Crollo degli spermatozoi e rischio infertilità entro il 2060

Entro poche generazioni il numero degli spermatozoi umani potrebbe scendere a livelli inferiori a quelli considerati adeguati per la fertilità

Crollo degli spermatozoi e rischio infertilità entro il 2060
Crollo degli spermatozoi e rischio infertilità entro il 2060. Entro poche generazioni il numero degli spermatozoi umani potrebbe scendere a livelli inferiori a quelli considerati adeguati per la fertilità. Lo sostiene nel suo libro “Countdown” Shanna Swan, epidemiologa ambientale e riproduttiva della Icahn School of Medicine del Mount Sinai a New York.

In 40 anni il numero di spermatozoi degli uomini occidentali è diminuito di oltre il 50%. Proiettando questi dati nel futuro, dal 2060 i maschi non avranno quasi più capacità riproduttiva.

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Cosa si sa

Negli anni ’90 alcuni studi si erano soffermati sul conteggio degli spermatozoi, ma i risultati erano stati criticati per il modo in cui venivano registrati i conteggi. Così, nel 2017, uno studio più approfondito ha provato a mettere ordine nei dati.

Gli scienziati hanno scoperto che tra il 1973 e il 2011 il numero di spermatozoi degli uomini occidentali è sceso tra il 50-60%, una media tra l’1-2% l’anno. Questo calo ha determinato l’aumento degli aborti spontanei e delle anomalie nello sviluppo (come il pene piccolo, l’intersessualità, i testicoli non discesi).

Quali sono i fattori che hanno determinato questa tendenza?

Dal 1973 ad oggi il nostro stile di vita è cambiato, sia nella dieta che nell’esercizio fisico. Negli ultimi anni, però, i ricercatori hanno individuato un momento cruciale per la salute riproduttiva degli uomini: la fase fetale. Durante la “finestra di programmazione” per la mascolinità (il momento in cui il feto sviluppa le caratteristiche di genere), un’interruzione nella segnalazione ormonale ha un impatto sulle capacità riproduttive.

A causare l’interferenza ormonale sarebbero le sostanze chimiche presenti nei prodotti che utilizziamo tutti i giorni. Sarebbero loro ad impedire agli ormoni di funzionare correttamente nella fasi chiave del nostro sviluppo.

Si chiamano “Interferenti endocrini (EDC)” e sono ovunque: nel cibo e nelle bevande, nell’aria che respiriamo, nelle creme e nei detersivi. Hanno natura diversa, possono essere plastiche, pesticidi o additivi chimici, alcuni sono programmati proprio per agire sugli ormoni, come la pillola contraccettiva o i promotori della crescita usati negli allevamenti, ma soprattutto, questi EDC si disperdono nell’ambiente. La madre li trasmette al feto durante la gravidanza.

Anche gli animali

Anche gli animali sono afflitti dallo stesso problema. Infatti, studi sui visoni d’allevamento in Canada e Svezia hanno collegato i prodotti chimici industriali e agricoli con il calo degli spermatozoi e lo sviluppo anormale dei testicoli e del pene. Lo stesso effetto è stato osservato negli alligatori in Florida, nei crostacei e nei gamberetti nel Regno Unito e nei pesci che vivono a valle degli impianti di trattamento delle acque reflue in tutto il mondo.

Anche gli animali che vivono lontani dalle fonti di inquinamento ne sono vittime: un’orca spiaggiata in Svezia nel 2017 è risultata uno degli esemplari biologici più contaminati mai segnalati.

Le anomalie osservate nella fauna selvatica sono collegate a composti chimici diversi da quelli osservati negli esseri umani, ma in comune hanno la capacità di interrompere il normale funzionamento degli ormoni che determinano la salute riproduttiva.

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