Perché il carcere in Italia non funziona?

Il 68% di chi è stato in carcere, una volta uscito, torna a commettere reati. Al contrario, solo il 20% di coloro che accedono a misure alternative al carcere torna a compiere un reato

Perché il carcere in Italia non funziona?
Perché il carcere in Italia non funziona? Le circa 55. mila persone attualmente detenute nelle prigioni italiane vivono mediamente in circa 3 metri quadrati a testa. Il 68% di chi è stato in carcere, una volta uscito, torna a commettere reati. Al contrario, solo il 20% di coloro che accedono a misure alternative al carcere torna a compiere un reato.

I suicidi tra i detenuti sono in media 17-18 volte maggiori di quelli tra le persone in libertà. Secondo i dati ufficiali dell’Oms, si suicidano in media 6,7 persone l’anno ogni 100mila abitanti. Al 10 di agosto, su circa 55.000 detenuti, 49 si sono tolti la vita (20 volte di più rispetto alla media esterna). Anche i suicidi dei poliziotti penitenziari sono superiori alla media nazionale.

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Le persone che si trovano in carcere appartengono soprattutto a tre categorie: persone povere, persone straniere e persone che presentano alcuni problemi di salute e di salute mentale. Insomma, il carcere è il luogo dove vengono relegate le persone che la società non vuole vedere.

Rapporto Antigone Italia

Secondo l’ultimo rapporto di Antigone Italia, l’associazione “per i diritti e le garanzie del sistema penale“, il tasso di affollamento ufficiale sarebbe al 106,2%, anche se il dato in realtà non tiene conto delle situazioni transitorie: nei fatti, il sovraffollamento supera il 115%.

Le condizioni delle carceri sono fatiscenti: scarafaggi e muffa sono all’ordine del giorno, e celle destinate a un solo detenuto sono spesso abitate da 2 di essi. In molti casi il riscaldamento non funziona, e nell’ultimo anno numerosi sono stati i focolai di Coronavirus esplosi tra le mura. Inoltre, i servizi igienici sono spesso nelle celle stesse, e nelle docce non arriva l’acqua calda.

Tali condizioni, sommate allo shock dovuto all’ingresso in una realtà completamente diversa da quella esterna, che costringe i carcerati ad abbandonare legami, abitudini e riferimenti, comportano la comparsa di patologie fisiche e psichiatriche, che, con il tempo, non fanno che peggiorare e, spesso, cronicizzarsi.

Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni detentive presso Associazione Antigone Italia, ha detto: “alcune persone entrano in carcere affette da patologie importanti, quindi che condizionano anche la vita all’interno, perché il carcere è un luogo patogeno, poi tendenzialmente le patologie tendono a peggiorare, aumentare o aggravarsi, soprattutto quelle mentali. Questo crea una serie di problemi, ma questo accade in tutte le carceri“.

Uno dei disturbi più frequenti è sicuramente la sensazione di vertigine, di cui buona parte dei detenuti inizia a soffrire già a partire dai primi giorni di detenzione. Quasi tutti sviluppano poi disturbi alla vista, all’udito e al tatto, e una buona percentuale, nel giro di pochi mesi, inizia a soffrire di patologie dermatologiche e digestive. Va da sé che a questo si associano patologie psichiche come la depressione, la schizofrenia, i sintomi allucinatori e lo straniamento.

Nel caso del 41-bis, disposizione introdotta nell’ordinamento penitenziario italiano nel 1986, l’isolamento quotidiano raggiunge le 22 ore, e spesso ai detenuti non vengono concessi nemmeno i farmaci necessari a curare tutte le patologie che conseguono a questa situazione.

A queste sofferenze si sommano le umiliazioni subite e riportate da buona parte delle persone tornate in libertà: testimonianze come quelle di E. e M., ex detenuti intervistati da Scomodo, riferiscono di provocazioni, minacce e frasi al limite dell’umiliazione. Le minacce, tuttavia, spesso non restano tali, e le dinamiche di potere, nel contesto carcerario, si affermano più che altrove.

Funzione rieducativa delle carceri

I numeri mostrano che il sistema carcerario sembra aver perso la sua missione iniziale. Il carcere, infatti, dovrebbe avere una funzione rieducativa. Lo scopo del carcere, quello vero, fondante e costituzionale, è “rieducare“. Permettere, cioè, alle persone che hanno scontato una pena di rientrare in società e di ricostruirsi una vita. Anche questo fa parte della sicurezza. Una persona in carcere, dopo aver scontato una pena, uscirà e dovrà essere una persona migliore altrimenti riprenderà a delinquere e sarà ancora pericolosa per la società, e quindi per noi cittadini.

La funzione della pena non è punitiva, ma rieducativa ed è la Costituzione stessa che ne riconosce dignità. Articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

Inoltre, l’ordinamento penitenziario italiano, in vigore dal 1975 e sancito sulla base della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, nel primo articolo recita: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona […] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi“.

Eppure nelle carceri quel senso di umanità non viene garantita. L’approccio italiano è troppo spesso vendicativo e repressivo.

La soluzione?

Il libro dal titolo “Vendetta pubblica“, scritto da Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze ed Edoardo Vigna, giornalista del Corriere, descrive la vita nelle carceri e offre dei dati.

Dei circa 55 mila detenuti in Italia quelli che scontano l’ergastolo sono il 4,4% del totale (la media europea è del 3,5%).

In Italia. inoltre, il 55% dei condannati sconta la pena in carcere. Invece, in Germania solo il 28%, in Francia il 30% e in Inghilterra e in Galles il 36%.

In Italia, quindi, si sta in carcere di più e quindi c’è un elemento maggiormente de-socializzante rispetto ad altri paesi. Vuol dire che gli ex carcerati fanno più fatica, dopo aver scontato la pena, a trovare una normalità e a ricostruirsi una vita dopo il carcere.

Infatti, in Italia la recidiva degli ex carcerati è molto alta: 7 su 10 tornano sulla strada sbagliata. Mentre solo 2 su 10 tra coloro che hanno trascorso la parte finale della pena in misura alternativa, tornano a delinquere. E va ancora meglio per chi, durante gli anni trascorsi in carcere, ha lavorato: la percentuale di recidiva scende all’1%. Il problema è che solo a 3 detenuti su 10 viene concessa la possibilità di lavorare.

Inoltre, insegnare al detenuto i principi dello stato di diritto e della sua esistenza come persona è un altro tassello importante. Infatti, se il detenuto si percepisce come persona con diritti e doveri, invece di venir trattato come non-persona, è più probabile che rispetti l’altro, una volta fuori.

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