che proteggono i civili. Tuttavia, il sostegno occidentale ad Israele continua nonostante il suo massiccio uso di armi e il crescente bilancio delle vittime civili. L’amministrazione Biden ha recentemente approvato aiuti militari per miliardi di dollari ad Israele, mentre la Germania ha accettato di fornire munizioni per carri armati. Questo sostegno è stato criticato, considerando l’escalation della violenza e il numero di vittime tra i civili palestinesi. Il regime israeliano ha ignorato le richieste internazionali di cessate il fuoco, proseguendo con i bombardamenti indiscriminati sulla Striscia di Gaza. Khan Younis, una delle città più colpite, ha subito pesanti perdite umane, comprese quelle causate da attacchi contro ospedali e rifugiati. Mercoledì, i proiettili israeliani hanno colpito un centro di addestramento dell’ONU, uccidendo e ferendo decine di persone. Il bilancio complessivo delle vittime supera le 25.000 persone, dimostrando l’urgente necessità di fermare il flusso di armi verso Israele.

ILPOST – I PAESI CHE HANNO SOSPESO I FINANZIAMENTI ALL’AGENZIA ONU PER I RIFUGIATI PALESTINESI

Nove paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Italia e la Germania, hanno annunciato di aver sospeso i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), accusando l’agenzia di essere stata coinvolta nell’attacco del 7 ottobre del gruppo armato palestinese Hamas contro Israele. La decisione è stata presa dopo che Israele aveva accusato alcuni dipendenti dell’UNRWA di aver festeggiato l’attacco di Hamas e di aver fornito sostegno logistico al gruppo armato. L’UNRWA ha respinto le accuse, definendole “infondate”. I paesi che hanno sospeso i finanziamenti sono: Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Australia, Canada, Finlandia. La sospensione dei finanziamenti dell’UNRWA rischia di avere gravi conseguenze per i rifugiati palestinesi, che dipendono in gran parte dall’agenzia per l’assistenza umanitaria.

EURONEWS – STATI UNITI SOSPENDONO GLI AIUTI ALL’AGENZIA ONU PER I RIFUGIATI PALESTINESI

Gli Stati Uniti hanno annunciato la sospensione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) a seguito delle accuse di Israele. Si afferma che alcuni dipendenti dell’agenzia siano coinvolti nell’attacco di Hamas contro Israele, scatenando la guerra a Gaza. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha promesso un’indagine interna sull’UNRWA per verificare le accuse. I dipendenti coinvolti sono stati licenziati. Philippe Lazzarini, direttore dell’agenzia, ha definito “scioccanti” le accuse e ha sottolineato il ruolo vitale dell’UNRWA nell’assistenza a oltre due milioni di persone a Gaza. L’UNRWA opera in diverse aree, incluso Gaza, fornendo sostegno umanitario ai rifugiati palestinesi. Tuttavia, è stata oggetto di critiche da parte di Israele e politici conservatori americani che affermano che l’agenzia è influenzata da Hamas, che governa Gaza dal 2007. Gli Stati Uniti erano tra i principali finanziatori dell’UNRWA, con un contributo di circa 296 milioni di dollari nel 2023. La sospensione dei fondi solleva preoccupazioni sulla continuità dei servizi vitali forniti dall’agenzia ai rifugiati palestinesi, mentre la comunità internazionale segue da vicino lo sviluppo della situazione.

ILPOST – ISRAELE STA CREANDO UNA “ZONA CUSCINETTO” A GAZA

L’esercito israeliano ha confermato ufficialmente la creazione di una “zona cuscinetto” larga circa un chilometro lungo l’intero confine con la Striscia di Gaza. Questo progetto, a lungo discusso dai politici israeliani, mira a garantire la sicurezza di Israele. La zona, attualmente in fase di realizzazione, comporta la demolizione di edifici e strutture civili presenti all’interno. La decisione è giunta dopo la morte di 21 soldati israeliani il 21 febbraio, uccisi mentre piazzavano esplosivi per demolire due edifici nella Striscia di Gaza. La zona cuscinetto sarà disabitata, militarmente sorvegliata, e vietata all’accesso dei palestinesi, civili compresi. L’area designata per la zona cuscinetto, tuttavia, è densamente popolata, con numerosi edifici civili e campi agricoli. Da novembre, l’esercito israeliano ha avviato la demolizione di strutture, incluso scuole, suscitando critiche e preoccupazioni. Il territorio della Striscia di Gaza, già geograficamente limitato, subirà una considerevole riduzione a causa di questa iniziativa, sollevando questioni sulla sovranità palestinese. Mentre Israele sostiene che la zona cuscinetto è essenziale per la difesa contro potenziali attacchi futuri, ci sono preoccupazioni e critiche a livello internazionale riguardo alle conseguenze e alla perdita di territorio palestinese. Gli Stati Uniti, principale alleato di Israele, hanno precedentemente espresso opposizione a qualsiasi riduzione dei territori palestinesi a causa del conflitto. Antony Blinken, segretario di Stato americano, ha affermato che gli Stati Uniti sono contrari allo “spostamento forzato di persone” e sottolineano la necessità di mantenere l’integrità territoriale di Gaza. Il governo israeliano sostiene che la zona cuscinetto è una misura transitoria, ma ci sono dubbi sul suo smantellamento futuro.

EURONEWS – ATTACCHI ISRAELIANI AGLI OSPEDALI DI KHAN YUNIS

Lunedì, l’esercito israeliano ha attaccato due ospedali a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, aggravando la situazione umanitaria. Il direttore del reparto chirurgia del Nasser Hospital, l’unico grande ospedale accessibile nella zona, ha riferito di almeno 50 morti e oltre 100 feriti. Le forze israeliane hanno impedito alle ambulanze di raggiungere i feriti, afferma il ministero della Salute di Gaza, citando l’occupazione israeliana. La Mezzaluna Rossa Palestinese conferma che le loro ambulanze sono state ostacolate dall’assedio israeliano, impedendo il soccorso. Altri scontri si verificano vicino ad altri ospedali come al Khair e al-Amal. I carri armati israeliani si avvicinano all’ospedale al-Amal, e la Mezzaluna Rossa ha perso il contatto con la squadra sul campo a causa dell’offensiva di terra. Israele non ha commentato gli attacchi agli ospedali, ma ha confermato la morte di tre soldati israeliani nella Striscia. L’esercito israeliano sostiene che Hamas utilizzi gli ospedali per scopi militari, mentre il gruppo e lo staff medico negano tali affermazioni. Gli attacchi intensi degli ultimi giorni rappresentano la fase più critica nel sud di Gaza dalla guerra in corso. Circa 1,7 milioni dei 2,2 milioni di abitanti della Striscia sono sfollati, e il totale delle vittime, secondo il ministero della Salute di Gaza, ha superato le 25.000, con molte vittime civili. Il ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, Riyad al-Maliki, ha dichiarato che la situazione è fuori controllo, chiedendo all’Unione Europea di intervenire per un cessate il fuoco. Il portavoce per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha sottolineato il diritto di Israele alla difesa, ma ha esortato a rispettare il diritto internazionale, proteggendo civili, personale medico e pazienti negli ospedali.

TGCOM24 – FAMILIARI DEGLI OSTAGGI ISRAELIANI FANNO IRRUZIONE NEL PARLAMENTO A GERUSALEMME

I familiari degli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia di Gaza hanno fatto irruzione nella Knesset di Gerusalemme durante una riunione su questioni economiche. Il gesto è stato un atto di protesta contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, che domenica ha escluso la possibilità di un nuovo accordo con Hamas per la liberazione degli ostaggi. Domenica sera, decine di persone si erano radunate sotto la casa di Netanyahu, montando tende per protestare contro le sue dichiarazioni. Lunedì mattina, gli addetti alla sicurezza della Knesset non hanno impedito l’accesso ai familiari in aula, dove hanno esposto cartelli e fotografie dei loro cari rapiti. Alcuni accusano il governo di non fare abbastanza per garantire la liberazione degli ostaggi, chiedendo concessioni a Hamas. Netanyahu ha ribadito di non voler cedere alle richieste di Hamas senza “pressione militare”. Le famiglie degli ostaggi chiedono invece concessioni, come una tregua, pur di ottenere la liberazione delle persone detenute nella Striscia. Dopo l’irruzione, 15 famiglie hanno potuto incontrare brevemente Netanyahu, che ha affermato l’assenza di proposte concrete da parte di Hamas. Il premier ha dichiarato che Hamas richiede la fine della guerra, il ritiro delle forze da Gaza e la liberazione di detenuti. Netanyahu ha respinto queste richieste, sostenendo che accettarle renderebbe vane le morti dei soldati israeliani. Hamas continua a esercitare pressione attraverso video di ostaggi chiedendo la liberazione e accuse di uccisioni in risposta ai bombardamenti israeliani. Si stima che più di 130 ostaggi siano detenuti da Hamas nella Striscia di Gaza.

ILPOST – PROTESTE CON LE TENDE SOTTO LA CASA DI NETANYAHU A GERUSALEMME

Domenica sera, decine di persone si sono radunate a Gerusalemme sotto la casa del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, chiedendo un accordo sul rilascio di ostaggi israeliani detenuti da Hamas nella Striscia di Gaza. La protesta è seguita alle dichiarazioni di Netanyahu, che ha respinto le richieste di Hamas per un nuovo accordo di liberazione degli ostaggi. I manifestanti, in gran parte familiari degli ostaggi, hanno montato tende e dichiarato che rimarranno finché non ci sarà un annuncio di accordo. Netanyahu ha affermato che il rilascio degli ostaggi è un obiettivo di guerra, ma ha sottolineato la necessità di pressione militare. Hamas ha cercato di influenzare l’opinione pubblica israeliana pubblicando video degli ostaggi e accusando Israele di ucciderli durante i bombardamenti su Gaza. I manifestanti hanno esposto cartelli con scritte come “Amiamo i nostri bambini più di quanto odiamo Hamas”. Zohar Avigdori, partecipante alla protesta, ha criticato Netanyahu per non voler più fare accordi con Hamas. Si stima che Hamas detenga oltre 130 ostaggi catturati durante l’attacco del 7 ottobre, che ha scatenato una violenta risposta israeliana su Gaza.

SKYTG24 – A GAZA I TELEFONI NON FUNZIONANO PIU’

La guerra tra Israele e Hamas ha inflitto nuovi orrori alla popolazione di Gaza, con l’interruzione delle comunicazioni. Da oltre cinque giorni, i telefoni cellulari sono inutilizzabili a causa dei bombardamenti che hanno danneggiato i cavi sotterranei, segnando il più lungo blackout dallo scoppio del conflitto. Israele, finora, non ha permesso alle compagnie telefoniche palestinesi di effettuare le necessarie riparazioni. Dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha attaccato Israele, gli attacchi israeliani hanno causato 9 blackout delle comunicazioni a Gaza. Questo, però, è il più lungo mai registrato, superando le 72 ore. Le reti di telefonia gestite da Paltel, le compagnie palestinesi, sono gravemente danneggiate, e gli operatori, sotto il fuoco dei combattimenti, stanno cercando di riparare i danni. Purtroppo, negli ultimi giorni, due dipendenti della Paltel sono stati uccisi dai soldati israeliani mentre lavoravano. L’interruzione delle comunicazioni ostacola non solo i contatti della popolazione con il mondo esterno e con i propri familiari, ma crea anche gravi impedimenti all’operato di operatori umanitari e giornalisti. La Mezzaluna Rossa ha perso i contatti con le squadre di pronto soccorso, che ora operano senza supporto dalla base. Inoltre, Repubblica ha segnalato la perdita di contatto con un proprio collaboratore sul posto, Sami al-Ajrami. La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione la situazione, mentre il Sudafrica apre un’indagine per genocidio contro Israele, accusandolo di utilizzare i blackout come mezzo per “ostacolare il controllo” delle sue azioni a Gaza.

ILPOST – GUERRA A GAZA: SPACCATURA DELL’OPINIONE PUBBLICA TRA ISRAELE E RESTO DEL MONDO

La guerra in corso a Gaza tra Israele e Hamas sta provocando una crescente spaccatura tra Israele e la maggior parte degli altri paesi del mondo. Questa divisione emerge chiaramente nei sondaggi, nell’atteggiamento dei media, dell’opinione pubblica e nei comportamenti dei governi. Non solo i paesi arabi, tradizionalmente sospettosi o ostili verso le azioni israeliane, ma anche molti alleati occidentali, principalmente i paesi europei e, con una certa cautela, gli Stati Uniti, stanno esprimendo preoccupazioni crescenti. La distanza si basa sul solido sostegno interno israeliano alla guerra nella Striscia di Gaza, che rimane praticamente unanime. Tuttavia, nel resto del mondo, la commozione iniziale e la solidarietà con Israele dopo l’aggressione di Hamas il 7 ottobre si sono trasformate in uno scetticismo crescente nei confronti del modo in cui Israele sta gestendo il conflitto, causando gravi sofferenze ai civili di Gaza. Tre elementi distintivi caratterizzano l’attuale guerra a Gaza rispetto a precedenti operazioni militari israeliane. In primo luogo, l’importante trauma nazionale causato dall’attacco di Hamas non può essere sottovalutato. In secondo luogo, la durata prolungata del conflitto, superiore a precedenti operazioni nella Striscia, e in terzo luogo, il livello eccezionale di violenza che sta colpendo in modo sproporzionato la popolazione civile. Per oltre tre mesi, l’esercito israeliano ha condotto intensi bombardamenti su Gaza, considerati tra i più distruttivi della storia recente. Con oltre 23.000 morti confermati, in gran parte civili, e circa il 33% di tutti gli edifici distrutti, la Striscia di Gaza è in uno stato di crisi umanitaria. L’imposizione iniziale di restrizioni all’ingresso di beni di prima necessità ha aggravato la situazione, anche se successivamente sono stati ammessi aiuti umanitari in quantità insufficienti. Israele giustifica le sue azioni come necessarie per distruggere Hamas, sostenendo che parte delle vittime sia causata dall’uso di “scudi umani” da parte di Hamas, una pratica confermata da organizzazioni indipendenti. Tuttavia, ciò non giustifica le vaste perdite e devastazioni nella Striscia di Gaza. L’opinione pubblica internazionale sta diventando sempre più impaziente nei confronti della guerra a Gaza. Dopo i primi giorni di solidarietà, il sostegno europeo a Israele è diminuito, con un notevole aumento dello scetticismo in Italia, dove oltre il 55% degli intervistati ha considerato eccessiva l’azione israeliana. Anche negli Stati Uniti, tradizionalmente solidali con Israele, si osserva una crescente insofferenza, soprattutto tra i giovani e i sostenitori del Partito Democratico. Persino il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha espresso preoccupazione per il numero di vittime civili a Gaza. In contrasto, l’opinione pubblica israeliana rimane in gran parte unanime nel sostenere la guerra, con il 87% della popolazione a dicembre che approva l’azione militare. La percezione di attacco e accerchiamento, alimentata dai media israeliani che enfatizzano gli orrori di Hamas, contribuisce a questa unanimità. La crescente distanza tra Israele e il resto del mondo coinvolge ora anche i governi, con molti governi occidentali che, inizialmente solidali con Israele, adottano un atteggiamento più critico e chiedono un cessate il fuoco. La guerra, dichiarata in una “nuova fase” dal governo israeliano, continua ad attirare l’attenzione e la preoccupazione internazionale. La comunità internazionale ora si trova a navigare tra la necessità di garantire la sicurezza di Israele e la crescente preoccupazione per l’impatto umanitario devastante della guerra su Gaza.

L’INDIPENDENTE – GUERRA A GAZA: 109 GIORNALISTI UCCISI

La guerra a Gaza vede un drammatico aumento delle vittime tra i giornalisti, con 109 reporter uccisi finora, inclusi Mustafa Thuraya e Hamza Dahdouh di Al Jazeera. L’IDF sostiene di non mirare deliberatamente ai giornalisti, ma la sistematica delegittimazione dei media da parte di Israele solleva dubbi. A fine ottobre, Tel Aviv ha approvato norme che consentono la chiusura degli uffici di Al Jazeera, definendoli minaccia per la sicurezza. Israele giustifica la violenza contro i cronisti sostenendo che forniscono supporto operativo a Hamas. Thuraya e Dahdouh, morti mentre intervistavano civili sfollati, sono stati colpiti da razzi lanciati in modo mirato. L’IDF afferma che viaggiavano con un “terrorista” che manovrava un drone minaccioso. Il padre di Hamza, Wael Dahdouh, anch’esso giornalista, ha perso la moglie e altri familiari durante il conflitto. Hamas accusa Israele di uccidere i giornalisti per terrorizzare i colleghi. Il Committee to Protect Journalists è preoccupato per gli attacchi ai giornalisti e alle loro famiglie da parte dell’IDF, indagando su segnalazioni di altri reporter minacciati o feriti. La situazione alimenta ulteriori tensioni e preoccupazioni in una guerra che ha già causato gravi sofferenze umane.

SAVETHECHILDREN – ATTACCHI AEREI ISRAELIANI IN “ZONE UMANITARIE” A GAZA

14 persone, principalmente bambini sotto i 10 anni, sono state uccise negli attacchi aerei israeliani vicino ad Al-Mawasi, un’area designata come “zona umanitaria”. Questo spazio, considerato sicuro dalle autorità israeliane, aveva indicato ai civili di rifugiarsi lì per la loro protezione. Gaza non offre più un rifugio sicuro: gli attacchi stanno colpendo indiscriminatamente, mettendo a rischio la vita dei bambini e degli abitanti. Senza una tregua, questa situazione potrebbe portare a un’escalation delle vittime innocenti, compromettendo il loro futuro. Gli ordini israeliani di evacuazione, emessi dal 7 ottobre, hanno indirizzato i civili principalmente verso tre aree del sud: Khan Younis, Rafah e Al-Mawasi. Tuttavia, queste stesse zone hanno subito attacchi aerei che hanno portato alla morte e al ferimento di civili, inclusi bambini. Jason Lee, direttore per i territori palestinesi occupati, sottolinea: “Non esiste un luogo sicuro a Gaza, anche se il diritto internazionale umanitario dovrebbe garantirlo. Le persone sono costrette a scegliere tra la morte qui o altrove”.

ANSA – IL PIANO DEL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO PER IL FUTURO DI GAZA

Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha presentato un documento preliminare che propone possibili direzioni per il futuro di Gaza una volta conclusa la guerra, delineando un quadro incerto e soggetto a discussioni. Questo piano, non ancora politica ufficiale, prevede quattro pilastri principali: un corpo multinazionale per la ricostruzione, un ente politico palestinese, la supervisione di Israele e dell’Egitto per la sicurezza dei confini, e il diritto di intervento militare israeliano. La proposta è in discussione nel gabinetto di guerra israeliano, sollevando domande su chi guiderà Gaza e su possibili collaborazioni con paesi arabi. L’Autorità Palestinese, attualmente poco popolare, potrebbe non essere la scelta principale. Il documento esclude la presenza civile israeliana nella Striscia, contrastando le richieste di alcuni della destra israeliana per un ritorno dei coloni. Il piano non specifica l’inizio di questa fase, in un contesto ancora incerto di durata del conflitto. Gallant ha annunciato un nuovo approccio nel nord di Gaza, con un focus mirato sui tunnel di Hamas, mentre nel sud Israele continuerà a combattere “per tutto il tempo necessario”. L’attenzione sulla popolazione civile evacuata in queste operazioni e un piano di ritorno non sono stati definiti.

L’INDIPENDENTE – GOVERNO ISRAELIANO DISCUTE DI PULIZIA ETNICA A GAZA

Due dei principali ministri del governo israeliano, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno proposto la migrazione forzata dell’intera popolazione araba di Gaza in Egitto. Le dichiarazioni dei due politici, entrambi esponenti di partiti di estrema destra, sono state fortemente condannate dall’ONU, dal Sudafrica e da diversi Paesi del BRICS. Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha dichiarato che “la migrazione di centinaia di migliaia di palestinesi da Gaza permetterebbe ai residenti israeliani della striscia di tornare a casa e di vivere in sicurezza”. Smotrich, ministro delle Finanze, ha aggiunto che “la pulizia etnica di Gaza è l’unica soluzione possibile per garantire la sicurezza di Israele”. Le proposte dei due ministri sono in linea con l’ideologia sionista revisionista, che sostiene la creazione di un Grande Israele che comprenda anche la Cisgiordania e Gaza. Il sionismo revisionista è l’ideologia dominante in Israele e da tempo viene accusato di voler attuare una pulizia etnica nei confronti dei palestinesi. L’escalation dei conflitti tra Israele e Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, ha causato la morte di oltre 22mila palestinesi e la distruzione di gran parte dell’infrastruttura civile della striscia. Il governo israeliano ha continuato a bombardare Gaza anche dopo la tregua annunciata il 21 ottobre, e ha annunciato che sta allargando il conflitto anche ai fronti libanese e siriano. L’Occidente, pur condannando le violenze, ha finora adottato un approccio fin troppo timido nei confronti di Israele. La comunità internazionale dovrebbe intervenire con maggiore fermezza per fermare le violazioni dei diritti umani dei palestinesi e per trovare una soluzione pacifica al conflitto.

ANSA – ISRAELE NEGA I VISTI AL PERSONALE ONU

Israele ha negato visti al personale delle Nazioni Unite, attribuendo questa decisione alle critiche espresse dall’ONU nei confronti degli attacchi di Tel Aviv alle persone e alle infrastrutture civili a Gaza. Il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, ha dichiarato di interrompere la collaborazione con coloro che sostengono la “propaganda terroristica” di Hamas, evidenziando la divergenza con l’ONU riguardo all’operato israeliano contro Hamas. Le critiche dell’ONU sono state definite una “vergogna” da Cohen, che ha preso di mira il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per aver condannato le azioni brutali di Israele a Gaza. Recentemente, Israele ha revocato il visto di residenza al coordinatore degli affari umanitari dell’ONU per i territori palestinesi occupati, Lynn Hastings, dopo le sue critiche riguardo alle restrizioni israeliane sulla consegna di aiuti umanitari a Gaza. Israele ha giustificato gli attacchi contro scuole e ospedali delle Nazioni Unite, sostenendo che fossero utilizzati da combattenti di Hamas, senza fornire prove a supporto di queste affermazioni. Guterres ha chiesto ripetutamente un cessate il fuoco a Gaza, definendo la situazione “un inferno sulla Terra”, mentre i dati indicano 20.915 morti e 54.918 feriti tra i palestinesi in 81 giorni di attacchi israeliani.

ILMESSAGGERO – CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU APPROVA RISOLUZIONE PER AIUTI A GAZA

Dopo ritardi e tensioni, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha finalmente votato una risoluzione per intensificare gli aiuti umanitari a Gaza e creare condizioni per una cessazione sostenibile delle ostilità. La risoluzione ha ottenuto 13 voti favorevoli, con le astensioni di Russia e Stati Uniti per motivi contrastanti. Gli Stati Uniti non hanno sostenuto la risoluzione a causa dell’assenza di condanne esplicite verso Hamas e si erano opposti alla bozza originale che richiedeva un immediato cessate il fuoco, minacciando il veto. Mosca, invece, si è astenuta poiché mancava un accordo immediato per porre fine ai bombardamenti israeliani. L’esito è una risoluzione moderata che, di fatto, consente a Israele di continuare l’offensiva. Le trattative hanno portato a un testo che invita a misure per un accesso umanitario sicuro e crea condizioni per una cessazione delle ostilità, sostituendo la richiesta urgente e vincolante di un cessate il fuoco immediato. La Russia ha criticato aspramente questo risultato, mentre gli Stati Uniti, nonostante le loro osservazioni sul mancato biasimo di Hamas, si sono astenuti, rinunciando al potere di veto su una risoluzione che sembrava inoffensiva nei confronti degli interessi bellici israeliani.

L’INDIPENDENTE – OSSERVATORIO EURO-MED SUI DIRITTI UMANI: ISRRALE ESPIANTA ORGANI DAI CORPI DEI PALESTINESI

L’Osservatorio Euro-Med sui diritti umani ha chiesto la creazione di una commissione internazionale d’inchiesta indipendente per accertare la possibilità che Israele abbia asportato organi e pelle dai corpi dei palestinesi uccisi nel conflitto scoppiato il 7 ottobre scorso. Secondo l’organizzazione, Israele avrebbe confiscato decine di corpi di deceduti palestinesi dal complesso medico Al-Shifa di Gaza senza riconsegnarli alle famiglie e avrebbe anche dissotterrato alcuni corpi già seppelliti. L’Osservatorio ha documentato la confisca da parte dell’esercito israeliano di dozzine di cadaveri dal complesso medico Al-Shifa, dall’ospedale indonesiano nel nord della Striscia di Gaza, così come nei pressi del “corridoio sicuro” (Salah al-Din Road), designato a sfollare i palestinesi verso il sud della Striscia di Gaza. L’organizzazione denuncia anche il fatto che l’esercito israeliano ha dissotterrato e confiscato i corpi da una fossa comune in uno dei cortili del complesso medico Al-Shifa. Israele ha una lunga storia di detenzione dei corpi dei palestinesi morti, in quanto detiene i resti di almeno 145 palestinesi nei suoi obitori e circa 255 nel suo Cimitero dei Numeri, vicino al confine giordano e off-limits al pubblico. Secondo l’Osservatorio, Israele ha recentemente reso legale la detenzione dei corpi dei palestinesi morti e il prelievo dei loro organi. Prima del conflitto attuale, il 26 agosto 2023, Nashat Al-Wahidi, coordinatore della Campagna nazionale palestinese per il recupero dei corpi dei martiri, denunciò le azioni di Israele ad una TV palestinese, accusando anche lo Stato ebraico di espiantare organi e pelle dai corpi palestinesi che trattiene. La CNN, nel 2009, documentò come Israele, dagli anni Novanta, prelevasse organi dai corpi dei deceduti senza chiedere il permesso alle famiglie.

ANSA – ISRAELE SAPEVA DEI PIANI DI HAMAS

Dagli Stati Uniti arriva la notizia che il governo israeliano era al corrente del piano di battaglia di Hamas per l’attacco del 7 ottobre più di un anno prima che accadesse. A scriverlo è il New York Times sulla base di documenti, e-mail e interviste, aggiungendo che dirigenti dell’esercito e dell’intelligence israeliani liquidarono il piano come ambizioso, ritenendolo che fosse troppo difficile da realizzare per il movimento estremista. Il documento di circa 40 pagine, che le autorità israeliane chiamarono in codice “Muro di Gerico”, delineava, punto per punto, esattamente il tipo di devastante invasione che ha portato alla morte di circa 1.200 persone.

SKYTG24 – GUERRA A GAZA, OMS: MUORE UN BAMBINO OGNI 10 MINUTI

Violenti combattimenti attorno all’ospedale al-Shifa a Gaza, con Israele che considera il luogo un centro di comando di Hamas. Un attacco su una scuola ha causato almeno 50 morti. Israele nega un accordo per il rilascio di detenuti palestinesi. Netanyahu afferma che l’esercito manterrà il controllo su Gaza post-conflitto. Il segretario di Stato USA Blinken avverte sulla crescente perdita di vite palestinesi. Il capo dell’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi chiede la fine della carneficina. L’esercito israeliano annuncia la distruzione della roccaforte di Hamas, uccidendo 150 terroristi. La situazione umanitaria è critica, con l’OMS che segnala la morte di un bambino ogni 10 minuti.

GUERRA RUSSIA-UCRAINA

RAINEWS – L’ESERCITO RUSSO HA PRESO IL CONTROLLO DI AVDIIVKA (UCRAINA)

L’esercito russo ha annunciato di aver preso il controllo di Avdiivka, una città strategica nell’est dell’Ucraina. Sabato, le truppe ucraine si sono ritirate dopo essere state circondate dall’avanzata russa, segnando un punto di svolta nel conflitto. Avdiivka, situata vicino a Donetsk, era un importante avamposto industriale e militare ucraino. Le bandiere ucraine sono state sostituite con quelle russe in vari punti della città, incluso il principale impianto di produzione di coke. Il presidente Putin ha elogiato l’esercito russo per questa “importante vittoria”. Avdiivka era stata teatro di scontri nel 2014 e nel 2017, prima dell’invasione russa del 2022. L’avanzata russa è stata facilitata dalle difficoltà dell’esercito ucraino nel reperire munizioni, a causa della mancanza di sostegno internazionale. Il Congresso degli Stati Uniti sta discutendo un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina, ma l’approvazione è ostacolata dalla politica interna. Il presidente Zelensky ha dichiarato che le truppe ucraine attendono urgentemente nuove armi per contrastare l’offensiva russa.

Altre notizie:

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L’INDIPENDENTE – GERMANIA, OLANDA E POLONIA FIRMANO UN “MEMORANDUM D’INTESA” PER IL LIBERO PASSAGGIO DI TRUPPE E ARMI

Germania, Olanda e Polonia hanno firmato un Memorandum d’Intesa per la creazione di un corridoio che permetterà il movimento rapido di truppe e attrezzature militari verso il fianco orientale della NATO. L’obiettivo è quello di semplificare le regole burocratiche transfrontaliere e rafforzare la sicurezza in Europa. Il corridoio, simile all’accordo Schengen per la libera circolazione delle persone, consentirà la libera circolazione di soldati, mezzi militari e personale NATO all’interno dei tre Paesi. Questo si traduce in una riduzione dei documenti necessari per spostarsi da uno Stato all’altro, velocizzando la mobilità delle forze. Germania e Olanda sono punti di snodo per il transito di gran parte dell’equipaggiamento militare statunitense in Europa, mentre la Polonia è un alleato chiave nella funzione antirussa e ospita truppe americane sul fianco orientale della NATO. L’accordo rappresenta un “importante passo avanti” verso una “Schengen militare” che includa molti più Paesi. L’obiettivo è di rendere l’Europa più forte e di facilitare la mobilità delle forze in caso di crisi. Attualmente, la mobilità militare è ostacolata da diverse esigenze amministrative. Il nuovo accordo mira a superare questi ostacoli, semplificando le procedure e accelerando i tempi di spostamento. L’accordo assume particolare rilevanza nel contesto dell’esercitazione NATO Steadfast Defender 2024, che si svolge in tutta Europa e si concentra proprio sulla capacità di spostare rapidamente truppe e mezzi. Germania e Polonia rivestono un ruolo centrale in questa esercitazione. Vertice NATO a luglio: A luglio, dopo la conclusione dell’esercitazione e la valutazione dei risultati, si terrà un vertice NATO a Washington. In questa occasione, si potrebbe discutere l’allargamento del patto firmato dalle tre nazioni, rafforzando la “Schengen militare” e la sicurezza europea.

ILSOLE24ORE – PREMIER DELL’ESTONIA INSERITA DALLA RUSSIA NELLA LISTA DEI RICERCATI INTERNAZIONALI

Martedì, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale inserendo Kaja Kallas, Prima Ministra dell’Estonia, nella lista dei ricercati internazionali. È la prima volta che questa misura viene applicata a un capo di governo. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che Kallas è accusata di distruggere monumenti dedicati ai soldati sovietici. La decisione è collegata alle azioni intraprese da Kallas dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. La Prima Ministra estone ha ordinato la rimozione di centinaia di monumenti di epoca sovietica nel suo paese, scatenando un acceso dibattito, considerando l’Estonia una ex-repubblica sovietica. Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha affermato che Kallas ha compiuto “atti ostili contro il nostro paese e la nostra memoria storica”. La Prima Ministra ha risposto su Twitter, affermando che la mossa del Cremlino non la silenzierà e che continuerà a sostenere fermamente l’Ucraina. Nella stessa lista sono stati inclusi il segretario di Stato estone Taimar Peterkop e Simonas Kairys, ministro della Cultura della Lituania.

WIRED – LA RUSSIA STAREBBE USANDO STARLINK NELLE REGIONI OCCUPATE DELL’UCRAINA

I servizi segreti ucraini hanno intercettato comunicazioni radio che confermano l’utilizzo della rete internet satellitare Starlink da parte delle truppe russe nelle regioni occupate dell’Ucraina. Starlink è di proprietà di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk. Non è chiaro come la Russia abbia ottenuto i terminali Starlink, ma SpaceX ha affermato di non averli venduti o forniti al governo russo o al suo esercito. L’azienda ha inoltre dichiarato che disattiva i terminali utilizzati da entità sanzionate o non autorizzate. Tuttavia, rintracciare i terminali potrebbe essere difficile, poiché i russi stanno usando falsi segnali GPS per nascondere la propria posizione.

FARODIROMA – PARAMILITARI COLOMBIANI E NARCOS COMBATTONO IN UCRAINA AFFIANCO DI INGLESI E ITALIANI

Centinaia di mercenari colombiani, tra cui criminali dei cartelli Narcos e militanti fascisti, combattono in Ucraina accanto ai soldati NATO, tra cui italiani. La loro presenza è stata confermata da diverse fonti, tra cui l’Associated Press. Il governo colombiano, inizialmente, ha facilitato il loro arrivo nel tentativo di sbarazzarsi di pericolosi criminali. In cambio di denaro, questi mercenari combattono contro la Russia, guadagnando fino a 3.300 dollari al mese, circa sette volte lo stipendio che riceverebbero in Colombia. Oltre ai colombiani, in Ucraina combattono anche diverse unità NATO sotto copertura di mercenari volontari. Il contingente più numeroso è quello polacco, con 10.000 uomini, seguito da italiani, americani, canadesi, tedeschi e inglesi. Questo esercito multinazionale è coordinato da ufficiali NATO americani ed europei presenti in Ucraina. I narcos colombiani, i criminali vari e i nazifascisti europei sono invece coordinati dall’esercito ucraino. La Russia ha già distrutto due volte il comando NATO di coordinamento in Ucraina, uccidendo diversi generali e colonnelli. Tuttavia, non ci sono state notizie o proteste ufficiali da parte della NATO, in quanto significherebbe ammettere la presenza di eserciti stranieri in Ucraina, una vera e propria dichiarazione di guerra.

FARODIROMA – METROPOLITA DELLA CHIESA ORTODOSSA DI BANCHIN PICCHIATO DA MILIZIANI UCRAINI

Il Metropolita Longin (Zhar) di Banchin, vicario della diocesi di Chernovtsy-Bukovina della Chiesa Ortodossa Ucraina canonica, è stato brutalmente aggredito da miliziani neonazisti ucraini. L’attacco è avvenuto il 22 gennaio 2024, quando il Metropolita ha aperto la porta di casa e ha subito un violento colpo, perdendo conoscenza. Secondo il racconto del Metropolita Longin, è stato necessario un intervento chirurgico alle palpebre a causa delle lesioni riportate. Tuttavia, ora si sente bene e affida tutto alla misericordia divina. L’aggressione ha scatenato un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica ucraina, che ha condannato fermamente l’atto di violenza. Tuttavia, i media ucraini hanno cercato di minimizzare l’evento, suggerendo che il Metropolita sia caduto da solo. Il Metropolita Longin è noto per il suo impegno nell’orfanotrofio, dove ha accolto circa 400 bambini negli ultimi 20 anni. Da mesi è oggetto di persecuzione per aver difeso la fede ortodossa e aver rifiutato di aderire alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina, non riconosciuta dalla Chiesa Ortodossa canonica. Le autorità ucraine devono affrontare le crescenti critiche internazionali riguardo alla persecuzione religiosa nel paese, con accuse di connivenza con gruppi estremisti e neonazisti. La comunità internazionale ha chiesto un’indagine approfondita sull’aggressione al Metropolita Longin e la protezione dei diritti religiosi e civili dei cittadini ucraini.

CORRIERE – OLEKSANDR SYRSKYI E’ IL NUOVO CAPO DELL’ESERCITO UCRAINO

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha nominato il generale Oleksandr Syrskyi nuovo capo dell’esercito ucraino, in sostituzione di Valery Zaluzhny. La decisione arriva dopo mesi di tensioni e pressioni su Zaluzhny, criticato per la gestione di alcune battaglie. Syrskyi, 58 anni, è un veterano con una lunga esperienza militare. Ha guidato con successo la difesa di Kiev nelle prime settimane dell’invasione russa e la controffensiva nella regione di Kharkiv nell’autunno 2022. Tuttavia, è anche una figura controversa, criticata per l’insistenza con cui ha difeso la città di Bakhmut, causando pesanti perdite umane. Nato in Russia nel 1965, Syrskyi vive in Ucraina dagli anni ’80. Ha studiato a Mosca e ha prestato servizio nell’esercito russo prima di unirsi alle forze ucraine. Il suo stile di comando è considerato rigido e gerarchico, di stampo sovietico. La nomina di Syrskyi a capo dell’esercito ucraino è un segnale di cambiamento nella strategia militare del paese. Zelensky ha annunciato riforme nella leadership militare, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza e la coordinazione. La situazione sul campo è difficile. L’esercito ucraino non ha registrato progressi significativi da mesi e la Russia ha intensificato i bombardamenti. Le nuove armi e munizioni occidentali sono attese con impazienza, mentre il sostegno dei governi occidentali sembra vacillare.

FARODIROMA – MERCENARI FRANCESI COMBATTONO IN UCRAINA PAGATI CON GLI AIUTI DELL’OCCIDENTE

Le forze armate russe hanno bombardato un sito a Kharkiv, in Ucraina, dove si trovavano mercenari stranieri, per la maggior parte francesi. Secondo il Ministero della Difesa russo, l’attacco di precisione ha completamente distrutto l’edificio, uccidendo oltre 60 combattenti e ferendone più di 20. Il governo francese ha negato con fermezza che ci siano mercenari francesi in Ucraina. “La Francia aiuta l’Ucraina con forniture di materiale militare e formazione militare, nel pieno rispetto del diritto internazionale,” ha dichiarato il Ministero degli Affari Esteri. “La Francia non ha mercenari, né in Ucraina né altrove, a differenza di altri.” La giornalista francese Justine Frayssinet, commentando l’attacco in diretta su TF1, ha ammesso che ci sono cittadini francesi che combattono alongside l’esercito ucraino contro la Russia. Ha citato il blogger Xavier Tytelman, che riferisce sul conflitto e sostiene i mercenari in Ucraina. Secondo Tytelman, tra 60 e 70 francesi sono integrati nelle unità ucraine, alcuni con salari minimi. Altri 200-300 francesi con doppia nazionalità avrebbero combattuto per Kiev. Il presidente ucraino Zelensky all’inizio della guerra aveva creato la Legione Internazionale per la Difesa, a cui si sono uniti combattenti di diverse nazionalità. I francesi coinvolti potrebbero far parte di questa formazione. Il Ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore francese a Mosca dopo l’attacco a Kharkiv. La portavoce Maria Zakharova ha dichiarato che l’ambasciatore è stato convocato “in relazione alla distruzione di un punto di dispiegamento temporaneo di mercenari stranieri a Kharkov, tra cui diverse decine di francesi.”

LASTAMPA – UE: UTILIZZARE BENI RUSSI CONGELATI A CAUSA DELLE SANZIONI PER AIUTARE L’UCRAINA

L’Unione Europea sta valutando un piano per utilizzare i beni russi congelati a causa delle sanzioni per aiutare l’Ucraina. Il piano, che dovrebbe ammontare a circa 15 miliardi di euro, è stato concordato all’unanimità dagli Stati membri. L’obiettivo del piano è quello di utilizzare i fondi per la ricostruzione dell’Ucraina. Il progetto è ancora in fase di definizione, ma aziende e fondi d’investimento hanno già mostrato interesse. L’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Giappone hanno congelato circa 260 miliardi di euro di riserve estere russe nel 2022. Di questi, 191 miliardi sono detenuti da Euroclear, una società belga di servizi finanziari. La proposta di utilizzare i beni russi congelati ha sollevato perplessità da parte di alcuni Stati membri, tra cui Francia, Germania e Italia. La Banca Centrale Europea ha espresso riserve anche dal punto di vista legale. Il piano è invece sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, che hanno già congelato beni russi per un valore di oltre 30 miliardi di dollari.

CONSIGLIO UE APPROVA 50 MILIARDI DI EURO DI AIUTI PER L’UCRAINA

Il Consiglio Europeo ha approvato nuovi aiuti all’Ucraina per un valore complessivo di 50 miliardi di euro. I fondi sono stati reperiti tramite una revisione del bilancio pluriennale dell’Unione per il periodo compreso fra 2021 e 2027. L’approvazione è stata raggiunta dopo alcune riunioni ristrette fra il primo ministro ungherese Viktor Orbán e diversi capi di stato e di governo europei. Orbán, che ha da tempo espresso perplessità sull’invio di aiuti all’Ucraina, ha ottenuto che il Consiglio valuti almeno una volta all’anno l’applicazione del principale fondo europeo per l’Ucraina. Fra due anni poi il Consiglio potrà chiedere alla Commissione Europea di elaborare una revisione del fondo (quindi potenzialmente anche una riduzione dei soldi disponibili). L’Ucraina ritiene i 50 miliardi cruciali per evitare la bancarotta e continuare a difendersi dall’invasione russa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ringraziato pubblicamente i 27 membri del Consiglio, aggiungendo che i fondi approvati «non sono meno importanti delle forniture militari e delle sanzioni contro la Russia».

FINANCIALTIMES – UE: “SE L’UNGHERIA VOTA CONTRO GLI AIUTI A KIEV METTEREMO IN GINOCCHIO LA SUA ECONOMIA”

L’Unione europea ha minacciato l’Ungheria di ritorsioni economiche se il Paese non approverà il prossimo 1° febbraio il pacchetto di 50 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Secondo un documento del Consiglio europeo, in caso di mancato accordo, gli altri Stati membri potrebbero dichiarare pubblicamente che l’Ungheria sta adottando un comportamento “non costruttivo” e che non riescono a immaginare che i fondi europei verrebbero forniti a Budapest. Questa dichiarazione potrebbe innescare un’ondata di sfiducia nei confronti dell’Ungheria da parte dei mercati finanziari e delle aziende, che potrebbero essere meno interessate a investire nel Paese. Questo potrebbe portare a un aumento del costo del finanziamento del deficit pubblico e a un calo del valore del fiorino, la moneta locale. Il ministro degli Affari europei ungherese, Janos Boka, ha inizialmente respinto le minacce di Bruxelles, affermando che l’Ungheria non intende cedere alle pressioni. Tuttavia, in seguito ha inviato a Bruxelles una nuova proposta in cui l’Ungheria si dichiara aperta all’utilizzo dei fondi europei per l’Ucraina, ma solo se verranno aggiunte delle clausole che diano a Budapest l’opportunità di cambiare idea in un secondo momento.

SCENARIECONOMICI – APPROVATO ACCORDO DI COOPERAZIONE GLOBALE DI 20 ANNI TRA IRAN E RUSSIA

La Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha dato la sua approvazione ufficiale a un nuovo accordo di cooperazione globale di 20 anni tra l’Iran e la Russia. L’accordo, che sostituisce l’accordo decennale firmato nel 2001, è stato ampliato non solo nella durata ma anche nella portata e nella scala, in particolare nei settori della difesa e dell’energia. Nel settore energetico, il nuovo accordo conferisce alla Russia il primo diritto di estrazione nella sezione iraniana del Mar Caspio, compreso il giacimento potenzialmente enorme di Chalous. La Russia ha contribuito a modificare lo status giuridico dell’area dei bacini del Caspio nel 2019, riducendo la quota dell’Iran dal 50% ad appena l’11,875%. Prima della scoperta di Chalous, ciò significava che l’Iran avrebbe perso almeno 3,2 trilioni di dollari di entrate derivanti dalla perdita di valore dei prodotti energetici nell’insieme delle risorse condivise del Mar Caspio. Lo stesso diritto di prima estrazione per la Russia si applicherà ora anche ai principali giacimenti di petrolio e gas dell’Iran nelle province di Khorramshahr e Ilam, confinanti con l’Iraq. I giacimenti condivisi da Iran e Iraq hanno da tempo permesso a Teheran di aggirare le sanzioni in vigore contro il suo settore petrolifero chiave. L’utilizzo dei principali giacimenti di petrolio e gas in Iraq è una parte fondamentale del piano di lunga data dell’Iran, pienamente sostenuto dalla Russia, di costruire un “ponte terrestre” verso la costa siriana del Mar Mediterraneo. Ciò consentirebbe all’Iran e alla Russia di aumentare esponenzialmente la fornitura di armi nel Libano meridionale e nell’area delle Alture del Golan in Siria, da utilizzare per gli attacchi contro Israele. Nel settore della difesa, il nuovo accordo prevede una forte integrazione tra le forze armate iraniane e russe. La Russia fornirà all’Iran nuovi missili a corto e lungo raggio, e fornirà assistenza tecnica per l’ammodernamento delle infrastrutture militari iraniane.

FANPAGE – MINISTRO DELLA DIFESA TEDESCO: CONFLITTO CON LA RUSSIA TRA 5-8 ANNI

Il ministro tedesco della Difesa Boris Pistorius ha messo in guardia contro l’espansione della guerra in Ucraina e ha affermato che la Germania si sta preparando a un conflitto con la Russia. In un’intervista al quotidiano “Tagesspiegel”, Pistorius ha dichiarato che “sentiamo quasi ogni giorno minacce dal Cremlino, l’ultima volta contro i nostri amici nei Paesi baltici. Quindi dobbiamo tenere conto che un giorno Vladimir Putin attaccherà anche un Paese della NATO”. Il ministro ha aggiunto che “i nostri esperti si aspettano un periodo dai cinque agli otto anni nel quale sarà possibile l’attacco”. Pistorius ha sottolineato che la Germania sta già intensificando i suoi sforzi per rafforzare le sue forze armate. In particolare, ha dichiarato che è possibile che venga reintrodotta la coscrizione obbligatoria e che il “freno al debito” possa essere riformato per consentire maggiori spese militari. Le dichiarazioni di Pistorius sono un segno del crescente timore in Germania di un’escalation del conflitto in Ucraina. Tuttavia, le sue parole sollevano anche alcune domande. In primo luogo, è chiaro che la Germania non è pronta per un conflitto con la Russia. L’esercito tedesco è stato gravemente sottofinanziato negli ultimi anni e non è in grado di affrontare una guerra di grandi dimensioni. In secondo luogo, è difficile immaginare che la Germania sia disposta a combattere una guerra contro la Russia per difendere un Paese NATO o dell’UE. Il governo tedesco è già sotto pressione per la sua politica di sanzioni contro la Russia, e un conflitto aperto con Mosca sarebbe molto impopolare tra l’opinione pubblica. Infine, è da considerare l’impatto ambientale di un conflitto con la Russia. Un’eventuale guerra sarebbe molto distruttiva e causerebbe un’enorme emissione di gas serra.

FARODIROMA – ATTACCHI UCRAINI CONTRO LE CHIESE ORTODOSSE NELLA REGIONE DI VINNITSA

In Ucraina, nuovi attacchi contro chiese ortodosse sono stati registrati nella città di Ladyzhyn, nella regione di Vinnitsa. Un video recentemente emerso mostra più di 20 aggressori irrompere in una chiesa ortodossa durante la funzione mattutina. Utilizzando un bulldozer, hanno sfondato le porte del tempio, interrompendo il servizio e trascinando i fedeli fuori al freddo, compreso il prete Eugenio, brutalmente picchiato. Questo episodio rappresenta un ulteriore affronto alla Chiesa Ortodossa Russa, già messa al bando dal regime di Kiev. Nonostante le violazioni del diritto di culto e delle libertà personali, l’Unione Europea sembra adottare una politica di silenzio complice, consigliando ai media europei di non dare troppo risalto a questi atti per preservare l’immagine del regime ucraino, descritto come “democratico” dall’élite europea. Lo scorso anno, il presidente Zelensky ha revocato la cittadinanza a tredici preti della Chiesa ortodossa unita al patriarcato di Mosca, accusati di tradimento. Questi attacchi sollevano preoccupazioni sulla libertà religiosa in Ucraina e mettono in discussione la posizione dell’Unione Europea sulla situazione nel paese.

SCENARIECONOMICI – LA POLONIA OSTACOLA L’INCHIESTA SULL’ESPLOSIONE DEL GASDOTTO NORD STREAM

La Polonia sta ostacolando le indagini sull’esplosione dei gasdotti Nord Stream, avvenuta nel settembre 2022. Secondo un articolo del Wall Street Journal, i funzionari polacchi si sono opposti a collaborare con l’indagine internazionale e hanno nascosto prove cruciali sui movimenti dei presunti sabotatori sul territorio polacco. Gli investigatori europei ritengono che l’attacco sia stato lanciato dall’Ucraina attraverso la Polonia. Tuttavia, la mancata collaborazione di Varsavia ha reso difficile stabilire se l’attacco sia avvenuto con o senza la conoscenza del precedente governo polacco. Gli investigatori hanno dichiarato che gli sforzi dei funzionari polacchi per ostacolare le loro indagini li hanno resi sempre più sospetti del ruolo e delle motivazioni di Varsavia. La Polonia è ovviamente uno dei principali paesi della NATO dell’Europa orientale e non sorprenderebbe affatto che l’intelligence o i militari polacchi siano coinvolti nell’attacco. Negli ultimi tempi, inoltre, gli Stati Uniti hanno lavorato fianco a fianco con la Polonia su questioni di difesa, nell’ambito del cosiddetto fianco orientale della NATO. Mosca tiene d’occhio questi articoli e tutto ciò fa pensare che ci saranno ancora delle sorprese e delle potenziali bombe nell’indagine ufficiale europea, che probabilmente si trascinerà per anni. Se il mondo riuscirà mai a vedere tutta la verità sull’operazione di sabotaggio è un’altra questione.

ANALISIDIFESA – IL PARLAMENTO UCRAINO SPINGE ALLA MOBILITAZIONE GENERALE

Il Parlamento ucraino ha presentato un disegno di legge per aggiornare le regole di mobilitazione, proponendo di arruolare anche persone con disabilità e limitando i diritti di chi non si presenta ai centri di reclutamento. Il disegno di legge consente l’arruolamento di persone con disabilità di vario genere, incluse cecità parziali, amputazioni e malattie specifiche. Prevede inoltre esenzioni per donne incinte, con bambini sotto i 3 anni o in necessità di cure speciali fino a 6 anni. Esentati dal servizio militare saranno anche i deputati della Rada Suprema, studenti e personale educativo o scientifico. Il reclutamento verrà notificato attraverso account elettronici speciali, mentre chi evita il reclutamento rischia restrizioni come il divieto di viaggiare all’estero o gestire i propri beni. Sebbene il presidente Zelensky abbia proposto la mobilitazione di 450.000-500.000 uomini, le dichiarazioni sono state negate dal comandante delle forze armate ucraine, sottolineando la necessità di risorse e munizioni senza precisare ulteriori dettagli. In Ucraina, l’uscita dal paese è vietata agli uomini tra i 18 e i 60 anni in vista della mobilitazione. L’aumento delle truppe è discusso mentre cresce la resistenza a prestare servizio, costringendo i commissari militari a cercare “casa per casa” chi evita il reclutamento.

L’INDIPENDENTE – STATI UNITI ANNUNCIANO PIANI ESECUTIVI PER SANZIONARE CHI AIUTA LA RUSSIA

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni e politiche più stringenti sulle banche, gli istituti finanziari e in generale tutti gli enti che supportano il commercio illecito di armi, equipaggiamento, tecnologia e componenti per la produzione militari alla Russia. La misura, che è stata largamente attesa dai partner commerciali degli USA, rientra all’interno di una serie di provvedimenti atti a disincentivare la collaborazione con il comparto bellico russo. “Coloro che stanno fornendo beni o portando avanti transazioni che supportano materialmente l’industria di base militare russa sono complici della brutale violazione da parte della Russia nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale ucraine”, ha affermato la Casa Bianca in un comunicato. Le sanzioni secondarie, ovvero rivolte a persone od organizzazioni non soggette alla giurisdizione del Paese coinvolto, mirano a minare la stabilità russa attaccandola indirettamente, colpendone più che il mercato e l’economia, ciò che li muove e viene mosso da essi. Le organizzazioni che saranno colpite dalle sanzioni rischiano di perdere accesso al sistema finanziario statunitense se promuovono transazioni significative in relazione alla industria militare russa. La misura è stata accolta positivamente dai sostenitori delle sanzioni alla Russia, che ritengono che possa essere efficace nel disincentivare i partner illegali di Putin a mollare la presa. La Russia ha invece reagito duramente alla mossa di Biden, accusando gli Stati Uniti di “intimidazione” e di “cancellare ogni possibilità di restaurare un dialogo”. “L’obiettivo degli USA è quello di intimidire i nostri partner e spingerli a tagliare scambi mutualmente benefici con la Federazione Russa sotto il clamore di slogan geopolitici”, ha affermato l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov.

EURONEWS – L’UCRAINA LEGALIZZA LA MARIJUANA “TERAPEUTICA”

Il parlamento ucraino ha votato per legalizzare la marijuana medica, con l’obiettivo di alleviare lo stress post-traumatico causato dalla guerra con la Russia. La nuova legge, che entrerà in vigore tra sei mesi, consente anche l’uso della cannabis per scopi scientifici e industriali. È stata approvata con 248 voti favorevoli, su un totale di 401 seggi. In Ucraina si discute da tempo sulla possibile legalizzazione della marijuana medica. Molti sostengono che il trattamento possa apportare benefici a persone che soffrono di disturbi come il disturbo da stress post-traumatico, l’epilessia e il dolore cronico. Altri, invece, temono che la legalizzazione possa portare ad un aumento dell’uso della droga per scopi ricreativi. La nuova legge impone severi controlli sulla produzione e distribuzione della cannabis. Per ottenere qualsiasi medicinale contenente cannabis sarà necessaria la prescrizione del medico. L’uso ricreativo della cannabis rimane un reato.

FARODIROMA – KEIV VUOLE METTERE FUORI LEGGE LA CHIESA ORTODOSSA UCRAINA

L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha sollevato dubbi sulla proposta ucraina di vietare la Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca. Il disegno di legge, approvato in prima lettura dalla Rada Suprema, potrebbe bandire l’organizzazione religiosa in Ucraina, suscitando preoccupazioni sulla libertà di religione. Volker Turk ha sottolineato che queste azioni contro la Chiesa ortodossa ucraina potrebbero violare i diritti umani, criticando la possibile restrizione della libertà religiosa. Questo movimento di Kiev è stato oggetto di dibattito internazionale, con l’Alto Commissario che ha evidenziato come potenziale non conformità alla legislazione sui diritti umani. Le tensioni con la Chiesa ortodossa in Ucraina sono cresciute, con accuse di attività filo-russe e incursioni nei luoghi di culto. Tuttavia, la reazione internazionale a queste restrizioni proposte rimane ancora limitata, con osservazioni sulle discrepanze nella lista degli Stati accusati di violazioni dei diritti religiosi, in cui Cuba è elencata ma non l’Ucraina.

ILFARODIROMA – I MORTI IN UCRAINA SONO OLTRE I 420 MILA

Il ministro della Difesa russo Sergeij Shoigu ha riferito che, dall’inizio del conflitto, le forze ucraine hanno perso oltre 383.000 soldati e 5.800 mercenari stranieri. BBC Russia ha confermato la morte di 39.424 soldati russi. Il bilancio complessivo della tragedia ucraina ha raggiunto oltre 420.000 morti, con una scarsa reazione della comunità internazionale. L’allarme cresce anche sull’uso di proiettili all’uranio impoverito. Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Stato russa, ha invitato i parlamentari occidentali a riflettere sulle conseguenze di queste munizioni, sottolineando il pericolo di contaminazione e aumento del cancro. Internamente, il malcontento tra i militari ucraini aumenta, alcuni soldati criticano la mancanza di azioni nel periodo estivo. La riduzione dei rifornimenti ha costretto l’Ucraina a ridimensionare le operazioni militari lungo il fronte. I fattori che ostacolano la risoluzione includono il coinvolgimento di attori esterni, divergenze di interessi globali e tensioni interne sull’autonomia regionale. Le difficoltà nella mediazione e le sanzioni economiche complicano ulteriormente la situazione.

TGCOM24 – APERTI NEGOZIATI PER L’INGRESSO DELL’UCRAINA NELL’UE

Il Consiglio europeo ha deciso ufficialmente di avviare i negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Questa storica decisione, salutata come una vittoria dall’Ucraina e celebrata dai leader europei, include anche l’avvio dei negoziati con la Moldavia e l’assegnazione dello status di candidato alla Georgia. Tuttavia, l’assenza del premier ungherese, Viktor Orban, durante la votazione ha sollevato polemiche. Orban, contrario all’adesione ucraina, ha affermato che l’Ungheria non vuole partecipare a questa scelta. La posizione dell’Italia, invece, viene espressa positivamente dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che elogia il ruolo di primo piano svolto nell’orientare i negoziati. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito la giornata come storica per l’Unione Europea, ribadendo l’impegno nell’ampliamento e nell’adempimento delle promesse fatte ai partner. Questo passaggio, considerato un momento significativo, segna un avvio storico e determina l’inizio di una nuova fase nella storia dell’UE.

ANSA – WASHINGTON POST: FU L’UCRAINA A SABOTARE IL NORD STREAM 2

Il Washington Post rivela che un ufficiale militare ucraino, Roman Chervinsky, avrebbe coordinato l’attacco al gasdotto Nord Stream 2 lo scorso settembre. Il colonnello, parte delle forze per le operazioni speciali di Kiev, avrebbe gestito la logistica e supportato un team di circa sei persone nell’attacco con esplosivi. L’operazione ha causato ingenti danni ai gasdotti Nord Stream 1 e 2, sott’acqua dal Mar Baltico dalla Russia alla Germania. Chervinsky avrebbe ricevuto direttive dal generale Valery Zaluzhny. L’identificazione del responsabile solleva nuove tensioni tra Ucraina e Russia.

CONFLITTO ARMENIA E AZERBAIGIAN

SCENARIECONOMICI – ANSA – NUOVI SCONTRI FRA ARMENIA E AZERBAIGIAN

Nuovi scontri tra Armenia e Azerbaigian sono emersi con il primo ministro armeno, Nikol Pachinian, che ha accusato l’Azerbaigian di cercare una “guerra totale”. Queste tensioni seguono i recenti scontri mortali al confine tra i due paesi del Caucaso, in particolare nei pressi di Nerkin Hand, dove quattro soldati armeni sono stati uccisi secondo Yerevan. Il primo ministro Pachinian ha affermato che le analisi indicano che l’Azerbaigian sta cercando di avviare azioni militari con la prospettiva di una possibile escalation verso una guerra totale. Ha denunciato la politica di Baku come un tentativo di ottenere concessioni attraverso i negoziati, minacciando altrimenti azioni militari. Il presidente azero Ilham Aliev ha respinto le accuse di espansionismo, sottolineando che il suo paese non ha rivendicazioni territoriali sull’Armenia e ha condannato le richieste armene. Ha avvertito che il ricatto costerà caro all’Armenia e ha dichiarato che non ci sarà alcun accordo di pace finché Yerevan non rinuncerà alle sue pretese sull’Azerbaigian. Il contesto di questo conflitto è segnato dalla vittoria militare dell’Azerbaigian sui separatisti armeni del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, ponendo fine a decenni di secessionismo e provocando migliaia di fuggitivi in Armenia. Si sospetta che l’Azerbaigian abbia nuove ambizioni territoriali, mirando alla regione armena di Siounik per collegare Nakhichevan all’Azerbaigian. Gli scontri recenti sono avvenuti in questa area. Nonostante tutti gli attori dichiarino di cercare la pace, la situazione è complessa e parte di un quadro geopolitico più ampio che coinvolge Turchia, Georgia, Russia e Stati Uniti. Gli scontri attuali nel Caucaso potrebbero non trovare una soluzione imminente, contribuendo alla crescente instabilità nella regione.

CONFLITTO COREA DEL SUD E COREA DEL NORD

SCENARIECONOMICI – LA COREA DEL NORD CONTINUA LE ESERCITAZIONI MILITARI CONTRO LA COREA DEL SUD

La Corea del Nord ha continuato a condurre esercitazioni a fuoco vivo dalla sua costa occidentale domenica, per il terzo giorno consecutivo. Secondo una fonte militare sudcoreana, l’esercito nordcoreano ha sparato circa 200 proiettili di artiglieria dalle zone costiere sudoccidentali, spingendo le truppe sudcoreane sulle isole in prima linea di Yeonpyeong e Baengnyeong a organizzare esercitazioni a fuoco vivo in risposta. I proiettili nordcoreani non sono caduti a sud della Northern Limit Line (NLL), un confine marittimo de-facto nel Mar Giallo, e non sono state segnalate vittime. Queste esercitazioni sono in linea con le recenti dichiarazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un, che ha affermato che un conflitto intercoreano è “inevitabile”. Il tiro d’artiglieria di venerdì della Corea del Nord è stato il 16° di questo tipo, compreso il lancio di un missile nel dicembre 2022. L’esercito sudcoreano ha condotto esercitazioni a fuoco vivo vicino alla zona cuscinetto marittima per la prima volta dalla firma del patto del 2018. L’ultima provocazione è avvenuta dopo che Pyongyang, a novembre, ha giurato di ripristinare le misure militari fermate dall’accordo militare intercoreano del 2018, che prevedeva l’istituzione di zone cuscinetto terrestri, marittime e aeree e il divieto di esercitazioni a fuoco vivo vicino alla zona di confine per evitare scontri accidentali. Sabato il Nord ha effettuato esercitazioni di fuoco vivo per il secondo giorno consecutivo sparando circa 60 proiettili dalla costa occidentale, ha dichiarato lo Stato Maggiore. All’inizio della giornata, Kim Yo-jong, la potente sorella del leader nordcoreano Kim Jong-un, ha affermato che il Nord ha condotto una “operazione ingannevole” facendo esplodere degli esplosivi che simulavano il suono dell’artiglieria costiera da 130 mm il giorno precedente, deridendo le capacità di rilevamento dell’esercito sudcoreano.

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INSIDEOVER – LA COREA DEL SUD SI ARMA CONTRO LA COREA DEL NORD

La Corea del Sud intensifica le sue difese in risposta agli attacchi della Corea del Nord, che ha sparato quasi 300 colpi di artiglieria nei giorni scorsi. Prima degli attacchi nordcoreani, la Corea del Sud aveva già effettuato esercitazioni a fuoco vivo utilizzando obici semoventi K9 “Thunder” e carri armati K2. Le truppe del Sud, coinvolgendo unità chiave, avevano risposto con precisione ad attacchi immaginari, dimostrando prontezza nelle operazioni di fuoco e nella mobilità terrestre. Il presidente sudcoreano, Yoon Suk Yeol, ha dichiarato che il suo governo risponderà al Nord “colpo su colpo”. Gli obici K9, noti come Thunder, con la capacità di trasportare 48 proiettili e una mobilità avanzata, si sono dimostrati strumenti chiave nella difesa sudcoreana. Il Thunder può essere rapidamente ridispiegato, riducendo il rischio di fuoco nemico. L’aeronautica sudcoreana si è rafforzata con il ricevimento del primo aereo da caccia da addestramento/attacco leggero TA-50 “Golden Eagle” Block 2. Inoltre, la Corea del Sud ha firmato per l’acquisizione di 20 caccia di quinta generazione F-35A Lightning II dagli Stati Uniti. Le azioni della Corea del Sud mirano a prepararsi a qualsiasi eventualità, considerando le tensioni con la Corea del Nord. Gli scontri tra le due Coree sono aumentati, e la Corea del Sud è determinata a proteggere la propria sicurezza e rispondere con forza a qualsiasi minaccia.

ANSA – CANCELLATA LA ZONA CUSCINETTO TRA LE DUE COREE

La Corea del Sud ha cancellato la zona cuscinetto lungo il confine marittimo di fatto con la Corea del Nord, permettendo così a Seul e Washington di condurre operazioni di ricognizione in prossimità delle acque territoriali nordcoreane. La decisione è stata presa in risposta alle ripetute violazioni dell’accordo militare del 19 settembre 2018 da parte di Pyongyang. In base all’accordo, le due Coree si erano impegnate a fermare le rispettive “azioni ostili” lungo il confine. Le forze armate della Corea del Sud hanno dichiarato che la zona cuscinetto è stata abolita a partire dal 7 gennaio 2024.

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