La Corte Costituzionale ha spiegato perché alcuni referendum sono stati bocciati

Sono arrivate le motivazioni della Corte Costituzionale sulla bocciatura dei referendum su omicidio del consenziente, cannabis e giustizia

La Corte Costituzionale ha spiegato perché alcuni referendum sono stati bocciati
La Corte Costituzionale ha spiegato perché alcuni referendum sono stati bocciati. Il presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, aveva recentemente spiegato in tv perché i 3 quesiti referendari erano stati bocciati. Ora, invece, sono arrivate le motivazioni della Corte Costituzionale.

Il referendum sull’eutanasia è stato ritenuto inammissibile perché si sarebbe andati molto oltre l’eutanasia di un malato terminale, depenalizzando l’omicidio di un consenziente. Quello sulla cannabis è stato ritenuto inammissibile perché in contrasto con le Convenzioni internazionali, difettava di chiarezza e coerenza intrinseca e era inidoneo allo scopo. Infine, quello sulla responsabilità civile dei giudici non poteva essere ammesso perché non meramente abrogativo, ma manipolativo.

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Conferenza stampa del presidente della Corte Costituzionale

I comitati promotori, però, non hanno accettano la bocciatura. Infatti, il Comitato cannabis legale, ha parlato di una “mistificazione a opera della Corte”. Marco Cappato e Filomena Gallo, per il Comitato per la legalizzazione dell’eutanasia, invece, hanno affermato che “la Corte assesta un ulteriore illegittimo colpo al diritto costituzionale del popolo sovrano di poter ricorrere con successo all’istituto del referendum. Per dichiarare inammissibile il referendum, la Corte ha anticipato in sede di ammissibilità un giudizio astratto di legittimità costituzionale della normativa, errato in molti passaggi, non previsto dalla procedura”.
Referendum sull’omicidio del consenziente
Inammissibile perché “non assicura la tutela minima del diritto alla vita”

L’abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) non è stata considerata ammissibile poiché, “rendendo lecito l’omicidio di chiunque abbia prestato a tal fine un valido consenso, priva la vita della tutela minima richiesta dalla Costituzione“.

Secondo il giudice costituzionale Franco Modugno, relatore, il quesito referendario avrebbe reso penalmente lecita l’uccisione di chiunque con il consenso della stessa al di fuori dei 3 casi di “consenso invalido“:

  • di persone minorenni;
  • di persone inferme di mente o affette da deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di alcool o stupefacenti;
  • oppure estorto con violenza, minaccia, suggestione o carpito con inganno).

Cancellando il reato di omicidio di consenziente, non sarebbero rimasti che questi 3 paletti all’omicidio di una persone che l’avesse richiesto, “a prescindere dai motivi, dalle forme, dalla qualità dell’autore del fatto, e dai modi in cui la morte venisse provocata“.

Il presidente Amato, nella conferenza, aveva detto che si sarebbe andati ben al di là dei casi nei quali la fine della vita è voluta da un malato consenziente, prigioniero del suo corpo a causa di malattia irreversibile, di dolori e di condizioni psicofisiche non più tollerabili. La Corte si è preoccupata delle persone più deboli, “vulnerabili di fronte a scelte estreme, collegate a situazioni, magari solo momentanee, di difficoltà e sofferenza, o anche soltanto non sufficientemente meditate“.

Referendum sulle droghe
Inammissibile perché “contraddittorio, contrario agli obblighi internazionali e inidoneo allo scopo”

Sulla legalizzazione della cannabis, il quesito è stato dichiarato inammissibile perché si poneva in contrasto con le Convenzioni internazionali e la disciplina europea in materia, ma anche difettava di chiarezza e coerenza intrinseca ed infine era inidoneo allo scopo. Il quesito era suddiviso in 3 parti:

  • depenalizzazione della coltivazione della cannabis;
  • eliminazione della reclusione da 2 a 6 anni per tutti i reati concernenti le droghe leggere;
  • no alla sospensione della patente in caso di uso personale di stupefacenti.

La Corte, relatore il giudice Giovanni Amoroso, ha rilevato che l’eliminazione della parola “coltiva” dal primo comma dell’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti avrebbe depenalizzato anche la coltivazione del papavero sonnifero e della coca. Quindi, a dispetto delle intenzioni dichiarate, si andava molto al di là della coltivazione domestica e rudimentale di cannabis. “La Corte ha ritenuto che la lettura riduttiva prospettata dai promotori non è in alcun modo ricavabile dal testo normativo“.

Referendum sulla responsabilità civile diretta dei magistrati
Inammissibile perché “manipolativo, non chiaro e inidoneo allo scopo”

Secondo la Corte, il referendum non avrebbe cancellato qualcosa, ma avrebbe introdotto una disciplina giuridica nuova, non voluta dal legislatore. I promotori, infatti, proponevano di abrogare diverse disposizioni della legge 117 del 1988. Una legge che disciplina il regime della responsabilità civile dei magistrati per i danni da loro arrecati nell’esercizio delle funzioni.

Con la legge, l’azione risarcitoria viene rivolta allo Stato che, a sua volta, se il magistrato viene riconosciuto colpevole, può rivalersi in parte su di lui. Il quesito, però, con la tecnica del ritaglio abrogativo, secondo la Consulta, puntava a ottenere un’autonoma azione risarcitoria nei confronti del magistrato, per consentire al soggetto danneggiato di chiamarlo direttamente in giudizio. La Corte lo ha bocciato proprio per il suo carattere “manipolativo e creativo“, che non è ammesso dalla costante giurisprudenza costituzionale. Inoltre, il quesito è stato dichiarato inammissibile anche perché non chiaro a sufficienza sul punto della responsabilità diretta.

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