Perché si dice “Occhio per occhio dente per dente”?

L’espressione “Occhio per occhio dente per dente” è largamente diffusa e di uso comune. Perché si dice così e qual è il significato

Perché si dice Occhio per occhio dente per dente
Perché si dice Occhio per occhio dente per dente. L’espressione “Occhio per occhio dente per dente” viene usata nel linguaggio comune per indicare “che se una persona fa del male a un’altra persona, dovrà essere punita allo stesso modo in cui ha fatto del male alla sua vittima“. Quindi, è un modo di dire utilizzato per riferirsi a una vendetta piena e completa, oltre che giusta. “Occhio per occhio” (se ricevi un danno hai diritto di rispondere con lo stesso danno) è un principio di rivalsa proporzionale al danno subito. Ad un determinato male ingiusto si pone rimedio con un male di pari grado. In questo modo si pensa di ristabilire l’equilibrio tra 2 situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari.

Probabilmente viene nominato “l’occhio” perché è una parte importante del corpo umano ed è il più evoluto dei 5 sensi. Il fatto che, poi, subito dopo, venga nominato il “dente” (una parte del corpo vicino all’occhio) potrebbe riguardare il fatto che in uno scontro corpo a corpo, innescato da una lite, veniva preso di mira il volto di una persona e capitava che qualcuno ci rimettesse un occhio, un dente, o entrambi.

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Tale concezione di punizione trova spazio in parte nella dottrina del sistema penale classico retributivo.

Un modo di dire dal significato simile è “Ripagare con la stessa moneta“.

Origine

Oculum pro oculo dentem pro dente” (o “occhio per occhio, dente per dente”) indica la cosiddetta “Legge del Taglione“. Lo scopo della “Legge del Taglione” era quello di ridurre l’uso della violenza. Se un individuo era conoscenza del fatto che facendo del male a un altro individuo avrebbe subito la stessa sorte, era inevitabile che prima di commettere quell’atto malvagio ci avrebbe pensato più di una volta. Inoltre chi subiva il torto o il danno non poteva d’impulso vendicarsi rispondendo allo stesso modo, ma era necessario rivolgersi prima ai giudici che, una volta appresa la situazione, potevano autorizzare il tipo di pena in modo che non fosse né troppo leggera né troppo dura, per ottenere una pena giusta.

Le origini di questo sistema di composizione delle controversie nasce nell’antichità dove il male ingiusto subito da una tribù a causa di un comportamento di un’altra tribù doveva essere compensato per ricreare quel naturale equilibrio tra gruppi primitivi.

L’espressione si trova in un passo contenuto nell’Antico Testamento (Bibbia). Per la precisione nel libro dell’Esodo, cap. XXI: “22 Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un’ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. 23 Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: 24 occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, 25 bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido“.

Per i Cristiani il principio è rimasto nell’Antico Testamento come monito nei confronti di chi commetteva danni o procurava la morte di altri, ma è stato aggiunto nel Nuovo Testamento (Vangelo) il suo ribaltamento come esortazione a compiere verso gli altri solo azioni che si vorrebbero ricevere.

Nel Vangelo secondo Matteo, infatti, è scritto: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti“. E ancora: “Avete inteso che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra“.

Questo principio viene, però, citato anche in altre civiltà. Nel “Codice di Hammurabi” dei Babilonesi, la pena per alcuni reati è uguale al danno provocato. Quindi, la pena per l’omicidio era la morte (ad esempio, se la vittima è il figlio di un altro uomo, all’omicida sarà ucciso il figlio). Il codice dei Babilonesi adottava tale principio anche nel caso di involontarietà e di responsabilità indiretta (ad esempio, se crolla la casa progettata da un architetto, uccidendo le persone che ci abitano, paga come se fosse stato lui a uccidere volontariamente).

Nel diritto islamico, invece, sin dai tempi di Maometto è stato accolto il principio di “occhio per occhio“. Ancora oggi, infatti, vige in tutta l’Arabia, ma accompagnato da un altro principio, quello della “compensazione pecuniaria“. Quest’ultima in arabo viene denominata “diya” (ossia “prezzo del sangue”). Pagando un risarcimento è possibile evitare il ricorso alla legge del taglione. Per essere applicata la diya deve essere accettata dalla parte lesa.

L’occhio per occhio” è un concetto applicato anche nella cultura Maori. Il Māori Utu è un principio legale che esprime reciprocità nei rapporti con gli altri, dando importanza a una vendetta che segue la legge del taglione.

Una scelta fatta anche dagli Antichi Romani che nella tavola VIII delle “Leggi delle XII tavole” differenziano le pene in base al danno fatto e seguono la lex talionis, derivata dall’antico diritto germanico.

Infine, nei secoli a venire le legislazioni degli stati italiani si sono rifatti a questa legge, come dimostrano alcuni documenti rinvenuto nel 1786 in Toscana e come spiega Sant’Isidoro di Siviglia nei “Etymologiarum sive originum libri XX“. In essi definisce la legge del taglione spiegando che: “Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit”, affermando la natura di reciprocità e vendetta di questo antichissimo principio.

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