ANSA – ESPLOSIONE ALLA CENTRALE IDROELETTRICA DI BARGI

Intorno alle 15:00 di ieri si è verificata un’esplosione presso la centrale idroelettrica di Bargi, situata nel bacino di Suviana, sull’Appennino bolognese. Il bilancio è 3 morti, 5 gravemente feriti e 4 dispersi

Martedì, intorno alle 15:00, si è verificata un’esplosione presso la centrale idroelettrica di Bargi, situata nel bacino di Suviana, sull’Appennino bolognese. La struttura è di proprietà di Enel. Secondo le informazioni fornite dalla prefettura di Bologna, il bilancio attuale riporta la morte di tre persone, mentre altre cinque sono rimaste gravemente ferite e quattro risultano ancora disperse. Inizialmente, la prefettura aveva riportato la morte di quattro individui.

Le operazioni di soccorso si stanno rivelando complesse a causa del fumo che si è sprigionato dai locali coinvolti nell’incidente e del fatto che l’esplosione sia avvenuta al di sotto del livello dell’acqua. Come ha spiegato Marco Masinara, sindaco di Camugnano, il sito della centrale si trova completamente sotto il livello dell’acqua, a una profondità di circa trenta metri. Il comandante dei vigili del fuoco di Bologna, Calogero Turturici, ha confermato che l’esplosione si è verificata al piano meno nove, dove sono collocati i trasformatori elettrici. Masinara ha aggiunto che i soccorsi sono stati complicati dal fatto che l’acqua ha invaso l’ottavo piano interrato.

Secondo quanto dichiarato dalla prefettura di Bologna, l’incendio sarebbe stato innescato da un generatore collegato a una turbina. Il prefetto, Attilio Visconti, ha riferito all’ANSA che sembra ci fossero dei lavori di manutenzione in corso nella centrale. Dei cinque feriti, tutti sono stati trasportati in ospedali situati a Parma, Cesena, Forlì e Pisa. Visconti ha anche precisato che dei dodici lavoratori coinvolti nell’incidente, la maggior parte erano dipendenti di ditte esterne, fatta eccezione per un consulente ex dipendente di Enel.

Enel ha avviato un’indagine per determinare le cause dell’incidente e ha comunicato che la produzione presso l’impianto è stata interrotta. Tuttavia, non sono previsti disagi nella fornitura del servizio elettrico. A seguito dell’accaduto, Cgil e Uil hanno annunciato uno sciopero di otto ore, programmato per giovedì 11 aprile, rivolto ai lavoratori di tutti i settori in Emilia-Romagna.

ESPLOSIONE ALLA CENTRALE DI BARGI

ILPOST – TROVATI I CORPI DI 3 DEI 4 OPERAI DISPERSI ALLA CENTRALE DI BARGI
I corpi di tre dei quattro operai dispersi a seguito dell’esplosione nella centrale idroelettrica di Bargi, sull’Appennino bolognese, sono stati trovati giovedì. L’esplosione, avvenuta martedì pomeriggio, ha già causato sei morti confermati, mentre altre cinque persone sono state ricoverate in ospedale. Le operazioni di soccorso sono state estremamente difficili a causa della complessa struttura della centrale idroelettrica, costruita in gran parte sotto il livello dell’acqua del lago di Suviana. Gli operai dispersi si trovavano nel locale delle turbine all’ottavo piano. Nonostante gli sforzi di circa 100 vigili del fuoco impegnati nelle ricerche, le probabilità di trovare il quarto disperso vivo sono molto basse. Le operazioni di soccorso sono state rallentate dalla mancanza di sicurezza per i soccorritori, ma mercoledì sera è stato possibile raggiungere i piani inferiori della centrale. Tuttavia, la presenza di scarsa visibilità, allagamenti e detriti ha reso difficile comprendere la causa dell’esplosione. Le ricerche sono state complicate dall’allagamento dell’ottavo piano, avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì, con l’acqua che ha raggiunto un’altezza tra i 40 e i 45 metri. I vigili del fuoco hanno lavorato per liberare i piani superiori dall’acqua, individuando una condotta che continuava a scaricare grandi quantità d’acqua all’interno della centrale. Per facilitare le operazioni di ricerca, è stato abbassato il livello del lago di Suviana di circa un metro, con l’intenzione di ridurlo fino a sette metri nelle prossime ore. Tuttavia, la situazione resta critica, e il recupero del corpo dell’ultimo disperso rimane un’operazione difficile e rischiosa.

Altre notizie:

ILPOST – TROVATI I CORPI DI 2 DEI 4 OPERAI DISPERSI ALLA CENTRALE DI BARGI
Sono stati recuperati i corpi di due dei quattro operai dispersi a seguito dell’esplosione nella centrale idroelettrica di Bargi, sull’Appennino bolognese. I corpi dei primi tre operai, Pavel Petronel Tanase, Mario Pisani e Vincenzo Franchina, sono stati trovati martedì. Cinque persone rimaste ferite nell’incidente sono attualmente ricoverate in ospedale con gravi ustioni e ferite. Le operazioni di soccorso sono complicate dalla struttura della centrale, situata in gran parte sotto il livello dell’acqua del lago di Suviana. Gli operai dispersi si trovavano nel locale delle turbine all’ottavo piano. Nonostante gli sforzi di circa 100 vigili del fuoco, le speranze di trovare sopravvissuti sono scarse. Le operazioni di soccorso sono state ostacolate dalla scarsa visibilità, dall’allagamento e dalle macerie presenti nei livelli inferiori della centrale. Nella notte tra martedì e mercoledì, l’acqua ha allagato parte dell’ottavo piano, rendendo necessario liberare i piani superiori dall’acqua. Il problema è stato individuato in una condotta che scaricava acqua all’interno della centrale, la quale è stata chiusa e messa in sicurezza. I soccorritori hanno iniziato a rimuovere l’acqua e gli oli fuoriusciti dalle condutture danneggiate con l’ausilio di pompe idrovore. Inoltre, è stato abbassato il livello del lago di Suviana per agevolare le operazioni di ricerca, portandolo temporaneamente a circa un metro sotto il livello normale.
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CASO CARABINIERI MORTI

ILPOST – LE INDAGINI SULL’INCIDENTE IN CUI SONO MORTI I DUE CARABINIERI

Negli ultimi giorni, si sono approfondite le indagini riguardanti l’incidente stradale avvenuto lo scorso weekend, precisamente il 6 aprile, in provincia di Salerno, che ha causato la morte di due carabinieri in servizio. Le autorità hanno focalizzato l’attenzione sulla conducente coinvolta, Nancy Liliano, 31 anni, attualmente indagata per omicidio stradale. Si è saputo che Liliano aveva avuto precedenti riguardanti il traffico di sostanze illecite. L’incidente si è verificato nella notte tra sabato e domenica lungo la strada statale che collega i comuni di Eboli e Campagna, in provincia di Salerno, Campania. Le dinamiche esatte dell’incidente non sono ancora completamente chiare, con diverse ricostruzioni in circolazione. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, un’auto dei carabinieri, con tre agenti a bordo, stava uscendo da un’area di servizio per immettersi sulla strada statale quando è stata investita da un SUV Range Rover bianco che procedeva ad alta velocità nella direzione opposta. Tuttavia, secondo l’agenzia Ansa, la volante stava svoltando a sinistra prima di essere colpita dal Range Rover che arrivava da destra. L’incidente ha causato la morte di due agenti, il maresciallo Francesco Pastore, 25 anni, e l’appuntato Francesco Ferraro, 27 anni, entrambi di origini pugliesi. Entrambi si trovavano sul lato del passeggero e sul sedile posteriore dell’auto. Il conducente, il maresciallo Paolo Volpe, è sopravvissuto ed è stato trasportato in ospedale. I tre erano in servizio presso la stazione di Campagna. Nell’incidente è stata coinvolta anche un’altra auto, che viaggiava verso il luogo dello scontro e non è riuscita a fermarsi in tempo. Alla guida c’era un uomo di 75 anni, sopravvissuto ma ricoverato in ospedale in condizioni gravi. A bordo del SUV c’erano una ragazza di 18 anni e Liliano, la conducente, entrambe ferite e portate in ospedale. Liliano è risultata positiva ai primi test per alcol e droghe (in particolare cocaina) nel sangue, ma sono necessari ulteriori test per confermare i risultati. Secondo l’Ansa, a Liliano è stato notificato l’avviso di garanzia per omicidio stradale e lesioni personali stradali, mentre il veicolo è stato sequestrato. L’avviso di garanzia è un atto legale che viene inviato alla persona indagata per informarla delle indagini in corso e dei suoi diritti di difesa. Nel 2019, Liliano era stata coinvolta in un’indagine relativa al traffico di sostanze stupefacenti, patteggiando una pena di tre anni di reclusione e rimanendo agli arresti domiciliari fino al 2020. Il caso coinvolse anche persone legate alla ‘ndrangheta.

Altre notizie:

ILMESSAGGERO – CARABINIERI MORTI: POSITIVA A ALCOL E COCAINA LA 31ENNE CHE HA SPERONATO L’AUTO DI PATTUGLIA

Sabato notte lungo la statale 91, che collega Eboli al comune di Campagna, si è verificato un incidente stradale di proporzioni tragiche, culminato con la perdita di due giovani carabinieri e il grave ferimento di un terzo. La causa dell’incidente ha rivelato dettagli inquietanti, poiché la conducente responsabile dello speronamento dell’auto di pattuglia, una donna di 31 anni, è risultata positiva ai test per la presenza di alcol e cocaina nel suo organismo. I carabinieri coinvolti nell’incidente sono stati identificati come Francesco Pastore, di 25 anni, e Francesco Ferraro, di 27. Entrambi in servizio presso la stazione di Campagna, erano a bordo di una Fiat Grande Punto guidata dal maresciallo Paolo Volpe, di Terlizzi. Mentre attraversavano un incrocio svoltando a sinistra, una Range Rover proveniente da destra li ha colpiti frontalmente, causando la distruzione dell’auto di servizio e la morte dei due militari seduti sul lato passeggero e sul sedile posteriore. Il maresciallo Volpe è rimasto gravemente ferito nell’incidente ed è stato trasportato in ospedale a Eboli, dove versa in prognosi riservata. La conducente della Range Rover, insieme alla sua passeggera di 18 anni, è stata ricoverata all’ospedale di Oliveto Citra. Un altro veicolo, guidato da un uomo di 75 anni proveniente da Campagna, è stato coinvolto nell’incidente, con il conducente anch’egli ricoverato a Battipaglia per le ferite riportate. Le prime indagini hanno rivelato che la conducente responsabile dello speronamento dei carabinieri è una donna con precedenti per spaccio. I primi esami condotti presso l’ospedale di Oliveto Citra hanno confermato la presenza di alcol e cocaina nel suo organismo, ma ulteriori accertamenti sono in corso per confermare tali risultati.

ILMESSAGGERO – I FUNERALI DEI CARABINIERI MORTI IN UN INCIDENTE PROVOCATO DA UN SUV

In Puglia si sono celebrati i funerali dei due carabinieri deceduti sabato scorso a Campagna, in seguito all’incidente stradale provocato da un Suv guidato da Nancy Liliano, ora accusata di omicidio stradale. I funerali si sono svolti rispettivamente a Manfredonia e a Montesano Salentino, città che si sono unite nel dolore per la perdita dei due militari. A Manfredonia, centinaia di persone si sono radunate all’esterno della cattedrale per rendere omaggio al maresciallo dei carabinieri Francesco Pastore, 24 anni. La chiesa era gremita di persone, tra cui autorità militari, civili e rappresentanti istituzionali giunti anche dalla provincia di Salerno, dove Pastore prestava servizio insieme al collega Francesco Ferraro. Il comandante generale dell’Arma, Teo Luzi, era presente alla cerimonia insieme al picchetto d’onore dei carabinieri del comando provinciale di Foggia. Durante la cerimonia, l’arcivescovo della diocesi di Manfredonia Vieste San Giovanni Rotondo, padre Franco Moscone, ha definito la morte dei due carabinieri come “un crimine”, sottolineando che “fare uso di sostanze stupefacenti significa armarsi”. I familiari di Francesco Pastore erano in prima fila, compresi il padre Matteo, carabiniere in servizio a San Giovanni Rotondo, la madre Chiara, la sorella Sara e la fidanzata Vilma. Il lutto cittadino è stato proclamato a Manfredonia, con le bandiere a mezz’asta esposte nel Palazzo di Città e negli altri edifici pubblici per tutta la giornata. A Montesano Salentino, l’intera comunità si è riunita per commemorare l’appuntato scelto Francesco Ferraro, 27 anni. I funerali di Stato si sono svolti nella chiesa Maria Santissima Immacolata, con l’uscita del feretro dalla camera ardente accolto da un lungo applauso. La bara, avvolta nel tricolore, è stata portata in spalla dai carabinieri seguiti dai genitori Paola e Antonio, dai fratelli Gigi, Michele e Alessandro, e dalla fidanzata Carmela con il loro cagnolino in braccio. Il corteo funebre si è fermato davanti alla casa della nonna di Francesco, in segno di rispetto. Anche qui, centinaia di persone si sono radunate per rendere omaggio al militare scomparso. Nella chiesa, il cappello della divisa di Francesco è stato posto su un cuscino di velluto rosso. Durante l’omelia, monsignor Vito Angiuli, vescovo della diocesi Ugento Santa Maria di Leuca, ha espresso il dolore della comunità, ricordando Francesco Ferraro come un uomo generoso nel servizio alla patria e di un’educazione rara. Tra i presenti, il comandante dell’arma dei Carabinieri, il generale Teo Luzi, e il comandante interregionale Carabinieri ‘Ogaden’, Antonio De Vita. Dal pulpito della chiesa, la fidanzata di Francesco Ferraro, Carmela, ha pronunciato parole commoventi per ricordare il loro amore sincero e incondizionato. Ha sottolineato che, nonostante la sua assenza fisica, Francesco vivrà sempre accanto a loro grazie alla sua anima eterna.
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RAGAZZA MORTA A LA SALLE
ANSA – GIALLO DI AOSTA: ARRESTATO IN FRANCIA IL FIDANZATO DELLA RAGAZZA MORTA

Il sospettato dell’omicidio di Teima Sohaib, la 22enne francese trovata morta in una chiesetta diroccata in Valle d’Aosta, è stato arrestato a Lione. Si tratta di un giovane di 21 anni, nato in Italia e di origini egiziane, residente a Fermo nelle Marche ma da tempo residente in Francia. Il ragazzo, identificato come Sohaib Teima, era già sotto processo per violenze contro la vittima, con un divieto di avvicinamento emesso il 13 gennaio scorso.
Il procuratore capo di Aosta, Luca Ceccanti, ha definito il caso un “classico femminicidio”, determinato da un movente di possesso e di annullamento della volontà della vittima. Teima è gravemente indiziato dell’omicidio premeditato e aggravato, avvenuto tra il 26 e il 27 marzo. L’autopsia ha rivelato che la vittima è stata colpita frontalmente al collo e all’addome con un coltello, causando la sua morte per dissanguamento. Il corpo è stato trovato in posizione fetale, con una felpa beige intrisa di sangue. Non sono state trovate tracce di documenti o un telefono vicino al corpo. La vittima, una 22enne di Saint-Priest, una cittadina di 42.000 abitanti vicino a Lione, era in Valle d’Aosta per un giro in Europa e si era fermata per campeggiare in montagna con un amico. Una donna del posto ha descritto la coppia come “due giovani sofferenti” che sembravano cercare un supermercato grande per fare la spesa. Il testimone ha descritto il ragazzo come gentile, non violento e senza problemi di droga, ma gli inquirenti sembrano avere prove concrete del contrario. Il comportamento del ragazzo, che ha portato via l’arma del delitto insieme a cellulare e documenti della vittima, indica un tentativo di guadagnare tempo per la fuga. Il processo a carico di Teima si svolgerà a Grenoble nelle prossime settimane per atti di violenza nei confronti della vittima.

Altre notizie:

ILMESSAGGERO – LA RAGAZZA MORTA AD AOSTA E’ UNA 22ENNE FRANCESE

Un tragico epilogo per la giovane donna trovata senza vita venerdì scorso in una chiesetta diroccata sopra La Salle, in Valle d’Aosta. I carabinieri, dopo aver ascoltato alcuni parenti di una 22enne francese di cui non si avevano notizie da giorni, hanno acquisito la certezza che si tratta proprio di lei. L’autopsia condotta dal medico legale Roberto Testi ha confermato che la ragazza è stata uccisa a coltellate, morendo per emorragia. Il decesso potrebbe essere avvenuto tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile. Un testimone chiave ha riferito di aver visto la giovane con un ragazzo, entrambi vestiti di scuro, il 2 aprile. Ha descritto la ragazza come sofferente e emaciata, mentre il ragazzo, con i capelli ricci e la carnagione olivastra, sembrava gentile e non violento. I due stavano cercando un supermercato e poi volevano andare a campeggiare sulle montagne. Il testimone ha anche precisato che non ha visto alcun furgone, come invece ipotizzato in alcune ricostruzioni. I carabinieri stanno ora cercando il ragazzo che era con la vittima al momento della sua scomparsa. Le indagini proseguono a ritmo serrato per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e dare un nome all’assassino.

LASTAMPA – RAGAZZA TROVA MORTA NELLA EX CAPPELLA ABBANDONATA DI LA SALLE

Una giovane donna è stata trovata morta all’interno della ex cappella di La Salle, ad Aosta. Le indagini dei carabinieri si stanno concentrando su un furgone di colore rosso bordeaux, mentre le telecamere di sorveglianza sulla statale 26 sono state acquisite per aiutare nelle indagini. Il corpo della donna presentava ferite gravi all’addome, indicando una morte violenta. Sono stati esclusi il malore e l’ipotesi del suicidio, mentre sono in corso test tossicologici sulla vittima. Il corpo è stato scoperto da alcuni passanti venerdì pomeriggio all’interno della cappella diroccata, sembrando inizialmente che stesse dormendo accanto a del cibo. Al momento, la vittima non è stata ancora identificata.
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OMICIDIO WILLY

ANSA – OMICIDIO WILLY: NUOVO PROCESSO DI APPELLO PER MARCO E GABRIELE BIANCHI
La Corte di Cassazione ha ordinato un nuovo processo di appello per Marco e Gabriele Bianchi, condannati in primo e secondo grado per l’omicidio del ventunenne Willy Monteiro Duarte nel 2020. Inizialmente condannati all’ergastolo, la pena era stata ridotta a 24 anni di carcere in appello, ma la procura aveva presentato ricorso contro il riconoscimento delle attenuanti. La Cassazione ha accolto il ricorso, motivando che la sentenza di appello non ha spiegato in modo sufficiente come le attenuanti generiche abbiano bilanciato le aggravanti a carico dei Bianchi. Inoltre, la Corte ha criticato il fatto che la sentenza di appello non abbia considerato adeguatamente il dolo eventuale riconosciuto ai fratelli Bianchi, che avrebbe dovuto essere trattato come una circostanza più grave rispetto al dolo diretto. La Cassazione ha anche citato le condanne recenti dei due fratelli per altri reati, come tentata estorsione e spaccio, che non sono state considerate nel processo originale. L’omicidio di Willy Monteiro Duarte avvenne durante una rissa a Colleferro nel settembre 2020, quando i Bianchi, richiamati dopo aver lasciato un locale, intervennero nella situazione. Secondo le testimonianze raccolte in tribunale, Gabriele Bianchi diede un calcio al torace al giovane, mentre Marco Bianchi lo colpì con calci e pugni, contribuendo ai danni irreversibili subiti dall’organo interno del ragazzo, che morì poco dopo essere stato trasportato in ospedale. Le condanne a Francesco Belleggia e Mario Pincarelli, anch’essi coinvolti nell’omicidio, sono state confermate rispettivamente a 23 e 21 anni di carcere.

Altre notizie:

AGENZIA NOVA – OMICIDIO WILLY: MARIO PINCARELLI SI SPOSA CON UNA RAGAZZA INCONTRATA UNA SOLA VOLTA
Mario Pincarelli, condannato in secondo grado a 21 anni per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, si prepara a sposare una ragazza di 28 anni di un Comune a nord di Roma. La notizia è stata riportata dall’Agenzia Nova. La coppia si è innamorata attraverso le immagini trasmesse dai telegiornali che hanno seguito la vicenda giudiziaria. Nonostante si siano visti solo una volta, durante un’udienza del processo, hanno deciso di convolare a nozze. Il matrimonio è previsto per il 16 aprile prossimo, e si terrà nel carcere di Civitavecchia, dove Pincarelli è attualmente detenuto. Oggi la Corte di Cassazione deciderà le sorti giudiziarie di Pincarelli e dei suoi coimputati, Marco e Gabriele Bianchi e Francesco Belleggia. Indipendentemente dall’esito del processo, il matrimonio di Pincarelli avrà luogo martedì prossimo. La sua difesa cercherà di ottenere una derubricazione del reato da omicidio volontario a preterintenzionale. Attualmente, Pincarelli ha la condanna più leggera tra i quattro imputati, ma rimangono comunque 21 anni di carcere.
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CASO ILARIA SALIS

ANSA – NEGATI I DOMICILIARI A ILARIA SALIS

Ilaria Salis è detenuta in Ungheria da 13 mesi con l’accusa di aver aggredito due militanti di estrema destra tra il 9 e il 10 febbraio 2023. Il giudice ha respinto la richiesta di domiciliari presentata dai legali della 39enne.

Altre notizie:

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ANSA – PER GABRIERE MARCHESI NESSUNA ESTRADIZIONE IN UNGHERIA

Gabriele Marchesi, 23enne accusato di aver aggredito tre neonazisti a Budapest l’11 febbraio 2023 insieme alla connazionale Ilaria Salis che da quel giorno è detenuta in un carcere ungherese, non sarà consegnato all’Ungheria. Lo ha deciso la corte d’Appello di Milano in merito al mandato di arresto europeo. Una decisione che arriva al termine della sesta udienza e a poche ore dalla decisione ungherese di lasciare in carcere Ilaria Salis negandole gli arresti domiciliari. Da questo momento Marchesi non è più ai domiciliari, ma è un libero cittadino in Italia. Le condizioni delle carceri in Ungheria, non aver fornito indicazioni sull’istituto che avrebbe accolto Marchesi e la sproporzionalità della pena sono i motivi che hanno portato i giudici della corte d’appello di Milano a negare la consegna a Budapest del 23enne.

ILMESSAGGERO – ILARIA SALIS CHIEDERA’ GLI ARRESTI DOMICILIARI A BUDAPEST

Ilaria Salis, detenuta a Budapest, chiederà gli arresti domiciliari in Ungheria, secondo quanto annunciato dal padre Roberto. Questa decisione segue le richieste di varie parti di fare istanza per i domiciliari in Ungheria. Finora si era opposta perché in Ungheria i periodi agli arresti domiciliari contano solo un quinto sul calcolo della pena da scontare.
La strategia ungherese nel caso è cambiata, focalizzandosi sui video degli scontri che proverebbero il coinvolgimento di Salis. L’ambasciatore ungherese a Roma, Adam Kovacs, ha accusato i media italiani di “distorsioni” sul caso, citando l’esistenza dei video. Tuttavia, Roberto Salis trova queste critiche inaccettabili e si aspetta che le istituzioni italiane ribadiscano al governo ungherese il principio della libertà di stampa senza ingerenze straniere.
L’ambasciatore ha sottolineato la gravità degli episodi e ha affermato che la violenza politica non può essere giustificata. Ha ribadito che il contrasto al “pericolo fascista” non giustifica comportamenti violenti e che la libertà di espressione e di protesta pacifica deve essere salvaguardata senza ricorrere alla violenza fisica.

CORRIERE – ROMA: SCONTRI TRA MANIFESTANTI E POLIZIA AL CORTEO PER ILARIA SALIS

A Roma, durante un corteo per Ilaria Salis, manifestanti e forze dell’ordine sono entrati in conflitto. Circa un centinaio di studenti e anarchici hanno cercato di raggiungere l’Ambasciata dell’Ungheria, ma sono stati fermati dalla polizia. La situazione è diventata tesa, con l’uso di fumogeni e cori contro le forze dell’ordine. Il corteo fa parte di una serie di manifestazioni in tutta Italia per attirare l’attenzione sul caso di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria da un anno. Salis è accusata di partecipare a due aggressioni e di far parte di un’associazione terroristica. Il padre di Ilaria, Roberto Salis, ha espresso preoccupazione per la sicurezza della figlia in caso di arresti domiciliari in Ungheria. Le proteste sono state organizzate anche a Milano, dove diverse associazioni hanno partecipato al presidio ‘Senza catene’. La presenza politica è stata ampia, con rappresentanti da diversi partiti che hanno sottolineato l’importanza di mobilitarsi per garantire i diritti di Ilaria Salis.

SKYTG24 – INIZIA IL PROCESSO A ILARIA SALIS: IN AULA CON MANI E PIEDI LEGATI

Il processo di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria da quasi un anno, ha preso il via con un’incredibile trattamento in aula. La 39enne milanese è stata tirata con manette legate a un cinturone, collegato a una catena che giungeva fino ai piedi, trattenuta da un’altra catena di ferro e così è rimasta per tre ore e mezzo. La scena ha suscitato indignazione tra i presenti, inclusi i suoi avvocati e il padre. Salis, accusata di aggressione a due estremisti di destra a Budapest, si è dichiarata non colpevole. La sua udienza è stata aggiornata al 24 maggio, e nel frattempo, dovrà rimanere in detenzione. Un coimputato tedesco si è dichiarato colpevole e ha ricevuto una condanna a 3 anni di reclusione. Il padre di Ilaria, Roberto, ha espresso rabbia, affermando che sua figlia viene trattata “come un animale” e accusando politici, governo e media di ignorare la situazione. Gli avvocati sostengono che Ilaria non ha avuto accesso agli atti e alle prove su cui si basa l’accusa. Gli avvocati chiedono che Ilaria venga trasferita ai domiciliari in Italia, sottolineando violazioni delle leggi e dei diritti nell’ambito del processo ungherese. L’Unione Europea si è dichiarata disponibile ad aiutare nei contatti bilaterali tra Italia e Ungheria. Il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha sollecitato il governo ungherese a garantire il rispetto dei diritti di Ilaria Salis. L’opposizione politica ha espresso sdegno e rabbia per il trattamento subito dalla detenuta. Un sit-in a Roma chiede il ritorno di Ilaria in Italia.

STRAGE DI ALTAVILLA

LE INDAGINI SUL TRIPLICE OMICIDIO DI ALTAVILLA MILICIA

ILPOST – LE INDAGINI SUL TRIPLICE OMICIDIO DI ALTAVILLA MILICIA

Le indagini sul triplice omicidio ad Altavilla Milicia, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 febbraio, continuano mentre i carabinieri raccolgono nuovi indizi e testimonianze nel tentativo di chiarire i dettagli di questa tragica vicenda. Secondo l’accusa, Giovanni Barreca, un muratore di 54 anni, avrebbe ucciso la moglie Antonella Salamone e i due figli, Kevin ed Emanuel, con la complicità della figlia 17enne e di una coppia di fanatici religiosi. Gli investigatori sono risaliti alla coppia, Sabrina Fina e Massimo Carandente, grazie alle dichiarazioni di Barreca stesso, il quale ha affermato che la coppia lo avrebbe convinto a compiere gli omicidi. La figlia di Barreca è stata arrestata il 16 febbraio, accusata di aver partecipato all’omicidio della madre e dei fratelli. La situazione è complicata dal coinvolgimento di una comunità di fanatici religiosi, che ha reso difficile stabilire le precise responsabilità negli omicidi. Inoltre, le persone coinvolte si sono contraddette nelle loro testimonianze, complicando ulteriormente il lavoro degli inquirenti. Il giorno successivo alla scoperta dei corpi dei due figli più piccoli, Kevin ed Emanuel, i carabinieri hanno trovato la moglie di Barreca, Antonella Salamone, nel giardino della casa: il corpo era stato bruciato e sotterrato. La figlia maggiore di Barreca è stata trovata in uno stato confusionale e successivamente arrestata con l’accusa di complicità. Barreca ha dichiarato di aver commesso gli omicidi per “liberare la sua famiglia dal demonio”, seguendo un culto insieme alla coppia Fina e Carandente, ossessionati dalle presunte presenze demoniache. Tuttavia, Fina e Carandente negano di essere coinvolti negli omicidi, sostenendo di essere andati alla villa di Barreca solo per pregare. Le indagini si concentrano sulle chiamate e le chat degli smartphone delle persone coinvolte, al fine di stabilire se ci fossero altri complici nel rito e nelle violenze. Barreca ha rivelato che la coppia si sarebbe allontanata più volte durante il rito per parlare al telefono. Nei prossimi giorni, la procura dei minorenni interrogherà nuovamente la figlia di Barreca, mentre la procura di Termini Imerese ascolterà Barreca, Fina e Carandente. L’interrogatorio di Barreca sarà particolarmente significativo, considerando che al momento della sua prima testimonianza non era assistito da un avvocato, una violazione del diritto di difesa che sarà oggetto di ulteriori indagini.

Altre notizie:

APRI/CHIUDI
STRAGE DI ALTAVILLA MILICIA: INDAGATA LA FIGLIA 17ENNE MIRIAM

La Procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta sulla strage di Altavilla Milicia, dove sono stati uccisi la madre, Antonella Salamone, e i due figli più piccoli, Kevin ed Emanuel. La figlia maggiore, Miriam, è stata indagata per concorso in omicidio e si trova in carcere su disposizione del gip. Secondo gli inquirenti, Miriam avrebbe partecipato alle torture inflitte ai familiari durante i “riti di purificazione” che si svolgevano nella casa di famiglia. Il padre, Giovanni Barreca, e una coppia di Palermo, Sabrina Fina e Massimo Carandente, sono già in carcere per l’omicidio. La ragazza, 17enne, è descritta come intelligente e sensibile. Il procuratore Ambrogio Cartosio ha detto che “non è una ragazza qualunque” e che ha dato il suo contributo per far luce sulla verità. I riti di esorcismo e le torture duravano da circa un mese. La madre, Antonella Salamone, sarebbe stata l’unica a non parteciparvi. I due coniugi palermitani, Sabrina Fina e Massimo Carandente, erano presenti nella casa di Altavilla al momento dell’omicidio. Le autopsie chiariranno le cause della morte di Antonella Salamone e dei figli Kevin e Emanuel.

TODAY – STRAGE DI ALTAVILLA: L’INTERROGATORIO DI GIOVANNI BARRECA E DEI COMPLICI

Nuovi dettagli emergono sulla strage di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, dove Giovanni Barreca, un muratore di 45 anni, ha ucciso la moglie Antonella Salamone, 42 anni, e i figli Kevin ed Emanuel, di 15 e 5 anni. Insieme a lui, due complici conosciuti durante incontri di preghiera: Sabrina Fina e Massimo Carandente. L’interrogatorio fiume di domenica scorsa non ha portato a pentimenti: i tre hanno rivendicato il folle gesto, affermando di aver “fatto solo del bene”. L’obiettivo, secondo le loro confuse dichiarazioni, era di liberare la casa e la famiglia dai demoni. Le indagini dei carabinieri stanno ricostruendo la dinamica dei delitti. La donna sarebbe stata uccisa per prima, forse una settimana prima dei figli. Kevin ed Emanuel sono stati seviziati e poi soffocati con una sciarpa, dopo essere stati legati mani e piedi con catene e con uno strofinaccio in bocca. Per le sevizie sarebbero stati usati anche cavi elettrici. Un ruolo attivo nella strage è stato svolto dai due complici di Barreca. Fina e Carandente, entrambi con profili social pieni di post a sfondo religioso, avrebbero partecipato materialmente agli omicidi. La loro setta fanatica li aveva convinti che i familiari di Barreca fossero posseduti e che l’unico modo per “salvarli” fosse ucciderli. L’unica sopravvissuta è la figlia maggiore di 17 anni, trovata illesa ma sotto choc nella casa dell’orrore. Il movente per cui Barreca abbia risparmiato la ragazza non è ancora chiaro.

RAINEWS – ALTAVILLA MILICIA (PALERMO): UCCIDE MOGLIE E FIGLI DI 5 E 16 ANNI E POI SI CONSEGNA AI CARABINIERI

Un uomo di 54 anni ha ucciso la moglie e due figli, di 5 e 16 anni, nella loro casa di Altavilla Milicia, alle porte di Palermo. La primogenita, di 17 anni, è riuscita a salvarsi. L’omicidio è avvenuto attorno alle 3 di notte. L’uomo, dopo i delitti, ha chiamato i carabinieri e si è fatto trovare a Casteldaccia, dove è stato arrestato. Le notizie sono ancora frammentarie e i militari del reparto operativo stanno ricostruendo quanto accaduto. Sul posto ci sono anche i Ris. Non è ancora chiaro il movente del gesto. L’uomo, che sarebbe in stato confusionale, è stato sottoposto ad interrogatorio.

OMICIDIO GIULIA TRAMONTANO

AGI – GIULIA TRAMONTANO “MORTA PER EMORRAGIA”

Durante l’ultima udienza del processo relativo all’omicidio di Giulia Tramontano, la giovane donna di 29 anni uccisa dal compagno Alessandro Impagnatiello, sono emersi dettagli sull’autopsia eseguita sul corpo della vittima. Il dottore Nicola Galante, uno dei medici legali incaricati dell’esame, ha riferito che sul corpo di Giulia sono state identificate ben 37 coltellate, di cui una ha colpito la carotide esterna, causando una massiccia emorragia che ha portato alla sua morte per acuta anemia metaemorragica. Il dottore Galante ha specificato che le lesioni riscontrate non mostrano segni di difesa da parte della vittima, suggerendo un’aggressione molto rapida e violenta. Inoltre, è emerso che gli strumenti del delitto, due coltelli da cucina sequestrati nell’appartamento, sono stati considerati “genericamente compatibili” con le ferite inflitte alla vittima. Durante la deposizione del medico-legale Andrea Gentilomo, è stato sottolineato che l’aggressione potrebbe essere avvenuta alle spalle di Giulia, consentendo all’aggressore di colpire varie zone vitali del corpo. L’analisi delle numerose coltellate indica un attacco frenetico e caotico, senza la possibilità di confermare con certezza i dettagli dell’aggressione. La famiglia della vittima, profondamente colpita dalla tragica perdita di Giulia, ha espresso il loro dolore e la loro determinazione a ottenere giustizia per lei. Il fratello di Giulia, Mario Tramontano, ha dichiarato il suo amore e la mancanza che prova per la sorella, mentre il padre ha espresso la volontà di continuare a lottare per assicurare che coloro che hanno privato Giulia della vita scontino per il loro gesto. La quinta udienza del processo si è svolta inizialmente a porte chiuse, ma successivamente i giornalisti e il pubblico sono stati ammessi in aula per seguire le testimonianze dei medici legali. La Corte di assise di Milano, presieduta da Antonella Bertoja, ha gestito attentamente le richieste delle parti coinvolte nel processo, garantendo trasparenza e rispetto durante le udienze.

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CORRIERE – CHIARA TRAMONTANO, SORELLA DI GIULIA: “LA TRADIVA E POI DICEVA CHE ERA PAZZA”

Giulia Tramontano, 27 anni, ha vissuto un tragico destino che ha inizio da un momento significativo: un giorno di dicembre 2022, quando comunica alla sorella Chiara di essere incinta inviandole un test di gravidanza positivo. Un momento che avrebbe dovuto essere di gioia si trasforma in angoscia, con Giulia che mostra lacrime agli occhi, incerta su come reagirebbe l’uomo con cui aveva una relazione da sei mesi, Alessandro Impagnatiello, che Chiara continua a chiamare “l’imputato” durante il processo. Secondo quanto emerso dagli investigatori, è il giorno successivo alla telefonata che Impagnatiello decide, in modo “scientifico”, di eliminare Giulia e il nascituro. Non si limita a colpire il feto, ma intende uccidere entrambi, utilizzando mezzi quali “l’acqua che sapeva di candeggina” o “il veleno per topi”. Nel frattempo, lui continua a professare amore per un’altra donna, una 23enne italo-inglese, negando l’importanza di Giulia definendola “solo una pazza”. Durante l’udienza, Impagnatiello rimane impassibile, a volte sembra singhiozzare, mentre Chiara racconta dei momenti cruciali della relazione tra Giulia e lui: dai primi sospetti di tradimento nel 2020 alla scoperta delle bugie e dei tradimenti. Chiara rivela che Giulia aveva considerato l’aborto due volte: la prima volta Impagnatiello la convince a non farlo, mentre la seconda volta sono i termini di legge scaduti a fermarla. Un collega di Impagnatiello testimonia che era un “mentitore seriale” anche sul lavoro, inventando storie per giustificare le sue assenze. Un altro collega racconta di aver accompagnato l’altra donna a casa dopo un incontro con Giulia, temendo per la sua sicurezza. Quando arriva a casa della ragazza, vede Impagnatiello che aspetta alla fermata del tram sotto una pioggia torrenziale e lo esorta a chiudersi in casa. Questo gesto potrebbe aver salvato la vita della ragazza.

OMICIDIO GIULIA TRAMONTANO: INIZIA IL PROCESSO DI ALESSANDRO IMPAGNATIELLO

Giovedì 18 gennaio ha preso il via il processo per l’omicidio di Giulia Tramontano, la ventinovenne incinta di sette mesi assassinata con 37 coltellate a Senago lo scorso maggio. L’unico imputato, Alessandro Impagnatiello, compagno della vittima e reo confesso, è comparso in Corte d’Assise visibilmente provato, con barba lunga e occhi bassi. Nel corso della prima udienza, ha pianto costantemente. La famiglia della vittima, composta dai genitori e dalla sorella Chiara, è presente in aula e ha rivolto sguardi severi verso l’accusato. L’avvocato dei familiari ha esposto la richiesta di una pena esemplare, auspicando una condanna all’ergastolo per Impagnatiello. L’inizio dell’udienza è stato segnato dalla confusione, con l’aula sovraffollata e i carabinieri costretti a sgomberarla. I giornalisti e i curiosi sono stati fatti uscire. Durante l’udienza, Impagnatiello ha continuato a versare lacrime, mentre la famiglia della vittima ha preferito evitare di guardarlo in faccia.

OMICIDIO LILIANA RESINOVICH

LEGGO – OMICIDIO LILIANA RESINOVICH: IL MARITO NEGA L’ESISTENZA DI UNA RELAZIONE CON STERPIN

Nella puntata di Porta a porta del 27 marzo, Sebastiano Visintin ha negato categoricamente l’esistenza di una relazione amorosa tra sua moglie Liliana Resinovich, scomparsa il 14 dicembre 2021 e trovata morta il 5 gennaio successivo, e Claudio Sterpin. Visintin ha respinto le voci riguardanti un presunto legame sentimentale, sottolineando la mancanza di prove concrete. Visintin ha spiegato che la sua ipotesi riguardo alla possibile paternità di Sterpin, emersa in conversazioni registrate, era solo una supposizione personale e non basata su prove tangibili. Ha anche fornito dettagli sul rapporto tra Liliana e Sterpin, sostenendo che le loro interazioni fossero limitate alla sfera sportiva e che non avesse mai avuto conferme riguardo a una presunta gravidanza di Liliana avuta da Sterpin. Tuttavia, Sterpin ha contraddetto le dichiarazioni di Visintin, affermando di aver avuto una relazione di lunga data con Liliana, che sarebbe potuta culminare nel matrimonio e nella convivenza. Ha anche suggerito che Liliana avesse intenzione di rivelare qualcosa a Visintin, indicando un possibile motivo di tensione nella loro relazione.

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LEGGO – CLAUDIO STERPIN NEGA CHE IL FIGLIO CHE ASPETTAVA LILIANA FOSSE SUO

La morte di Liliana Resinovich, la donna trovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, continua ad essere avvolta nel mistero, con nuovi dettagli che emergono sul suo passato personale. Si è appreso che Liliana sarebbe rimasta incinta di Claudio Sterpin, suo amico, e che il marito, Sebastiano Visintin, l’avrebbe accompagnata ad abortire. Tuttavia, Sterpin ha categoricamente negato queste voci durante un’intervista a Mattino 4, smentendo di essere mai stato a conoscenza di una presunta gravidanza di Liliana e negando di essere il padre di un figlio che la donna avrebbe aspettato e poi perso oltre trent’anni fa. Le dichiarazioni di Sterpin contrastano con quanto trapelato da un’intercettazione ambientale datata 5 marzo 2022, nella quale Visintin avrebbe attribuito la paternità della presunta gravidanza proprio a Sterpin, rivelando di aver accompagnato Liliana in ospedale per l’aborto. La situazione si complica ulteriormente considerando che Sterpin ha descritto il suo legame con Liliana come un’«amicizia particolare», iniziata nel 1981 e diradata negli anni ma mai del tutto interrotta, fino al momento della sua morte. Tuttavia, Visintin ha sempre negato l’esistenza di una relazione extraconiugale tra sua moglie e Sterpin, nonostante le voci e le supposizioni. Le prove mediche contenute negli atti sembrano confermare la versione di una gravidanza e di un aborto, ma resta ancora da chiarire la dinamica esatta dei rapporti tra Liliana, Sterpin e Visintin. La morte di Liliana e le vicende del suo passato continuano a essere oggetto di indagini e speculazioni, mentre il mistero su quanto accaduto si infittisce.

TGCOM24 – LILIANA RESINOVICH RIMASE INCINTA DEL SUO AMICO CLAUDIO STERPIN E IL MARITO SEBASTIANO VISINTIN LA ACCOMPAGNÒ AD ABORTIRE

Il caso di Liliana Resinovich, la donna trovata morta nel boschetto dell’ex Ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste, prende una svolta inaspettata con la rivelazione di dettagli cruciali sulla sua vita trent’anni fa. Emergono informazioni secondo cui Resinovich rimase incinta del suo amico Claudio Sterpin, con il marito Sebastiano Visintin che la accompagnò ad abortire. La rivelazione è giunta da un’intercettazione ambientale in cui Visintin stesso discute dell’episodio, avvenuto nel 1990 o 1991, quando lui e Resinovich erano già una coppia consolidata. Questo nuovo elemento solleva interrogativi sulla conoscenza da parte di Visintin della relazione tra la moglie e Sterpin, considerando anche il fatto che il marito era consapevole delle visite di Liliana da Claudio per stirare le camicie. La consulente della famiglia Resinovich, Gabriella Marano, sostiene che la frequenza di Liliana da Sterpin e la qualità dei loro contatti avrebbero dovuto destare sospetti in Visintin. Queste informazioni pongono un dubbio sulla versione del marito riguardo alla sua ignoranza sulla relazione tra Liliana e Claudio. Sebastiano Visintin, per contro, ha ribadito di non essere a conoscenza della relazione della moglie con Sterpin, contraddicendo le dichiarazioni precedenti fatte in televisione e sostenendo che nessuno sapeva di loro. Dopo la riesumazione del corpo di Liliana, ha avanzato l’ipotesi del suicidio. Ulteriori dettagli emergono dall’intercettazione ambientale, in cui Visintin esprime preoccupazione per alcune foto che ritraggono Liliana e Claudio insieme. Marano interpreta questa preoccupazione come un elemento di valore probatorio, soprattutto considerando che Visintin sembrava preoccupato che la difesa di Liliana avesse visto il materiale sequestrato. La famiglia Resinovich continua a non credere all’ipotesi del suicidio e auspica che l’inchiesta possa portare alla luce la verità su quanto accaduto a Liliana. La perizia disposta dal gip di Roma sarà fondamentale per stabilire le cause della morte della donna e rispondere agli interrogativi che circondano questo tragico caso.

TGCOM24 – DISPOSTA LA RIESUMAZIONE DELLA SALMA DI LILIANA RESINOVICH

La Procura di Trieste ha disposto la riesumazione della salma di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa da casa il 14 dicembre 2021 e ritrovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. La decisione è stata presa dal sostituto procuratore Maddalena Chergia, titolare del fascicolo, su richiesta dell’antropologa forense Cristina Cattaneo, che aveva redatto una perizia medico-legale per la Procura. La Cattaneo ha ritenuto “opportuna” la riesumazione per poter effettuare ulteriori accertamenti, soprattutto sulla causa della morte. La riesumazione sarà eseguita da un collegio di consulenti, che sarà convocato dal pm entro la fine del mese. Il caso di Liliana Resinovich è ancora avvolto nel mistero. La donna era scomparsa da casa senza lasciare tracce e il suo corpo è stato ritrovato in circostanze che non hanno permesso di chiarire le cause della morte. L’ipotesi iniziale della Procura era quella del suicidio, ma l’autopsia non ha fornito elementi sufficienti per confermarla. A giugno, il gip del Tribunale di Trieste ha disposto nuove indagini sulla morte della donna, dopo che la Procura ne aveva chiesto l’archiviazione.

MORTE DI ANDREA PURGATORI

CORRIERE – ANDREA PURGATORI: LA PERIZIA SU ANDREA PURGATORI: MEDICI “NEGLIGENTI, SOTTOPOSTO A TERAPIE INUTILI”
Nuovi dettagli emergono sulla tragica morte di Andrea Purgatori, giornalista e conduttore televisivo, avvenuta a Roma lo scorso 19 luglio. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i periti incaricati hanno accusato i medici di negligenza, sostenendo che un semplice trattamento antibiotico avrebbe potuto salvargli la vita. I periti hanno evidenziato che nessuno dei medici che ha assistito Purgatori presso la clinica Villa Margherita di Roma ha compreso appieno la gravità della sua condizione. Purgatori soffriva di un’endocardite, in combinazione con un tumore ai polmoni, ma secondo i periti, i segni di infezione erano evidenti e avrebbero richiesto una terapia antibiotica tempestiva. I medici coinvolti, compreso il medico curante e un cardiologo, sono stati accusati di non aver prescritto gli esami necessari per diagnosticare correttamente l’endocardite. Inoltre, Purgatori è stato sottoposto a terapie inutili, tra cui la radioterapia per presunte metastasi cerebrali, anziché ricevere la terapia antibiotica appropriata. La consulenza richiesta dal pubblico ministero, in seguito a un esposto della famiglia, ha indagato per omicidio colposo quattro dei medici coinvolti. I periti hanno evidenziato che le omissioni nella diagnosi e nel trattamento sono da attribuire all’imperizia e non al rispetto delle buone pratiche cliniche. Gli esperti hanno sottolineato che sarebbe stato necessario eseguire esami di laboratorio e strumentali per diagnosticare correttamente l’endocardite e identificare il patogeno responsabile dell’infezione. Inoltre, avrebbero dovuto consultare un infettivologo e valutare il trasferimento del paziente in un’altra struttura sanitaria. Anche se Purgatori è stato successivamente sottoposto a esami al Policlinico Umberto I, i medici hanno ipotizzato tempestivamente un’endocardite batterica e hanno eseguito gli accertamenti necessari per confermare la diagnosi. Tuttavia, è stato troppo tardi per salvare Purgatori, che è deceduto la mattina del 19 luglio.

ADNKRONOS – DISPOSTA LA PERIZIA SULLA CAUSA DELLA MORTE DEL GIORNALISTA ANDREA PURGATORI

Il gip di Roma ha disposto una perizia per determinare le cause della morte del giornalista Andrea Purgatori, avvenuta nel luglio dello scorso anno. Nel procedimento, quattro medici sono indagati con l’accusa di omicidio colposo. Il giudice ha incaricato quattro specialisti di rispondere a una serie di domande relative alla causa del decesso di Purgatori, alla presenza di eventuali metastasi e per stabilire il momento in cui si è verificata l’infezione cardiaca. Questi esperti avranno 90 giorni di tempo per completare la perizia. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, i consulenti tecnici della Procura hanno individuato gravi criticità nella refertazione della risonanza magnetica sull’encefalo eseguita l’8 maggio 2023. Tale referto ha erroneamente diagnosticato la presenza di metastasi cerebrali del tumore primario, escludendo invece tale condizione dagli accertamenti autoptici e istologici successivi. La richiesta di incidente probatorio avanzata dal pm Giorgio Orano ha sottolineato l’importanza di un accertamento peritale nel contraddittorio delle parti, considerando fondamentale l’apporto di competenze specialistiche di natura neurologica, cardiologica e infettivologica per stabilire le responsabilità e il nesso causale nel decorso clinico e nella morte di Purgatori. Si evidenzia inoltre che i consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno delegato la valutazione finale delle responsabilità dei firmatari del referto a uno specialista neuro radiologo. La perizia sarà essenziale per chiarire le circostanze legate alla morte di Andrea Purgatori e determinare eventuali responsabilità mediche nel trattamento del paziente.

STUPRO DI PALERMO

ANSA – LA 19ENNE STUPRATA A PALERMO HA DENUNCIATO UN’ALTRA VIOLENZA

La giovane di 19 anni, vittima di un brutale stupro da parte di sette ragazzi lo scorso luglio al Foro Italico di Palermo, ha denunciato un altro atto di violenza. Questa volta, la denuncia riguarda un familiare di 50 anni, identificato come G.P. Attualmente, l’uomo è sotto processo, e il caso è seguito dal giudice Stefania Brambille. La ragazza è assistita dalla legale Carla Garofalo, che ha dichiarato di non essere stata informata di alcuna udienza riguardante questo nuovo caso, né di essere stata nominata come sua avvocata. Si sta attivando per ottenere ulteriori informazioni sulla situazione. Secondo quanto emerso, l’episodio di violenza si sarebbe verificato nel giugno del 2022. L’imputato ha negato tutte le accuse, ma la vittima sostiene di essere stata costretta a subire atti sessuali sotto l’influenza di cocaina e alcol. Questa non è la prima volta che la ragazza denuncia episodi di abuso. In passato, aveva già reso note altre violenze subite da parte di due individui sconosciuti.

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PALERMOTODAY – CONDANNATO A 8 ANNI E 8 MESI L’UNICO MINORENNE CHE HA PRESO PARTE ALLO STUPRO DI GRUPPO A PALERMO

Il gup del tribunale per i minorenni di Palermo ha condannato a 8 anni e 8 mesi di carcere R. P., il ragazzo che era minorenne all’epoca dello stupro di gruppo avvenuto al Foro Italico di Palermo lo scorso luglio. Il processo si è svolto con rito abbreviato. Il pm aveva chiesto 8 anni di carcere. R. P. era l’unico del branco di sette ragazzi ad avere ancora 17 anni quando violentarono a turno una 19enne in un cantiere abbandonato. Il giovane era stato arrestato ad agosto insieme agli altri componenti del branco, ma poi era stato affidato a una comunità su decisione del gip. Successivamente, però, erano emerse dalle indagini dei carabinieri alcune chat in cui R. P. si vantava della violenza e sosteneva di essersi divertito. Il gip ha quindi disposto nuovamente la custodia cautelare in carcere per il ragazzo. La sua difesa ha sempre sostenuto che il rapporto con la vittima fosse consenziente, ma la 19enne ha raccontato di aver gridato “basta” e di essere stata picchiata e derisa dai suoi aggressori. La condanna è stata accolta con favore dalla legale della vittima, Carla Garofalo, che ha parlato di “sentenza giusta” e ha sottolineato che “si sta ristabilendo la verità dei fatti”.

STRAGE DI ERBA

SKYTG24 – STRAGE DI ERBA: L’UDIENZA DI REVISIONE DEL PROCESSO

È iniziata oggi a Brescia l’udienza di revisione del processo per la strage di Erba, in cui Olindo Romano e Rosa Bazzi furono condannati all’ergastolo per l’omicidio di Raffaella Castagna, suo figlio Youssef Marzouk, Paola Galli e Valeria Cherubini, avvenuto l’11 dicembre 2006. I legali della coppia puntano su nuove prove che, a loro avviso, potrebbero portare all’assoluzione dopo 18 anni. Tra queste, l’analisi del DNA su alcuni reperti mai esaminati prima e la testimonianza di un nuovo testimone. “Inizialmente pensavo che fossero colpevoli, poi già nel primo anno dopo il massacro ho cambiato idea e ora credo che non sia stata fatta giustizia”, ha detto Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, arrivando al Palazzo di Giustizia di Brescia. “Oggi possono riparare”, ha aggiunto. In una lettera inviata al giornalista Marco Oliva, Olindo Romano ha scritto: “Spero in un processo sereno a Brescia. Voglio ringraziare il Procuratore Generale di Milano Tarfusser che ci ha fatto riconquistare la fiducia nella giustizia. Speriamo che a Brescia ci siano magistrati che valuteranno con serenità tutte le anomalie di questa vicenda”. Marzouk ha poi respinto la pista della droga come movente del massacro: “La pista della droga è quella che tutti vogliono far credere, ma mi danneggia visto che mi sto trasferendo in Italia. Credo non sia stata fatta giustizia e ora spetta ai giudici farla”. Giuseppe Castagna, che nella strage di Erba ha perso madre, sorella e nipotino, ha dichiarato: “Penso che i fratelli Castagna dovrebbero essere interessati a capire come sono andati veramente i fatti e non capisco perché nascondano la testa sotto la sabbia pur di non confrontarsi con gli innumerevoli dubbi che continuano a emergere da questa vicenda. Non so chi sia il colpevole e non posso accusare nessuno senza prove, so io cosa vuol dire e non lo auguro a nessuno”.

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ANSA – AZOUZ MARZOUK CONDANNATO A 2 ANNI DI CARCERE PER DIFFAMAZIONE

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a due anni e mezzo di carcere per diffamazione nei confronti di Giuseppe e Pietro Castagna inflitta ad Azouz Marzouk, marito e padre di Raffaella Castagna e del piccolo Youssef, due delle vittime della strage di Erba del 2006. La condanna è stata confermata nonostante il tentativo di annullamento della difesa di Azouz sia stato dichiarato inammissibile a causa di un “probema tecnico”. La vicenda risale a un’intervista del febbraio 2019, in cui Marzouk aveva puntato il dito contro i fratelli di Raffaella, facendo affermazioni considerate diffamatorie dal giudice di Como. Azouz aveva suggerito che i fratelli di sua moglie potessero essere coinvolti nell’assassinio e aveva lanciato accuse che il giudice ha definito di granità “estrema”. La condanna implica anche il pagamento di una multa di 35mila euro a ciascuno dei fratelli Castagna. Azouz Marzouk è parte civile nel processo in corso a Brescia riguardante la richiesta di revisione della condanna all’ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, principali imputati per la strage di Erba. I difensori dei coniugi Romano parleranno il 16 aprile durante il procedimento.

CORRIERE – STRAGE DI ERBA: DOMANI L’UDIENZA SULLA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO

Domani, 1° marzo 2024, è fissata l’udienza cruciale per decidere sulla richiesta di revisione del processo per la strage di Erba, in cui sono coinvolti Olindo Romano, 62 anni, e Rosa Bazzi, 60 anni, condannati all’ergastolo in tre gradi di giudizio. La Corte d’Appello di Brescia discuterà se rendere ammissibile la richiesta di revisione del processo. Si prevede un’alta tensione durante l’udienza, tanto che è stato montato un maxischermo fuori dall’aula per consentire ai numerosi giornalisti provenienti da tutto il mondo di seguire gli sviluppi dell’udienza. Tuttavia, non saranno consentite riprese all’interno dell’aula. I coniugi Romano saranno presenti durante l’udienza, mentre la famiglia Castagna, convinta che la verità sia già stata dimostrata con le precedenti condanne, sarà assente. La situazione è delicata e l’esito dell’udienza avrà profonde implicazioni sul futuro dei condannati e sulle famiglie coinvolte. Intanto, a Erba, in piazza del mercato, non lontano dal luogo della strage, sono state erette due statue raffiguranti Rosa e Olindo, realizzate a grandezza naturale. Le sculture, poste davanti a una videocamera rivestita in oro, raffigurano i due soggetti nella celebre posa della performance con arco e freccia di Marina Abramovic e Ulay, conosciuta come “rest energy”. L’opera, realizzata dal lecchese Nicolò Tomaini, è stata rivendicata come un atto di protesta contro la “società dello spettacolo”, piuttosto che come una polemica giudiziaria.

TGCOM24 – STRAGE DI ERBA: ROSA BAZZI AL LAVORO PER UNA COOPERATIVA SOCIALE

Dopo 17 anni di detenzione, Rosa Bazzi, condannata all’ergastolo per la strage di Erba insieme al marito Olindo Romano, è stata ripresa dalle telecamere di “Quarto Grado” mentre svolge il suo nuovo lavoro presso una cooperativa sociale nell’hinterland milanese. Le immagini esclusive mostrano Bazzi, uscita dal carcere di Bollate (MI), raggiungere il luogo di lavoro ogni giorno dalle prime ore del mattino, dal lunedì al venerdì. L’inviata e l’operatore del programma seguono la donna a distanza di sicurezza, documentando il suo compito di depositare sacchi dell’immondizia sia all’interno che all’esterno dell’azienda. Nonostante la condanna definitiva, Bazzi e Romano hanno ottenuto la revisione del processo, la cui prima udienza è programmata per il primo marzo a Brescia, in Corte d’appello. Tuttavia, Giuseppe Castagna, che ha perso madre, sorella e nipotino nella strage, ha dichiarato che ogni tentativo di cercare una diversa verità è vano: “Ogni volta che ci arrivavano notizie di iniziative della difesa o mediatiche provavamo dolore, ora è quasi noia: siamo stati anche attaccati personalmente”, ha aggiunto.

CORRIERE – STRAGE DI ERBA: AZUOZ MARZOUK DICE CHE ROSA E OLINDO SONO INNOCENTI

Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna, una delle vittime della strage di Erba del 2006, sosterrà l’istanza di revisione presentata dai legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo. Marzouk, dichiarando l’innocenza dei coniugi, sarà presente all’udienza di Brescia il 1° marzo. Già in passato, Marzouk aveva cercato di dimostrare l’estraneità di Olindo e Rosa, definendo la strage un “eccidio da commando”. La sua richiesta di revisione era stata dichiarata inammissibile, portandolo a un processo per calunnia, poi assolto. Marzouk, assistito dall’avvocata Solange Marchignoli, riprova ora a scagionare i coniugi Romano, rafforzando la convinzione che non fossero gli autori del tragico evento. La strage di Erba ha segnato una delle pagine più oscure della cronaca italiana, e questa nuova udienza potrebbe portare a una svolta nella valutazione delle responsabilità degli imputati.

ILMESSAGGERO – STRAGE DI ERBA: I TRE TESTIMONI CHE SCAGIONEREBBERO ROSA E OLINDO

Nuove testimonianze emergono nell’istanza di revisione del processo della strage di Erba, presentata dagli avvocati di Olindo Romano e Rosa Bazzi. Le testimonianze forniscono una prospettiva alternativa, suggerendo la possibilità di una vendetta tra bande legate allo spaccio di droga, anziché implicare i due coniugi attualmente in carcere. I legali presentano le deposizioni di due testimoni precedentemente non ascoltati nei tre gradi di giudizio che hanno condotto alla condanna a vita dei coniugi Romano. Il primo, Fabrizio Manzeni, ha dichiarato di aver visto due persone extracomunitarie discutere animatamente vicino al suo cancello il giorno della strage. Il secondo testimone, Ben Chemcoum, ha riferito di aver incrociato un uomo robusto con un cappotto chiuso, il quale sembrava affrettarsi in risposta a una chiamata proveniente da un furgone bianco, poco prima della strage. Entrambe le testimonianze suggeriscono la presenza di individui sospetti e supportano l’ipotesi di una rivalità legata allo spaccio di droga. Un altro elemento che emerge è la menzione di una faida tra bande per questioni di cocaina, simile a quanto riportato da Abdi Kais in un’audizione precedente. L’ipotesi di una guerra tra bande sembra guadagnare credibilità, con la menzione di precedenti conflitti tra il gruppo di Azouz Marzouk e vicini di condominio marocchini, collegati al traffico di droga. Questi dettagli sottolineano la complessità del caso e suggeriscono una prospettiva diversa rispetto a quella che ha portato alla condanna dei coniugi Romano. L’inchiesta sulla strage di Erba potrebbe essere soggetta a una revisione più approfondita alla luce di queste nuove testimonianze.

TGCOM24 – STRAGE DI ERBA: ACCOLTO IL RICORSO DI OLINDO ROMANO E ROSA BAZZI

La Corte d’Appello di Brescia ha accolto il ricorso di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba del 2006. Il 1° marzo si terrà un’udienza cruciale per decidere sulla richiesta di revisione della sentenza presentata dai loro difensori e dal sostituto pg di Milano. La coppia è accusata dell’omicidio di quattro persone, incluso un bambino di poco più di 2 anni. Durante l’udienza, la Corte coinvolgerà le parti civili e il procuratore generale di Milano per valutare nuove prove presentate dagli avvocati dei coniugi. Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage, è stato un testimone chiave nel processo identificando Olindo Romano come l’aggressore. Il sostituto pg di Milano, Cuno Tarfusser, ha espresso soddisfazione per la decisione della Corte, mentre i difensori di Romano e Bazzi si sono detti soddisfatti per la riapertura del caso. Giuseppe Castagna, che ha perso tre familiari nella strage, ha dichiarato che non si troverà un’altra verità e che ogni nuova iniziativa causa solo dolore. Ha espresso frustrazione per il protrarsi delle vicende giudiziarie e mediatiche attorno al caso.

OMICIDIO DI GIULIO REGENI

LAPRESSE – RICOMINCIA IL PROCESSO PER L’OMICIDIO DI GIULIO REGENI

La Corte d’Assise di Roma ospiterà oggi la prima udienza del processo per l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso nel 2016 in Egitto. Le indagini sono state ostacolate per anni dalle autorità egiziane. Quattro agenti dei servizi segreti egiziani sono stati rinviati a giudizio per concorso in lesioni personali aggravate, omicidio aggravato e sequestro di persona aggravato. Il processo è stato permesso dalla Corte Costituzionale italiana, che ha deciso che può procedere anche senza la notifica diretta degli atti processuali agli imputati. Giulio Regeni fu trovato morto con evidenti segni di tortura a Il Cairo, dove stava facendo ricerche sui sindacati. Le autorità egiziane hanno negato qualsiasi coinvolgimento e cercato di depistare le indagini, ma le accuse persistono.

STRAGE DI CISTERNA DI LATINA

DUPLICE OMICIDIO A CISTERNA DI LATINA: I MESSAGGI DI SODANO

Emergono nuovi dettagli dai messaggi che Christian Sodano, il finanziere 27enne che ha ucciso la madre Nicoletta e la sorella Renée di Desirée Amato, la sua ex fidanzata, le inviava nelle settimane precedenti al delitto. Minacce, accuse e sensi di colpa assurdi: uno stalking mai denunciato che potrebbe aggravare la posizione di Sodano, già accusato di duplice omicidio premeditato. L’uomo ha cancellato i messaggi dal suo telefono, ma la sua amica li ha conservati, fornendo agli inquirenti un quadro agghiacciante della sua ferocia. “Servirà l’esercito per fermarmi, farò una strage. Vedrai quanto posso essere cattivo”: queste le parole di Sodano a Desirée, che lo descrivono come un uomo ossessionato e pericoloso. La ragazza, terrorizzata, cerca di calmarlo, ma invano. “Sei una falsa, devi soffrire quanto ho sofferto io”, “Ti farò tanto male, fosse l’ultima cosa che faccio”: le minacce di Sodano sono continue e inquietanti. Un piano per la strage: “Non sono Dio per giudicare una persona, ma visto che Dio mi ha tolto quelle più care (i genitori, ndr) ne porterò anche io a Dio. E ne porterò molte”, scrive Sodano, dimostrando una lucida premeditazione. Sensi di colpa e rivendicazioni: Sodano alterna minacce a richieste di perdono, incolpando Desirée per la sua sofferenza e rivendicando il diritto di “divertirsi”. L’anello di fidanzamento: “Venerdì volevo darti questo, non era nulla per farmi perdonare, era per farti capire quanto sei importante e del passo che volevo fare. Ora accetta la mia decisione e basta. Anche se non la accetterai sappi che sarà così”, scrive Sodano, inviando a Desirée la foto dell’anello che lei gli restituirà il giorno della strage.

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SKYTG24 – CISTERNA DI LATINA: FINANZIERE UCCIDE MADRE E SORELLA DELL’EX FIDANZATA

Cristian Sodano, finanziere di 27 anni, ha ucciso a colpi di pistola la madre e la sorella della sua ex fidanzata, Desyrèe Amato, di 22 anni. Il fatto è avvenuto a Cisterna di Latina, in via San Valentino, nel giorno della festa degli innamorati. Le vittime sono Nicoletta Zomparelli, di 49 anni, e Renèe Amato, di 19 anni. La madre e la sorella di Desyrèe sono state uccise nel tentativo di difenderla dalla furia dell’uomo, che non accettava la fine della loro relazione. Il finanziere si è recato a casa della ex fidanzata e ha avuto una discussione con lei. La lite è degenerata e l’uomo ha estratto la pistola d’ordinanza, esplodendo diversi colpi di pistola contro le due donne. La madre e la sorella di Desyrèe sono state uccise sul colpo. La giovane è riuscita a salvarsi chiudendosi in bagno e chiamando i soccorsi. Dopo la fuga, Cristian Sodano si è rifugiato a casa di un parente, dove è stato rintracciato e arrestato dai carabinieri. Il militare è accusato di duplice omicidio e tentato omicidio. Nicoletta Zomparelli era una casalinga, mentre Renèe Amato era una studentessa. Le due donne erano molto legate e la loro morte ha destato grande commozione nella comunità di Cisterna di Latina.

OMICIDIO YARA GAMBIRASIO

TGCOM24 – OMICIDIO YARA GAMBIRASIO: CASSAZIONE GIUDICA INAMMISSIBILE LA RICHIESTA DI ANALIZZARE NUOVAMENTE I REPERTI DELL’INDAGINE

La Corte di Cassazione ha respinto l’istanza presentata dai legali di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, che chiedevano di poter analizzare nuovamente i reperti dell’indagine. I legali di Bossetti puntavano ad effettuare nuovi accertamenti su alcuni reperti chiave, tra cui i leggings e gli slip della vittima, sui quali era stato isolato il DNA di Bossetti. La Cassazione ha ritenuto inammissibile la richiesta, confermando le precedenti decisioni che limitavano l’accesso ai reperti alla sola visione. Claudio Salvagni, uno degli avvocati di Bossetti, ha espresso delusione e incredulità, affermando che “in quei reperti c’è la risposta che Massimo è innocente”. Bossetti è stato condannato in via definitiva all’ergastolo nel 2018 per l’omicidio di Yara Gambirasio, avvenuto nel 2010. La sua colpevolezza è stata sostenuta da una serie di prove, tra cui il DNA trovato sui reperti.

13ENNE VIOLENTATA A CATANIA

REPUBBLICA – STUPRO DI PALERMO: ASIA MINACCIATA PER FARLE RITIRARE LA DENUNCIA

Asia Vitale, la ragazza 20enne che aveva subito uno stupro da parte di 7 ragazzi lo scorso luglio presso il Foro Italico di Palermo, ha vissuto una notte di terrore, conclusasi in una caserma dei carabinieri. Mentre si trovava con il fidanzato nel centro storico, sono stati intercettati da un’auto, dentro uno dei presunti aggressori di Asia e un altro individuo coinvolto nelle indagini sulla violenza sessuale contro la giovane. La situazione è precipitata quando il ragazzo, insieme alla madre, ha bloccato Asia e il fidanzato. La ragazza è stata quindi portata con la forza nella loro abitazione, mentre il fidanzato è stato trattenuto con un coltello puntato alla gola. La notte di terrore è proseguita con minacce di morte e aggressioni verbali e fisiche verso Asia. Il fidanzato di Asia ha raccontato di essere stato immobilizzato e costretto a vedere la propria compagna portata via con la forza. Asia e il fidanzato erano in piazza a Ballarò insieme ad altre persone quando è avvenuta l’aggressione. Nonostante il tentativo di liberarsi e cercare aiuto, il timore che peggiorasse la situazione li ha trattenuti. Solo dopo essere riuscito a liberarsi, il fidanzato è corso alla caserma dei carabinieri più vicina. La testimonianza del fidanzato è stata fondamentale per l’avvio delle indagini. Asia, una volta portata in caserma, ha confermato gli eventi, identificando i suoi rapitori. Madre e figlio sono stati trattenuti per ore e ora sono oggetto di indagine per reati gravi, tra cui minaccia aggravata e sequestro di persona.

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LEGGO – STUPRO DI CATANIA: SECONDO IL FIDANZATO DELLA 13ENNE “ERANO IN 13”

Per lo stupro di Catania ci sono sette indagati, tutti giovani egiziani. Per tre di essi (due minorenni e un 18enne) è stato disposto il carcere, ma del branco avrebbero fatto parte anche altre persone. A raccontare la violenza avvenuta lo scorso 30 gennaio nei bagni dei giardini di Villa Bellini, la vittima 13enne che con determinazione sta ricostruendo il suo incubo: «Tremavo come una bambina, ero terrorizzata». Ora spunta anche un video, che sarebbe stato usato come ricatto.
Per il momento, le ricostruzioni si basano sui racconti della ragazzina e del fidanzato 17enne, che è stato costretto ad assistere alla scena. Nei suoi ricordi, mentre a turni di due abusavano della fidanzatina, ci sarebbero state «dodici, tredici» persone. Secondo quanto riporta Il Messaggero, il fidanzato della 13enne avrebbe parlato di un video che uno dei due violentatori avrebbe mostrato ai ragazzi subito dopo averli accerchiati. Immagini girate pochi istanti prima, che riprendevano un momento di intimità tra i due fidanzati. «Lei ha detto che il video se lo potevano tenere, ma dovevano lasciarci andare, io invece gli ho chiesto di cancellarlo, mi ha risposto che ero pazzo e poteva ammazzarmi». La vittima è stata lucida e collaborativa fin dalle prime battute dell’indagine. Nessun tentennamento a dispetto della sua giovanissima età. Determinata ad avere giustizia, ma molto matura nel non cedere alla tentazione di una vendetta sommaria. Lo ha dimostrato indicando solo tre dei sette fermati. Sono gli unici di cui ricorda il volto. «Ero terrorizzata, impanicata», ha raccontato ai carabinieri dopo la violenza. La ragazzina è poi riuscita a liberarsi e chiedere aiuto e ha sporto denuncia descrivendo anche i violentatori. «Dicevo “smettila! Basta! Smettila», ha detto. «Poi alzando la testa mi sono accorta che dal soffitto del bagno, comunicante con gli altri due, vi erano due ragazzi del branco (uno a seguire l’altro) che ci guardavano». La ragazza ha riconosciuto i suoi violentatori. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, erano circa le 19 quando il branco, composto da giovani tra i 15 e i 19 anni, è entrato in azione sorprendendo i due fidanzati di 13 e 17 anni all’esterno dei bagni pubblici del parco dove si erano appartati poco prima. Subito sono scattati palpeggiamenti e pesanti apprezzamenti ai danni della minore che la ragazzina, insieme al ragazzo, ha cercato di evitare offrendo denaro e supporti elettronici, ma senza riuscirci. Il gruppo ha circondato i due ragazzi, avvertendoli che erano stati filmati e spingendoli di nuovo nei bagni. Qui infine il 17enne è stato tenuto con la forza, minacciato e colpito, e la ragazzina abusata sessualmente a turno da due minorenni. In quei minuti, mentre la ragazzina ha implorato diverse volte che non le facessero del male, il resto del branco ha impedito al 17enne di intervenire mentre altri si sono arrampicati sul bagno vicino a quello dove si trovava la vittima, «per godersi il turpe spettacolo» come ha sottolineato il giudice nelle ordinanze di arresto.

13ENNE VIOLENTATA A CATANIA: OGGI L’INTERROGATORIO DEGLI EGIZIANI ARRESTATI

Catania è scossa dallo stupro di gruppo di una ragazza di 13 anni, avvenuto nella villa comunale della città. Cinque sospettati sono stati arrestati, uno dei quali è ai domiciliari per aver collaborato. Oggi si terranno gli interrogatori di garanzia per i quattro maggiorenni accusati di questo atroce crimine, davanti al gip Carlo Umberto Cannella. Anche i tre minorenni, uno dei quali ha appena compiuto 18 anni, saranno sentiti. Nella sua visita a Catania per partecipare alla Festa della Santa Patrona e visitare la 3Sun Gigafactory Enel, il premier Giorgia Meloni ha espresso il suo sdegno per l’orrore subito dalla giovane vittima, paragonando il suo martirio a quello di Sant’Agata, celebrato quel giorno. Meloni ha sottolineato la gravità della violenza subita dalla ragazza, sequestrata e violentata mentre passeggiava con il fidanzato. Le indagini sono affidate a un pool speciale della Procura di Catania, composto da otto magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita. Questo gruppo ha un’elevata efficienza, trattando oltre 250 casi di codice rosso nell’ultimo semestre. Grazie al loro metodo collaudato, che unisce indagini tradizionali e tecnico-scientifiche, il caso è stato risolto in meno di 24 ore, dimostrando un deterrente per la violenza nella provincia, già segnata da femminicidi gravi in passato.

AGI – CATANIA: 13ENNE VIOLENTATA DA 7 RAGAZZI EGIZIANI (DI CUI 3 MINORENNI) DAVANTI AL FIDANZATO 17ENNE

Stupro del branco a Catania. Vittima una tredicenne bloccata da un gruppo di sette giovani, sarebbero tutti egiziani, tre dei quali minorenni. L’episodio risale al 30 gennaio ed è accaduto nei bagni della villa comunale. In sei sono stati arrestati nella mattinata, mentre il settimo è riuscito a sfuggire ai carabinieri che lo hanno rintracciato nel pomeriggio. E l’ultimo arrestato, minorenne, sarebbe uno dei due componenti del branco che avrebbe materialmente compiuto la violenza. Quando è stato rintracciato dia carabinieri, il giovane stava recuperando le sue cose dalla comunità in cui alloggiava, per fuggire e far perdere le sue tracce. Secondo quanto ricostruito la vittima era nella villa Bellini insieme al suo fidanzato di 17 anni che è stato immobilizzato, mentre due ragazzi nei bagni dell’area verde l’hanno violentata sotto lo sguardo degli altri cinque. La tredicenne insieme al fidanzato hanno denunciato i fatti, consentendo di risalire all’identità dei componenti del branco.

OMICIDIO ANDREEA RABCIUC

LASTAMPA – IL CADAVERE RITROVATO NEL CASOLARE A CASTELPLANIO (ANCONA) E’ DI ANDREA RABCIUC

Dopo quasi due anni di mistero, il test del DNA ha finalmente confermato che i resti umani trovati in un casolare a Castelplanio (Ancona) appartengono ad Andreea Rabciuc, la 27enne campionessa di tiro a segno scomparsa nel marzo 2022. La giovane era stata vista per l’ultima volta il 12 marzo 2022, mentre camminava lungo la via Montecarottese tra Jesi e Moie. Il suo fidanzato all’epoca, Simone Gresti, 44 anni, ha sempre sostenuto che la ragazza se n’era andata a piedi dopo un litigio. Gresti è attualmente l’unico indagato per sequestro di persona, omicidio volontario, istigazione al suicidio e spaccio di droga, accuse che lui ha sempre respinto. Il corpo di Andreea è stato trovato in fondo a una scalinata in una parte inagibile del casolare, come se fosse caduto dall’alto. Un foulard legato a una trave del soffitto potrebbe far pensare a un corpo appeso. Inoltre, su una tavola di legno è stato trovato un messaggio scritto con un pennarello: “Se lui non mi avesse preso il cellulare avrei chiamato mamma”. La frase sul legno potrebbe far pensare a un suicidio, ma gli inquirenti non escludono la possibilità di una messa in scena per depistare le indagini. Per questo motivo, è stata disposta l’analisi di un entomologo per capire se il corpo sia stato sempre nel casolare o se ci sia stato portato in un secondo momento.

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ANSA – IL FIDANZATO DI ANDREEA RABCIUC INDAGATO PER OMICIDIO VOLONTARIO

Nelle indagini sulla scomparsa di Andreea Rabciuc, la giovane di 27 anni sparita nel marzo 2022, c’è una svolta significativa. Il fidanzato, Simone Gresti, inizialmente indagato per sequestro di persona e spaccio di stupefacenti, ora affronta anche l’accusa di omicidio volontario. Questo sviluppo segue il ritrovamento di un cadavere, presunto essere quello di Andreea, in un casolare nelle campagne di Castelplanio, Ancona. Simone Gresti, dichiaratosi estraneo ai fatti, è stato sottoposto a un avviso di accertamento irripetibile sui resti. L’esame autoptico è programmato per i prossimi giorni. Una delle ipotesi investigative suggerisce che Andreea potrebbe essere stata uccisa, e il suo corpo successivamente trasportato nel casolare dopo i primi giorni dalla scomparsa. Questo scenario contrasta con i precedenti controlli del fabbricato con cani molecolari, effettuati senza risultati positivi. Il cadavere di Andreea è stato scoperto quasi due anni dopo la sua scomparsa, gettando luce su una vicenda avvolta da mistero. Simone Gresti, visibilmente scosso, continua a proclamarsi estraneo ai fatti. Il suo legale, l’avvocato Emanuele Giuliani, ha dichiarato che Gresti sperava in un esito diverso e che l’indagine potrebbe subire ulteriori sviluppi a seguito del riconoscimento ufficiale del corpo. Nonostante l’identificazione definitiva richiederà l’esame del DNA, c’è ormai convinzione generale che il cadavere ritrovato sia quello di Andreea Rabciuc. La posizione precisa del corpo e le condizioni del luogo rimangono oggetto di indagine. Simone Gresti, unico indagato fino a questo punto, è descritto come distrutto dal suo avvocato. L’autopsia sarà fondamentale per chiarire le cause del decesso, anche se il corpo è in uno stato avanzato di decomposizione.

OMICIDIO GIOGIO’ CUTOLO

AGI – OMICIDIO GIOGIO’: CONDANNATO A 20 ANNI IL 17ENNE CHE HA SPARATO

Il giudice del Tribunale dei Minorenni di Napoli ha emesso una sentenza di condanna a 20 anni di carcere per il 17enne accusato dell’omicidio di Giovan Battista Cutolo, conosciuto come Giogiò, il giovane musicista di 24 anni ucciso il 31 agosto scorso a Napoli. La decisione del giudice ha seguito la richiesta del pubblico ministero, che ha chiesto il massimo della pena prevista per i minori in casi simili. Subito dopo l’annuncio della sentenza, si sono verificati momenti di tensione all’esterno del tribunale, dove alcuni parenti dell’imputato hanno rivolto frasi offensive e minacce agli amici del giovane ucciso, che erano riuniti in un sit-in per chiedere giustizia per Giogiò. Gli amici del musicista, protetti dalle forze dell’ordine presenti sul posto, hanno risposto alle minacce intonando cori in memoria di Giogiò. La madre del giovane ucciso, Daniela Di Maggio, ha accolto con favore la sentenza, definendola “la rivoluzione di Giogiò” e un segnale potente per l’intera società civile. Ha ringraziato il pubblico ministero, l’avvocato difensore, il giudice e tutti coloro che hanno sostenuto la sua famiglia durante il processo. L’avvocato del minorenne condannato ha annunciato l’intenzione di presentare appello contro la sentenza, sostenendo che il ragazzo ha mostrato segni di ravvedimento e ha collaborato con le autorità fornendo informazioni utili al caso. Ha anche sottolineato che si aspettavano una pena meno severa. Nel frattempo, una folla di amici, familiari e cittadini si è radunata fuori dal tribunale in attesa dell’esito del processo. Alcuni manifestanti hanno esposto uno striscione con la scritta “Vogliamo giustizia per Giogiò”, mentre altri hanno portato strumenti musicali per ricordare il talento del giovane musicista. Il padre di Giogiò ha espresso la speranza che la pena inflitta al responsabile sia esemplare e ha sottolineato l’importanza di misure immediate per affrontare il problema delle armi in mano ai minori e per migliorare il sistema giudiziario per affrontare i reati commessi da giovani.

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ILMATTINO – ARRESTATO IN SPAGNA UNO DEI COMPLICI DEL MINORENNE CHE UCCIDE GIOGIO’ CUTOLO

Anthony Mucci, uno dei due maggiorenni accusati dell’omicidio di Giovanbattista Cutolo, detto “Giogiò”, è stato arrestato in Spagna. Il 25enne è stato fermato dalla polizia locale a Barcellona per una rapina di orologi Rolex ed è in carcere dal 11 gennaio. Mucci è accusato di “concorso anomalo in omicidio” nell’inchiesta napoletana sulla morte del musicista 24enne, ucciso con tre colpi di pistola la sera del 31 agosto 2023 in piazza Municipio. Secondo la ricostruzione della Procura, Mucci e il 17enne reo confesso sarebbero stati i responsabili dell’inizio della rissa che ha portato all’omicidio. I due gruppi di ragazzi si sarebbero avvicinati l’uno all’altro per uno scooter parcheggiato male e sarebbero volati insulti e provocazioni. Giogò Cutolo, che si trovava con alcuni amici, è intervenuto per sedare gli animi e difendere un amico aggredito violentemente. Il 17enne, però, ha estratto una pistola e ha sparato tre colpi, uccidendo il musicista. I due maggiorenni si sono difesi a oltranza, dichiarando di non sapere che il minorenne fosse in possesso di un’arma. La Procura, però, ritiene che la rissa sia stata scatenata dai due giovani con l’intenzione di “dare fastidio”.

CASO ALESSIA PIFFERI

FANPAGE – CASO ALESSIA PIFFERI: INDAGATE ALTRE DUE PSICOLOGHE

Le vicende legate al tragico caso di Alessia Pifferi, la madre accusata di aver lasciato morire la figlia Diana per stenti nel suo appartamento a Ponte Lambro, Milano, continuano a suscitare interesse mentre il processo contro di lei giunge alla sua fase finale. Tuttavia, una nuova svolta nelle indagini vede coinvolte altre due psicologhe, accusate di falsificazione di documenti e favoreggiamento. Le due psicologhe, entrambe impiegate nel carcere di San Vittore, hanno ricevuto avvisi di garanzia il 25 marzo, mentre l’interrogatorio del procuratore milanese Francesco De Tommasi è programmato per il 4 aprile. Una delle professioniste divide il suo lavoro tra l’Asst Santi Paolo e Carlo e le attività presso la casa circondariale, mentre l’altra, pur operando esternamente al carcere, è impiegata dalla stessa azienda sanitaria che impiega la collega. Le accuse rivolte alle psicologhe riguardano la manipolazione di test psicodiagnostici, in particolare del test di Wais, al fine di creare condizioni favorevoli per ottenere una perizia psichiatrica a sostegno dell’imputata. Si sostiene che abbiano predisposto protocolli con punteggi prefissati per il test di Wais, utilizzati per segnalare un presunto grave deficit cognitivo da parte di Alessia Pifferi. Questo test, secondo l’accusa, è stato alterato e privo di validità scientifica, ma è stato utilizzato per supportare l’idea di una incapacità mentale della Pifferi al momento del tragico evento. Inoltre, le psicologhe avrebbero redatto una relazione firmata da una terza persona, modificando anche grafici e contenuti al fine di sostenere l’ipotesi di un grave deficit intellettivo della Pifferi. Queste false attestazioni sono state utilizzate come base documentale per richiedere una perizia psichiatrica in tribunale. Le indagini hanno rivelato che i presunti gravi deficit cognitivi attribuiti alla Pifferi non corrispondono alla sua reale condizione psichica, evidenziata anche durante colloqui in carcere. Si ritiene che le psicologhe coinvolte abbiano agito in modo fraudolento, fornendo una consulenza difensiva non conforme alla loro competenza professionale, al fine di favorire l’imputata nel processo in corso.

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ILMESSEGGERO – ALESSIA PIFFERI “CAPACE DI INTENDERE E VOLERE. HA PREFERITO I SUOI DESIDERI ALLA FIGLIA DIANA”

La Corte d’Assise di Milano ha ricevuto oggi una perizia psichiatrica firmata dallo psichiatra forense Elvezio Pirfo, che ha rilevato che Alessia Pifferi, la madre accusata di lasciare morire di stenti la figlia Diana, era pienamente capace di intendere e volere al momento dei fatti. Secondo la perizia, il quadro psichiatrico della 38enne non la rendeva significativamente incapace di partecipare consapevolmente al processo, aprendo la strada a possibili implicazioni sulla sua condanna, che potrebbe arrivare fino all’ergastolo. La prossima udienza, fissata per il 4 marzo, si concentrerà sulle discussioni riguardanti la perizia e il suo impatto sul caso. Secondo il perito, Alessia Pifferi ha preferito soddisfare i suoi desideri personali piuttosto che prendersi cura della figlia Diana, dimostrando una “intelligenza di condotta” nelle sue azioni. Questa valutazione è stata supportata dalle conclusioni del pubblico ministero Francesco De Tommasi e del suo consulente. La donna è accusata di aver lasciato Diana sola in casa per sei giorni, causandone la morte a causa di stenti. La difesa aveva precedentemente sostenuto che Pifferi soffrisse di un deficit intellettivo moderato, ipotesi che avrebbe potuto influenzare la sua capacità di prevedere le conseguenze delle sue azioni. Tuttavia, questa narrativa è stata messa in discussione dalla Procura, che ha sottolineato la sua capacità di comunicare efficacemente e comprendere la gravità delle sue azioni. Inoltre, l’inchiesta sulla condotta di due psicologhe di San Vittore, che hanno fornito valutazioni psicologiche in difesa di Pifferi, ha sollevato controversie all’interno della Procura di Milano. Il procuratore De Tommasi ha aperto un’indagine per falso e favoreggiamento nei confronti delle psicologhe e dell’avvocatessa della donna, sospettando che abbiano falsificato documenti per sostenere la narrazione di un presunto deficit cognitivo di Pifferi.

LEGGO – PM: “ALESSIA PIFFERI MANIPOLATA DALLE PSICOLOGHE DEL CARCERE”

Alessia Pifferi, attualmente sotto processo a Milano per omicidio pluriaggravato, accusata di aver lasciato morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi, potrebbe essere stata “manipolata” dalle psicologhe del carcere di San Vittore. Le due psicologhe sono ora indagate, insieme all’avvocato della donna, Alessia Pontenani, per presunto falso ideologico. Secondo quanto dichiarato dal pm Francesco De Tommasi, le psicologhe avrebbero fornito a Pifferi una “tesi alternativa difensiva”, suggerendo un possibile “vizio di mente” e manipolandola nel processo. Inoltre, è contestato il presunto falso ideologico legato a un test intellettivo, utilizzato per attestare un quoziente intellettivo di 40 e un “deficit grave”, ma che il pm ritiene non essere “fruibile né utilizzabile a fini diagnostici e valutativi”. L’avvocata Pontenani è accusata di aver attestato falsamente il risultato del test nel “diario clinico”, che sarebbe stato redatto in modo non conforme alle metodiche di somministrazione e documentazione previste. Il pm afferma che le due psicologhe avrebbero svolto un’attività di consulenza difensiva al di là delle loro competenze, cercando di giustificare la somministrazione del test. La presunta manipolazione coinvolge anche i colloqui tra Pifferi e le psicologhe, annotati falsamente nel diario clinico. Il pm sostiene che la donna non presentava alcun “rischio di atti anticonservativi” e si mostrava “lucida, orientata nel tempo e nello spazio, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e determinata”. Il test psicodiagnostico è stato utilizzato per attestare una presunta “scarsa comprensione delle relazioni di causa ed effetto e delle conseguenze delle proprie azioni” da parte di Pifferi. La manipolazione, secondo l’accusa, aveva l’obiettivo di fornire a Pifferi una base documentale per richiedere una perizia psichiatrica sulla sua imputabilità. La Procura di Milano contesta alle psicologhe più episodi in relazione alle accuse di favoreggiamento e falso ideologico. La perizia psichiatrica ordinata dalla Corte d’Assise verrà depositata entro fine febbraio per valutare la capacità di intendere e volere di Alessia Pifferi. La difesa ha sottolineato gli esiti della relazione delle psicologhe, parlando di un “gravissimo ritardo mentale” e chiedendo una perizia psichiatrica.

MAFIA

L’INDIPENDENTE – SENTENZA SU ‘NDRANGHETA STRAGISTA: “STRETTISSIMO COLLEGAMENTO TRA MAFIE E SERVIZI SEGRETI DEVIATI”

Dopo un anno dal verdetto, sono state rivelate le motivazioni della sentenza con cui, nel marzo 2023, la Corte d’Assise d’Appello ha condannato all’ergastolo il capomafia palermitano Giuseppe Graviano e il boss calabrese Rocco Filippone, ritenuti mandanti di una serie di attentati ed omicidi avvenuti tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994. La sentenza, redatta in circa 1.400 pagine, rivela un collegamento stretto tra le mafie, la massoneria e i servizi segreti deviati, sottolineando implicazioni politiche di ampia portata. Secondo la Corte, che ha abbracciato le conclusioni dell’inchiesta guidata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, emerse una convergenza tra gli interessi di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, massoneria e i servizi segreti deviati. Queste entità avrebbero unito le forze per destabilizzare lo Stato italiano e influenzare un cambio di guardia nella classe dirigente. La strategia stragista degli anni ’90, che ha causato decine di morti e feriti, è stata orchestrata con l’obiettivo di “destabilizzare” l’Italia, per poi ritirarsi nell’ombra. La sentenza, stilata dal presidente della Corte Bruno Muscolo e dal giudice a latere Giuliana Campagna, ridefinisce un capitolo cruciale della storia italiana recente. I giudici hanno rilevato “un quadro ricostruttivo granitico e convergente” sull’implicazione dei vertici ‘ndranghetistici nei delitti, in connessione con Cosa Nostra, la massoneria e i servizi segreti, incluso il fenomeno di Falange Armata, utilizzato per depistare le indagini. La Corte ha confermato il “strettissimo collegamento” tra le mafie e i servizi segreti nella destabilizzazione dello Stato. Non solo la criminalità organizzata era coinvolta negli attentati e negli omicidi, ma anche elementi della massoneria e di apparati deviati dello Stato, che tramavano nell’ombra. I giudici hanno documentato intrecci tra organizzazioni criminali, ambienti massonici e politici, miranti a sostituire la classe dirigente esistente. La sentenza menziona esplicitamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, sottolineando il coinvolgimento dell’ultimo con la mafia. La Corte ha evidenziato la presenza di Vittorio Mangano, boss mafioso, nella villa di Arcore di Berlusconi, come parte di un accordo tra Cosa Nostra e il politico. I giudici hanno anche analizzato dialoghi tra Graviano e Umberto Adinolfi in carcere, rivelando un risentimento verso Berlusconi e Dell’Utri per aver tradito gli accordi. La sentenza conferma anche il piano per un attentato allo Stadio Olimpico di Roma nel 1994, che fortunatamente non è stato portato a termine. I giudici citano le parole di Graviano, che si dichiarava soddisfatto di aver portato a buon fine i loro obiettivi, ma che in seguito agli sviluppi politici, inclusa la vittoria di Forza Italia alle elezioni, l’attentato non è stato più perpetrato.

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ANSA – SI PENTE IL BOSS DEI CASALESI “SANDOKAN”

A 70 anni, 26 anni dopo la sua cattura in un bunker a Casal di Principe, il capo dei Casalesi, Francesco Schiavone, noto con il soprannome di Sandokan, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Uomini delle forze dell’ordine avrebbero già proposto a parenti del capoclan di entrare nel programma di protezione. Francesco Schiavone, che si trova al carcere duro, fu arrestato nel 1998 e condannato all’ergastolo nel maxiprocesso Spartacus e per diversi delitti. Nel 2018 fu il figlio Nicola, il primo della famiglia, a pentirsi e a collaborare con la giustizia. Nel 2021, anche il secondo figlio Walter decise di collaborare. Restano in carcere gli altri figli Emanuele Libero, che uscirà di cella ad agosto prossimo, e Carmine.

ANSA – CHIESTA CONDANNA A 20 ANNI PER LA SORELLA DI MESSINA DENARO

Chiesta una condanna a 20 anni di carcere per Rosalia Messina Denaro, sorella del boss morto al 41 bis. La donna, in carcere da un anno, è accusata di associazione mafiosa aggravata e ricettazione. Secondo gli inquirenti avrebbe aiutato per anni il fratello a sottrarsi alla cattura e avrebbe gestito per suo conto la “cassa” della “famiglia” mafiosa e la rete di trasmissione dei “pizzini”, consentendo così al capomafia di mantenere i rapporti con i suoi uomini durante la sua lunga latitanza.

TODAY – EX COLLABORATORE DI GIUDIZIA UCCIDO A SAN GIOVANNI A TEDUCCIO (NAPOLI)

Salvatore Coppola, ingegnere e ex collaboratore di giustizia, è stato ucciso ieri sera, martedì 12 marzo, nei pressi di un parcheggio nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. L’agguato è avvenuto vicino al discount Maxistore Decò. La vittima, di 66 anni, è stata colpita mortalmente al volto. La presenza di agenti della Squadra Mobile di Napoli e del commissariato di San Giovanni sul posto testimonia l’importanza del caso. Attualmente, le indagini sono in corso, e si spera che i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona possano fornire indizi utili per identificare il responsabile o i responsabili dell’omicidio. Al momento, non ci sono testimoni oculari. Coppola aveva iniziato a collaborare con la giustizia circa quindici anni fa, fornendo informazioni sulle organizzazioni camorristiche attive nell’area di Napoli Est, soprattutto nel settore immobiliare. Il suo coinvolgimento nelle indagini ha svelato dettagli su interessi economici legati agli investimenti e alla speculazione edilizia, incluso presunte corruzioni per ottenere autorizzazioni amministrative.

FOGGIATODAY – ARRESTATO MARCO RADUANO, ESPONENTE DELLA MAFIA PUGLIESE EVASO UN ANNO FA DAL CARCERE DI NUORO

E’ stato arrestato in Francia Marco Raduano, esponente di spicco della mafia garganica. Il boss era evaso dal carcere di Nuoro il 24 febbraio 2023 con un metodo rocambolesco: calandosi con lenzuola legate tra loro. Raduano, 39 anni, era stato condannato in via definitiva a 19 anni di carcere per traffico di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso. La sua evasione aveva fatto molto scalpore, non solo per la modalità singolare, ma anche perché Raduano era considerato un elemento di vertice del clan Montanari, attivo nel territorio di Vieste, in Puglia. L’arresto è avvenuto a Bastia, in Corsica, grazie a un’operazione congiunta dei carabinieri italiani e dell’Interpol. Raduano non ha opposto resistenza ed è stato immediatamente trasferito in carcere in attesa di essere estradato in Italia.

ANSA – SCOPERTI DOPO 25 ANNI I MANDANTI DELL’OMICIDIO GERACI

Dopo 25 anni sono stati scoperti i mandanti dell’omicidio del sindacalista siciliano della UIL Mico Geraci, ucciso davanti al figlio e alla moglie l’8 ottobre del 1998 a Caccamo (PA), con una raffica di colpi sparati da un fucile a pompa. I mandanti sono stati identificati in Pietro e Salvatore Rinella, incaricati di far eliminare il sindacalista dal capomafia Bernardo Provenzano. Geraci, vicino agli ambienti antimafia, aveva apertamente preso posizione contro Cosa nostra, denunciando il tentativo di condizionamento del piano regolatore di Caccamo e la gestione dell’acqua, e rifiutandosi di svolgere pratiche dei contributi agricoli per conto delle organizzazioni locali.

LEGGO – PALERMO: ARRESTATO IL BOSS MAFIOSO GIUSEPPE AUTERI

Giuseppe Auteri, noto come “Vassoio”, è stato arrestato a Palermo dopo oltre due anni di latitanza. Il boss mafioso era ricercato dal 2022 nell’ambito dell’operazione “Vento” contro il clan di Porta Nuova, scattata dopo l’omicidio di Giuseppe Incontrera. Auteri, 51 anni, era stato ricercato a partire da luglio 2022, ma si era reso irreperibile già da metà settembre 2021. Le ricerche si erano estese anche all’estero, ma è stato localizzato e arrestato nella zona di Stazione Oreto a Palermo. Considerato un personaggio di rilievo dalla Dda di Palermo, Auteri è stato descritto come uno dei membri più influenti della cosca di Porta Nuova, secondo il pentito Alessio Puccio. Il pentito Puccio ha rivelato che Auteri era coinvolto in attività rilevanti per la cosca, ma non ha fornito ulteriori dettagli, affermando che “non si chiede eccessivamente”. Il Procuratore capo di Palermo ha elogiato il lavoro dei Carabinieri per l’arresto di Auteri, sottolineando la continuità degli sforzi contro la criminalità organizzata nella regione.

TGCOM24 – MAFIA A BARI: 130 INDAGATI ACCUSATI DI INGERENZA NELLE ELEZIONI COMUNALI DEL 2019

Un’importante operazione antiracket e antimafia ha visto oltre 130 persone coinvolte in ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale di Bari, in seguito alla richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il blitz, condotto da più di mille agenti della Polizia di Stato, ha coinvolto Bari e la sua area metropolitana. Tra gli arrestati di spicco c’è Tommy Parisi, figlio del noto boss Savinuccio, già condannato in primo grado a otto anni per associazione mafiosa. Parisi, noto anche come cantante neomelodico, è stato ritenuto responsabile di diversi reati, incluso l’associazione mafiosa. Un’altra figura di rilievo coinvolta è Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale e avvocato, anch’egli finito in carcere in seguito al blitz. Anche la politica locale è stata toccata da quest’operazione: tra gli indagati figura Maria Carmen Lorusso, consigliera comunale, ai domiciliari insieme a suo padre Vito Lorusso. Questo duro colpo alla criminalità barese si estende anche al mondo imprenditoriale, con nomi come Francesco Frezza e Massimo Bellizzi tra gli arrestati. Le accuse rivolte agli indagati spaziano dalla ingerenza elettorale politico-mafiosa all’estorsione, dal porto e detenzione di armi all’illecita commercializzazione di sostanze stupefacenti. Sono anche accusati di turbare la libertà degli incanti e di frode in competizioni sportive, tutti reati aggravati dal metodo mafioso. La figura di Tommy Parisi è particolarmente significativa, poiché unisce il mondo della musica neomelodica alla criminalità organizzata. Il coinvolgimento di politici e consiglieri comunali evidenzia l’interferenza della mafia nelle istituzioni locali e l’abuso di potere a fini illeciti.

ILSOLE24ORE – APPALTI PUBBLICI: INTERDITTIVE PER MAFIA AUMENTATE DEL 34% IN UN ANNO

Nel 2023, le interdittive antimafia emesse dalle prefetture italiane sono aumentate del 34,2% rispetto al 2022, raggiungendo quota 2.007. La Campania è la regione con il maggior numero di interdittive, con 490 provvedimenti, seguita dalla Sicilia con 390. Una regione del Nord, l’Emilia-Romagna, si colloca al terzo posto con 144 interdittive, complice la sorveglianza legata agli appalti per la ricostruzione post-alluvione. Nello specifico, i dati evidenziano un aumento del 32,5% nelle comunicazioni interdittive antimafia e del 36,3% nelle informazioni interdittive. Queste ultime costituiscono una valutazione discrezionale, svolta dalla prefettura, del rischio di infiltrazione, coinvolgendo le imprese considerate in pericolo di condizionamento al di là dei loro rapporti con la Pubblica Amministrazione. Analizzando i dati provincia per provincia, Napoli è la prima con 351 provvedimenti, quadruplicati rispetto agli 87 dell’anno precedente. A seguire Reggio Emilia, che supera di due informazioni negative la provincia di Foggia, che ne conta 142. Numeri in grande crescita anche in Sicilia: ad Agrigento le interdittive sono più che decuplicate, passando da da 6 a 70, mentre a Trapani passano da 13 a 47. A primeggiare è Palermo, con 112 interdittive, mentre l’anno prima erano 66. Al Nord, invece, cala il numero delle interdittive in Lombardia, che passano dalle 84 del 2022 alle 70 dell’anno scorso, mentre si alza quello dei provvedimenti emessi in Veneto, che sono 53, più del doppio di quelli del 2022 (25). La lotta contro le infiltrazioni mafiose nell’ambito dei contratti pubblici è sempre stata problematica, anche perché mai supportata da politiche preventive davvero efficaci. L’approvazione del nuovo Codice degli Appalti, avvenuto lo scorso marzo, ha suscitato molte polemiche. Tra le misure più contestate vi è la liberalizzazione degli appalti sotto-soglia, che potrebbe facilitare l’infiltrazione delle mafie nel sistema degli appalti pubblici. «Semplificazione e rapidità sono valori importanti, ma non possono andare a discapito di principi altrettanto importanti come trasparenza, controllabilità e libera concorrenza», aveva dichiarato il presidente dell’Anticorruzione Giuseppe Busia, stroncando la riforma nei suoi elementi fondamentali.

PALERMOTODAY – TRAPANI: MESSINA DENARO FERMATO DAI CARABINIERI 7 ANNI FA SENZA ESSERE RICONOSCIUTO

Il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, rivela che Matteo Messina Denaro è stato fermato da carabinieri sette anni fa in provincia di Trapani senza essere riconosciuto. Il capomafia, latitante per oltre trent’anni, confidava nella mancanza di foto aggiornate nelle mani delle forze dell’ordine e riceveva avvisi sui movimenti degli investigatori. L’arresto di Messina Denaro è avvenuto il 16 gennaio 2023, dopo un lungo periodo di latitanza. De Lucia sottolinea la necessità di indagare sulle possibili complicità che hanno favorito la fuga del capomafia e ribadisce l’impegno della procura di Palermo nel tracciare responsabilità. Il procuratore aggiunge che la malattia di Messina Denaro non ha cambiato le sue abitudini, e nonostante i colpi subiti da Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa cerca ancora di riorganizzarsi e arricchirsi, in particolare attraverso il traffico di stupefacenti. De Lucia invita a non abbassare la guardia contro il fenomeno mafioso.

SKYTG24 – MAXIPROCESSO AI CASAMONICA: CASSAZIONE CONFERMA L’ACCUSA DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA

La Corte di Cassazione ha confermato l’accusa di associazione mafiosa per il clan dei Casamonica, uno dei più potenti clan criminali di Roma. La sentenza, che è arrivata dopo un lungo processo, ha sancito che i Casamonica sono una vera e propria organizzazione mafiosa, dotata di un’elevata capacità di intimidazione e di controllo del territorio. La sentenza della Cassazione ha confermato le condanne già inflitte in primo e secondo grado a 30 esponenti del clan, tra cui Domenico, Massimiliano, Pasquale, Salvatore, Ottavio, Giuseppe, Guerrino, Liliana e Luciano Casamonica. Le pene più pesanti sono state inflitte a Domenico (30 anni), Massimiliano (28 anni e 10 mesi) e Pasquale (24 anni). La sentenza della Cassazione è un importante successo per la lotta alla criminalità organizzata in Italia. Essa conferma che i Casamonica sono una vera e propria organizzazione mafiosa, che deve essere combattuta con tutti i mezzi a disposizione dello Stato. Un ruolo fondamentale per la condanna del clan dei Casamonica è stato giocato dai collaboratori di giustizia. In particolare, le dichiarazioni di Deborah Cerreoni, ex moglie di Massimiliano Casamonica, e di Massimiliano Fazzari, ex affiliato alla ‘ndrangheta, hanno permesso agli inquirenti di ricostruire le attività criminali del clan. Le dichiarazioni di Cerreoni hanno permesso di far luce sulle attività di spaccio di droga, usura e racket che il clan svolgeva a Roma. Fazzari, invece, ha fornito informazioni sull’assetto gerarchico del clan e sui suoi rapporti con le altre organizzazioni criminali.

DATI
ANSA – OMICIDI VOLONTARI IN ITALIA AUMNETATI DEL 15%

Gli omicidi volontari in Italia, nel quadriennio 2020-2023, sono aumentati del 15% (da 287 a 329). Le vittime femminili nel 2023 sono state 119 (numero stabile rispetto a 4 anni prima). Per quanto riguarda la violenza di genere (violenza fisica, sessuale, psicologica o economica contro una donna in quanto tale), si evidenzia nel quadriennio 2020-2023 un leggero decremento per le violenze sessuali e i maltrattamenti contro familiari e conviventi. In calo anche gli atti persecutori.

PROCESSI

LEGGO – ANGELIKA HUTTER PRESENTAVA “SEMINFERMITA’ MENTALE QUANDO INVESTI’ E UCCISE 3 PERSONE, MA POTRA’ SOSTENERE IL PROCESSO”

Il pool di consulenti nominati dal giudice Enrica Marson, nell’ambito dell’incidente probatorio richiesto dalla Procura per la perizia psichiatrica su Angelika Hutter, ha concluso che la donna presentava una “seminfermità mentale” al momento dell’evento tragico ma ha la capacità di affrontare il processo, con un “elevato grado di pericolosità sociale”. Il caso riguarda Angelika Hutter, una cittadina tedesca di 32 anni, responsabile dell’incidente avvenuto il 6 luglio scorso a Santo Stefano di Cadore (Belluno), in cui persero la vita il piccolo Mattia Antoniello, suo padre Marco e la nonna materna Maria Grazia Zuin. Secondo quanto riportato dalla società 3A Valore, che rappresenta la famiglia delle vittime tramite l’avvocato Alberto Berardi di Padova, la richiesta di processo è attesa dopo le festività pasquali. I consulenti incaricati dalla Procura, Renato Ariatti, Stefano Zago, Tommaso Caravelli ed Heinz Prast, hanno confrontato le loro valutazioni con i consulenti tecnici della parte offesa: Giuseppe Sartori, ordinario di Neuropsicologia e Psicopatologia Forense all’Università di Padova, Matilde Forghieri, specialista in psicoterapia, e Pierfrancesco Monaco, medico legale. Angelika Hutter si è presentata in aula per l’udienza, indossando un maglioncino grigio e con i capelli biondo cenere, assistita dal suo avvocato Giuseppe Triolo. Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Gazzettino, erano passati otto mesi dall’incidente che ha causato la morte di tre persone. Il legale delle vittime, Alberto Berardi, ha commentato favorevolmente la conclusione della perizia, sottolineando l’importanza del proseguimento del procedimento per l’accertamento delle responsabilità correlate. Anche i familiari delle vittime hanno accolto con favore la valutazione psichiatrica, ribadendo la necessità di una costante sorveglianza e cura per garantire la sicurezza della comunità. L’avvocato Riccardo Vizzi, di Studio3A, ha sottolineato il dolore delle famiglie delle vittime, spesso percepite come abbandonate dal sistema giudiziario e dalle istituzioni, e ha evidenziato la necessità di una maggiore attenzione e responsabilità nell’affrontare i casi di omicidio stradale.

Altre notizie:

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CORRIERE – TORINO: CONDANNATI I TRE MINORENNI CHE LANCIARONO UNA BICI FERENDO GRAVEMENTE MAURO GLORIODO

Il Tribunale di Torino ha emesso le condanne per tentato omicidio nei confronti dei tre minorenni responsabili del ferimento di Mauro Glorioso, uno studente universitario siciliano di 23 anni. Glorioso fu colpito alla testa da una bicicletta scagliata dalla balaustra dei Murazzi del Po, a Torino, nell’episodio avvenuto a gennaio 2023. I tre minorenni sono stati condannati a pene detentive che vanno da 6 anni e 8 mesi a 9 anni e 9 mesi. Il principale responsabile dell’atto, Victor U., un ragazzo di 19 anni al momento dei fatti, è stato condannato a 10 anni e 8 mesi di carcere per tentato omicidio. Gli altri due coinvolti, di età inferiore, hanno ricevuto pene di 9 anni e 4 mesi e 9 anni e 9 mesi. La minorenne del gruppo ha ricevuto la pena più lieve, pari a 6 anni e 8 mesi di reclusione. Il processo è stato celebrato con il rito abbreviato, e all’imputato maggiorenne sono state concesse le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Nonostante le scuse espresse dall’imputato, il padre di Mauro Glorioso, Giuseppe Glorioso, ha dichiarato che nessuno dei responsabili si è mai pentito del gesto commesso. Il difensore del diciannovenne condannato, l’avvocato Luigi Tartaglino, ha commentato la sentenza, sperando che funga da monito per i giovani che si ritrovano coinvolti in situazioni simili. Tartaglino ha sottolineato l’importanza di tenere conto del fatto che il suo assistito era appena diventato maggiorenne al momento del reato e che quindi non era ancora pienamente maturo. L’avvocato ha inoltre espresso la propria soddisfazione per aver potuto stringere la mano al padre di Mauro Glorioso, riconoscendo la dignità con cui sta affrontando il dolore causato dall’episodio.

LEGGO – DOPO 8 ANNI INIZIA IL PROCESSO SULL’OMICIDIO DI MARIA CHINDAMO

Dopo 8 anni dall’enigmatica scomparsa di Maria Chindamo, imprenditrice di 44 anni di Laureana di Borrello, nel Reggino, sembra finalmente cominciare a far luce sul suo destino. Il 14 marzo 2024 segna l’inizio del processo a carico di Salvatore Ascone, accusato di concorso nell’omicidio della donna. Maria Chindamo è scomparsa nel nulla il 6 maggio 2016, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta. Secondo le accuse della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, il corpo di Maria Chindamo sarebbe stato dato in pasto ai maiali e successivamente triturato da un trattore cingolato. Un destino macabro per l’imprenditrice che, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe avuto legami con interessi mafiosi e organizzazioni criminali locali. Il processo, che ha origine dalla vasta indagine “Maestrale”, coinvolge anche l’omicidio di Angelo Corigliano, avvenuto nel 2013 a Mileto. Salvatore Ascone è uno dei principali imputati nell’ambito di questa indagine, insieme a Domenico Iannello e Giuseppe Mazzitelli. Secondo le rivelazioni di Antonio Cossidente, ex membro del clan dei Basilischi in Basilicata, Maria Chindamo sarebbe stata uccisa da Salvatore Ascone, con la complicità di altre due persone, di cui una era minorenne all’epoca dei fatti e l’altra è deceduta nel frattempo. Il movente dietro l’omicidio sembra essere stato il suo coinvolgimento in una relazione sentimentale dopo il suicidio del marito, avvenuto nel maggio 2015. La vicenda si intreccia con loschi interessi legati alla ‘ndrangheta del Vibonese, che sembrava interessata ai terreni di proprietà dell’imprenditrice dopo il decesso del marito. Il meticoloso lavoro investigativo ha portato alla luce collegamenti tra Salvatore Ascone e la scomparsa di Maria Chindamo, con prove provenienti da intercettazioni e testimonianze di collaboratori di giustizia. Prima dell’omicidio, il marito della vittima aveva segnalato richieste sospette da parte di Salvatore Ascone, riguardanti l’utilizzo di una strada situata sui terreni di proprietà di Maria Chindamo. Questo dettaglio avrebbe gettato ulteriore luce su una possibile motivazione dietro il tragico destino dell’imprenditrice. La famiglia di Maria Chindamo, dopo otto anni di lotta e speranza, si trova finalmente di fronte al primo giorno di udienza. Il fratello della vittima, Vincenzo Chindamo, ha espresso gratitudine verso le associazioni e gli individui che li hanno sostenuti nel corso degli anni, evidenziando il supporto fondamentale delle istituzioni locali e della comunità di Limbadi.

ANSA – OMICIDIO MARIO CERCIELLO REGA: INIZIATO IL PROCESSO D’APPELLO

Venerdì a Roma ha preso avvio il processo d’appello bis per Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, i due cittadini statunitensi accusati dell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega nel luglio del 2019 a Roma. La Corte di Cassazione, nel marzo del 2023, annullò le precedenti condanne in appello e ordinò un nuovo processo d’appello. I due ragazzi erano stati condannati in primo grado all’ergastolo, ma la sentenza fu oggetto di contestazione e dibattito. Il tragico evento avvenne nella notte tra il 25 e il 26 luglio, quando Elder e Hjorth, turisti californiani di 18 e 19 anni, cercarono di acquistare droga a Trastevere attraverso un intermediario. Tuttavia, il loro tentativo li portò a una situazione tragica: furono ingannati e, in seguito, rubarono lo zaino dell’intermediario. Durante il tentativo di recupero dello zaino, si scontrarono con il carabiniere Cerciello Rega e il collega, entrambi disarmati e in borghese, che stavano indagando sulla denuncia del furto. L’incontro si trasformò in una lotta fatale durante la quale Cerciello Rega fu colpito undici volte da Elder e morì a causa delle ferite riportate. La difesa dei due giovani sostenne che essi agirono in stato di paura, credendo di essere attaccati da criminali e non essendo consapevoli della reale identità dei due uomini. La decisione della Cassazione di annullare la sentenza d’appello precedente si basò sull’ambiguità riguardo alla consapevolezza dei due accusati riguardo alla qualità di carabinieri delle vittime. Questo processo d’appello bis dovrebbe valutare attentamente tale questione, oltre alla possibile presenza di circostanze attenuanti o aggravanti, incluso il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

ANSA – OMAR FAVARO RISCHIA IL PROCESSO PER MALTRATTAMENTI

La procura di Ivrea ha concluso l’indagine su Omar Favaro, coinvolgendolo in accuse di maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie e della figlia dal 2019 al 2021. Omar Favaro è noto come uno dei due autori del duplice omicidio di Novi Ligure, avvenuto nel 2001 quando era minorenne. Le contestazioni presenti nell’avviso potrebbero portare a una richiesta di rinvio a giudizio, quindi a un processo, riguardando una ventina di episodi, tra cui minacce di morte, la possibilità di sfregiare il volto dell’ex moglie con l’acido, costringerla su una sedia a rotelle, oltre a percosse e violenze fisiche e psicologiche. Il quotidiano la Repubblica riporta che Omar Favaro ha sempre respinto le accuse, definendole “calunniose”. Nell’estate scorsa, il tribunale del riesame di Torino aveva respinto la richiesta di misure restrittive nei suoi confronti. L’avvocato di Favaro, Lorenzo Repetti, ha sottolineato che la vicenda è legata a una causa di separazione, in cui è dibattuto anche l’affidamento della figlia. L’evolversi della situazione potrebbe portare a un processo per fare luce su queste gravi accuse di maltrattamenti.

AGI – PIETRO GENOVESE RINVIATO A GIUDIZIO PER EVASIONE DAI DOMICILIARI

Pietro Genovese, già noto per un tragico incidente stradale avvenuto nel 2019, è stato rinviato a giudizio per evasione dai domiciliari. Il giovane, ora ventiquattrenne, era stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione in appello per l’incidente in cui ha causato la morte di due ragazze di sedici anni, Gaia von Freymann e Camilla Romagnoli, investendole con la sua auto lungo corso Francia il 22 dicembre 2019. L’accusa di evasione dai domiciliari riguarda un episodio del 16 gennaio 2021, quando i carabinieri della compagnia Parioli si sono recati presso l’appartamento dove Genovese doveva scontare la pena ai domiciliari. Non ricevendo risposta dopo due citofonate, i militari se ne sono andati. La procura ha dunque richiesto il processo per evasione. La difesa di Genovese, rappresentata dall’avvocato Gianluca Tognozzi, ha sostenuto che il giovane fosse in casa ma dormiva, motivo per cui non ha risposto alla porta. Tuttavia, i carabinieri non hanno tentato di contattarlo telefonicamente, nonostante avessero il suo numero, e dalle telecamere di sicurezza non risultava che Genovese fosse uscito. Il processo è stato fissato per il prossimo 20 marzo.

L’INDIPENDENTE – STRAGE DI BOLOGNA: “P2 MANDANTE, NEOFASCISTI ESECUTORI, SERVIZI SEGRETI AL DEPISTAGGIO”

La Corte d’Appello di Bologna ha depositato le motivazioni della sentenza che lo scorso settembre ha condannato all’ergastolo Gilberto Cavallini per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. I giudici hanno definito l’attentato come una strage politica frutto della convergenza di interessi tra i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), la loggia P2 di Licio Gelli e i servizi segreti deviati. Secondo la Corte, i NAR non agirono per puro spontaneismo armato, ma come braccio armato degli interessi della P2. L’obiettivo era quello di destabilizzare l’ordine democratico e instaurare uno Stato autoritario. La strage di Bologna si inserisce in un contesto più ampio di “strategia della tensione”, iniziata con la strage di Portella della Ginestra nel 1947. I giudici scrivono che Licio Gelli, tramite i servizi segreti a lui legati, finanziò e attuò la strage, servendosi dei NAR come esecutori materiali. Il depistaggio delle indagini fu opera di alcuni membri dei servizi segreti, tutti facenti parte o comunque collegati alla P2. La sentenza sottolinea la gravità della strage di Bologna, che ha “scosso fortemente lo Stato italiano e il suo ordine democratico”. Si è trattato di un “fatto di terrorismo più grave mai verificatosi nel Paese”, frutto di un disegno eversivo volto a “disintegrare in radice le basi dello Stato democratico”.

RAINEWS – PROCESSO “CUCCHI-TER” SI AVVIA VERSO LA PRESCRIZIONE

Il processo “Cucchi-Ter”, che aveva portato ad otto condanne in primo grado per depistaggio da parte di membri dei Carabinieri sulla morte di Stefano Cucchi nel 2009, si avvia verso la prescrizione. Nonostante la sentenza di tribunale, trascorsi venti mesi, il processo di appello non è stato ancora fissato. Gli otto imputati sono accusati di falsificazione e favoreggiamento. L’avvocato Stefano Maccioni ha richiesto una data per il processo di appello, senza ottenere risposta. La sentenza in primo grado ha evidenziato la manipolazione delle prove, ma con il tempo trascorso e la tipologia dei reati, la prescrizione sembra imminente, a meno che gli imputati non rinuncino all’appello, rischiando ulteriori condanne.

ILMESSAGGERO – RIAPERTO IL CASO DI FRANCESCA ERCOLINI: INDAGATO IL MARITO

Il caso della tragica morte di Francesca Ercolini, magistrata deceduta per suicidio un anno fa, si riapre. Il marito, l’avvocato Lorenzo Ruggeri, è sotto inchiesta per maltrattamenti dalla Procura dell’Aquila. L’indagine è stata avviata dopo la denuncia presentata dai familiari di Ercolini, che avrebbero fornito chat e altro materiale, evidenziando un clima familiare difficile e presunte violenze subite dalla donna. Chat recuperate mostrerebbero prove di lesioni sul corpo di Ercolini, sostenendo l’ipotesi di abusi domestici. Un secondo procedimento riguarda il figlio quindicenne, coinvolto nel reato. L’avvocato del ragazzo ha dichiarato sorpresa, confermando la gestione riservata del caso. L’indagine ha avuto momenti controversi, coinvolgendo varie posizioni all’interno della procura. La morte della giudice aveva scosso la comunità giudiziaria.

ILMESSAGGERO – AVVOCATURA DELLO STATO CHIEDE PROSCIOGLIMENTO DI UN UOMO CHE UCCISE 4 PERSONE DURANTE UNA RIUNIONE DI CONDOMINIO

Claudio Campiti, l’uomo che l’11 dicembre scorso ha aperto il fuoco durante una riunione del consorzio Valleverde a Fidene, uccidendo quattro donne e ferendo altre dieci, andrà a processo. Il gup Roberto Saulino ha accolto la richiesta del pm Giovanni Musarò, che contesta a Campiti l’omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, il tentato omicidio di altre cinque persone sedute al tavolo del consiglio di amministrazione del consorzio e le lesioni personali derivate dal trauma psicologico subito dai sopravvissuti. A sorpresa, l’Avvocatura dello Stato, che rappresenta il ministero dell’Interno e quello della Difesa come responsabili civili per omessa vigilanza sull’arma, ha chiesto il proscioglimento per l’imputato. La decisione ha suscitato l’ira delle parti civili, che hanno commentato: “Lo Stato, attraverso l’Avvocatura, nel momento in cui è chiamato a rispondere dei risarcimenti nei confronti delle vittime, chiede il non luogo a procedere nei confronti dell’imputato”.

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